L’Alligatore, la nostra recensione.

La serie TV basata sui romanzi di Massimo Carlotto, con protagonisti Matteo Martari e uno strepitoso Thomas Trabacchi

Su Rai 2 siamo già a meta delle otto puntate previste, sulla piattaforma Raiplay invece la serie è interamente disponibile già da un paio di settimane.

Tratta dalla serie di romanzi di Massimo Carlotto, uno degli autori nostrani più bravi per quanto riguardo il genere crime. La trasposizione sullo schermo è opera di Daniele Vicari e Emanuele Scaringi. L’ambientazione è quella della laguna veneta presente in tutti i romanzi di Carlotto. Un delta del Po grigio, malinconico, fumoso e che sembra la Louisiana del primo True Detective. A queste paludi, dopo 7 anni di carcere per un crimine mai commesso, tornerà Marco Buratti, detto l’Alligatore in memoria del suo passato da cantante blues nel gruppo “Old Red Alligators”. Sfruttando le conoscenze e le abilità acquistate in carcere diventerà una sorta di detective privato, rigorosamente senza licenza e quindi senza fatturare mai neanche un centesimo. Ad aiutarlo nelle indagini un ristretto gruppo di amici, Max la Memoria, un reporter d’assalto, ambientalista  che conosce le malefatte di tutta la provincia padovana e soprattutto Beniamino Rossini, criminale milanese  vecchio stile interpretato magistralmente da Thomas Trabacchi.

Perché guardare questa serie? Innanzitutto perché è una delle migliori produzioni italiane per quanto riguarda il genere crime e difficilmente troverete di meglio sulla piattaforma della Rai, soprattutto se avete già visto Rocco Schiavone. Una fiction con molti punti forti; l’ambientazione: un buon crime di provincia deve incastrarsi bene nel suo territorio, altrimenti diventa poco credibile e l’Alligatore ci riesce anche grazie a una regia asciutta e a una fotografia sempre attenta nel mostrare stradine, casolari, torrenti e acquitrini che col passare del tempo finiscono per diventare parte integrante della storia. Gli attori: Matteo Martari entra benissimo nella parte e senza voler strafare dà vita a un Marco Buratti che è proprio quello immaginato durante la lettura dei libri. In più c’è Thomas Trabacchi, un attore bravissimo presente in tantissimi film e che avrete sicuramente visto da qualche parte. Il suo Beniamino Rossini, possiamo dirlo senza paura di esagerare, è uno dei personaggi più riusciti di tutte le serie fatte nel 2020. Come spesso accade nelle produzioni italiane, appena ci si sposta dalla cerchia dei protagonisti, le interpretazioni attoriali diventano pessime. Nell’Alligatore questo non succede e abbiamo avuto modo di riconoscere diversi caratteristi “veneti” sia tra le “guest stars” che tra le semplici comparse.

Ma l’Alligatore ha anche dei difetti, a evidenziarli in questi giorni sono proprio gli amanti dei libri di Carlotto. Non accettano un Alligatore così ringiovanito e pur apprezzando l’interpretazione di Trabacchi dicono che quello semplicemente non è il rossini dei libri. Non digeriscono affatto l’aver trasformato Max in una specie di nerd sfigato e molti altri appunti sparsi. Ci sta! Ma una serie è sempre diversa dal libro e l’arte di raccontare attraverso le parole è un’arte diversa da quella di raccontare attraverso le immagini.

Nonostante qualche pecca possiamo ritenerci soddisfatti: la serie è appassionante, godibile, adatta a qualsiasi tipo di pubblico e le puntate scorrono via senza annoiare.

Consigliata.

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Redazione

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