Atomik: la prima vodka fatta nella zona di Chernobyl

Si tratta del primo prodotto di consumo proveniente dall’area abbandonata. Secondo i produttori è sicura, ma intanto ne sono state sequestrate 1500 bottiglie

Lo scorso aprile ha segnato il 33° anniversario del disastro nucleare di Chernobyl. Dopo l’esplosione del 1986, che ha rilasciato una quantità enorme di materiale radioattivo in tutto il continente, è stata istituita una “zona di alienazione” del raggio di circa 30 chilometri dall’impianto di Chernobyl, per delimitare l’area ritenuta troppo radioattiva per abitarvi. In ricordo di quell’evento, è stata anche prodotta la serie TV Chernobyl, che ha avuto un grande successo.

Migliaia di persone furono evacuate, e quella che una volta era una fervida città satellite divenne un fantasma. Ma questa città potrebbe persino tornare nel mercato grazie all’avvento di una vodka artigianale creata proprio nel luogo in cui si è verificato il disastro.

L’Atomik è un liquore artigianale. Alle mele. Diciamo una vodka. Con un piccolo, ma significativo particolare. I frutti alla base del preparato – chiamato giustamente Atomik – vengono coltivati vicino alla centrale nucleare di Chernobyl. Ma attenzione, la notizia è un’altra: pochi giorni fa, la Chernobyl Spirit Company ha rivelato che 1.500 bottiglie della bevanda, lo scorso 19 marzo, sono state confiscate dalle autorità e «rigirate» alla procura di Kiev. Gli agenti hanno intercettato un camion con il carico in una distilleria dei Carpazi. Atomik, spiegano con forza i produttori, è il primo bene di consumo prodotto a Chernobyl dal terribile disastro nucleare del 1986. Sempre i produttori, intervistati dalla BBC, raccontano di non sapere come mai il carico sia stato confiscato. Al riguardo, è in corso un’indagine dei servizi segreti ucraini. Le casse di liquore erano destinate al Regno Unito. «Sembra – spiega Jim Smith, uno scienziato che ha passato diversi anni a studiare la zona di esclusione prima, appunto, di fondare la compagnia assieme a dei colleghi – che ci stiano accusando di aver usato timbri ucraini. Ma la cosa non ha nessun senso, dal momento che queste bottiglie sono destinate al Regno Unito e dunque sono etichettate con timbri validi per le accise del Regno Unito».

L’impresa che produce Atomik, leggiamo, è gestita da scienziati che lavorano nella zona di esclusione. Un’area abbandonata dopo il citato disastro del 1986. I loro studi riguardavano (anche) la coltivazione di colture, nel tentativo di scoprire se il grano e altri alimenti potessero nuovamente essere usati per produrre cibi sicuri da consumare. L’idea di creare un liquore, quindi, per certi versi è nobile. E dimostrerebbe, appunto, che le terre attorno alla zona di esclusione possono essere usate. Una manna dal cielo per le comunità che vivono nelle vicinanze della zona d’esclusione. Il professor Smith, a tal proposito, afferma che il suo liquore «non è più radioattivo di qualsiasi altra vodka». Il rischio, insomma, è solo quello di ubriacarsi. Il professore e i suoi colleghi, dicevamo, hanno modificato in parte la ricetta originale usando le mele. Coltivate nel distretto di Narodichi, un’area immediatamente al di fuori della zona di esclusione in cui, va da sé, agricoltura e sviluppo stanno ancora soffrendo. I profitti delle vendite servono proprio a sostenere l’economia di questa regione.

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Redazione

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Una risposta

  1. 18 Maggio 2021

    […] ATOMIK. LA VODKA DI CHERNOBYL […]

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