Gli aurighi, i piloti di Formula 1 dell’Antica Roma

Più amati dei gladiatori erano famosi in tutto l’impero. Schiavi che potevano accumulare ingenti fortune fino al punto di comprarsi la libertà.

Gli aurighi erano gli atleti che conducevano il carro trainato dai cavalli nelle corse al Circo Massimo. Tra i tantissimi giochi organizzati dai romani nella città  e nelle altre zone del vastissimo dominio, i Ludi Circenses, le corse di carri che si svolgevano nei circhi, erano certamente quelli più amati.

Si svolgevano nel Circo Massimo, o in altri circhi dell’impero, ed erano considerati i più antichi tra tutti i giochi romani (secondo la leggenda vennero istituiti addirittura dal primo re, Romolo)

Il popolo tutto amava così tanto le corse da andare letteralmente in visibilio quando i cavalli partivano, il tifo e la passione erano gli stessi che oggi vediamo negli stadi.

Si poteva scommettere sul vincitore o sui piazzamenti  ma le corse erano anche i momenti in cui si potevano svolgere incontri di qualsiasi tipo, i luoghi circostanti infatti, specialmente i mercati, pullulavano di persone già molte ore prima delle corse e  in quelle occasioni si potevano acquistare souvenir, fare affari, vendere schiavi, assistere a dei comizi politici e persino fare una capatina al bordello.

Prima delle corse si svolgeva sempre una  solenne processione (pompa, da cui il modo di dire “arrivare in pompa magna”) , il corteo procedeva in un lento giro del circo attorno alla spina, una costruzione che divideva in due il percorso, spesso impreziosita con affreschi e statue, in seguito venivano offerti alcuni animali in sacrificio agli dei.

Il via alla corsa era dato da chi presiedeva i giochi; consoli, pretori, edili e finanche l’imperatore quando era presente, facendo cadere un drappo bianco all’interno dell’arena. La disposizione delle squadre alla partenza era stabilita da un sorteggio, le factiones (così venivano chiamate le squadre) erano quattro; e come succede ancora oggi con le maglie dei calciatori o con le vetture di Formula Uno  ognuna di esse era contraddistinta da un colore: il bianco (factio albata), il rosso (factio russata), il verde (factio prasina) e il blu (factio veneta). Una squadra non era composta solo dall’auriga, ma così come ancora oggi dietro un pilota ci sono ingegneri, meccanici, gommisti, tecnici informatici e cosi via, anche allora c’era una grande lavoro di preparazione, assistenza e progettazione che comprendeva, allenatori, veterinari, sarti, sellai, palafrenieri e fabbri.

L’auriga romano correva indossando un elmetto e tenendo le redini intorno alla vita, al contrario dei colleghi greci che invece le tenevano in mano.

Era proprio questo pericolosissimo modo di tenere le redini a causare molto spesso il ferimento, e in alcuni casi, la morte dell’auriga perché se perdeva il controllo della biga, restava comunque legato ad essa e se non riusciva a liberarsi veniva  travolto dal suo stesso carro.

Per questo motivo vennero poi dotati di un piccolo coltello, da usare in caso di pericolo per tagliare le redini e liberarsi.

L’abbigliamento dell’auriga romano ci è noto ancora oggi grazie alle tantissime statue, o mosaici e affreschi che sono arrivati fino ai giorni nostri : indossava una tunica corta del colore della sua squadra, una fasciatura a protezione delle costole, mentre le ginocchia e gli stinchi erano coperti da strisce di cuoio.

Il cavallo veniva bardato con un ramo sulla testa, la coda veniva stretta in un nodo; la criniera adornata di perle mentre sul pettorale portava borchie e amuleti; sul collo un collare flessibile ed una reticella dello stesso colore della sua fazione.

Nonostante fossero degli schiavi la vittoria era assegnato a loro e non ai padroni, anche i premi, corone di alloro ma soprattutto denaro restavano all’auriga. Come per i gladiatori anche gli aurighi se vincevano molte gare potevano poi comprarsi la propria libertà, ma prima dovevano restare vivi: la maggior parte moriva giovanissima, come nel caso di Fuscus che aveva appena 24 anni o di Scorpus, il più famoso auriga di Roma, morto a soli 27 anni.

Per i fortunati che riuscivano a vincere ma anche a restare vivi

le ricchezze erano davvero enormi, non c’erano infatti solo i premi delle gare, che già da soli permettevano loro di affrancarsi, ma anche i lauti compensi che chiedevano  per non passare a un’altra squadra.

La gloria non era solo per l’auriga,  anche i cavalli avevano i loro tifosi accaniti, un esempio ci viene fornito da un’iscrizione su un mosaico rinvenuto nelle Terme di Numidia, oggi però andato distrutto, dove Pompeiano, proprietario dell’impianto, fece scrivere il suo amore per il suo cavallo preferito: “Vincas, non vincas, te amamus, Polydoxe!” (Che tu vinca, che tu non vinca, noi ti amiamo, Polidosso!).

Tra i tanti aurighi che ebbero gloria e onore nell’impero il più famoso di tutti fu Scorpus, un eroe leggendario

Mosaico raffigurante Scorpus, conservato nel Palazzo Massino, museo romano

Flavius Scorpus, anche lui era uno schiavo. Nato nella penisola iberica fu comprato da un ex auriga quando aveva solo dieci anni. Passò il tempo con il suo padrone e maestro ad allenarsi, dopo la morte di questi si recò a Roma intenzionato a gareggiare contro i migliori campioni: fu ingaggiato nella scuderia imperiale da Domiziano, che lo volle conoscere personalmente. Dopo molte vittorie in gara, acquistò la sua libertà diventando un libertus quindi schiavo liberato. Secondo Jerry Toner, direttore degli studi classici presso il Churchill College all’Università di Cambridge, Scorpus avrebbe gareggiato tra le 5.000 e le 6.000 gare nei suoi 10 anni di carriera, che starebbe a significare che ha corso circa 500/600 volte l’anno, ottenendo, come indicato, oltre 2.000 vittorie!

In oltre 10 anni di gare, le prodezze dello schiavo auriga Scorpus gli sono valse, oltre la fama e la venerazione di una divinità, una quantità di oro stimata, secondo gli studiosi, in circa 15 miliardi di euro moderni! Il beniamino di tutto un impero, l’eroe il cui nome veniva osannato dal Circo Massimo, morì nel 95 d.C. durante una delle drammatiche gare che lo hanno visto sempre dominare.

Il poeta latino Marco Valerio Marziale lo ricorda così:

«Oh! Triste disgrazia! Che tu, Scorpo, dovessi essere tagliato fuori dal fiore della tua giovinezza, e essere chiamato così prematuramente per imbrigliare gli oscuri destrieri di Plutone. La corsa delle bighe fu sempre accorciata dalla tua guida veloce; ma O perché la tua corsa ha dovuto correre così in fretta?»

«O Roma, io sono Scorpo, la gloria del tuo circo rumoroso, l’oggetto del tuo applauso, il tuo favorito di breve durata. L’invidiosa Lachesi, quando mi interruppe nel mio ventisettesimo anno, mi giudicò vecchio, a giudicare dal numero delle mie vittorie.»

Di lui hanno parlato molti documentari, persino Alberto Angela lo cita in una puntata di “Ulisse” ma su di lui, su Flavius Scorpus, ero leggendario di Roma, prima o poi faranno un film come si deve. Uno di quei kolossal come “Il Gladiatore” , uno di quei film che ti riempie di emozioni e che fa piangere le persone.

Redazione

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