Boris Johnson, una figura che bisogna rivalutare.

Non solo la Brexit e la guerra vinta contro il coronavirus, adesso è anche l’uomo che con il suo intervento ha fermato la Superlega.

Quella di Boris Johnson è una figura che deve essere rivalutata, bisogna riconscere obiettivamente le sue vittorie e prendere atto che dietro quel suo aspetto curioso per via della bionda chioma che non conosce geometrie e i suoi atteggiamenti a volte discutibili c’è un uomo capace a governare e uno statista determinato.
Confonderlo con la destraccia di casa nostra, con Bolsonaro, con Orban e addirittura con Trump, è un errore che hanno fatto in molti. Metterlo in quello stesso gruppo dimostra superficialità, scarsa capacità di analisi, ignoranza politica e, diciamolo chiaramaente, stupidità.
Boris Johnson con quelli lì non c’entra niente già a partire dalla sua storia personale e dalla sua cultura. Johnson è un intellettuale. Nato nella metropoli più cosmopolita del mondo, New York, studia prima a Bruxelles nella scuola europea, poi a Eton uno dei college più esclusivi d’Inghilterra e infine si laurea a Oxford in lettere classiche con una tesi sulla Storia Antica (e già da queste poche righe capite che metterlo nello stesso gruppo di Salvini è un’ingiustizia)
Tra i libri che ha scritto quello che ci incuriosisce di più è senz’altro Il sogno di Roma (The Dream of Rome) dove in modo appassionato, competente ma anche ironico Boris Johnson scrive di come i romani facevano funzionare l’Europa e da quello studio suggerisce spunti interessanti sul perché noi oggi non riusciamo a fare altrettanto.

All’inizio della sua carriera parlamentare tra i conservatori le sue posizioni appaiono decisamente più “liberali” rispetto ai molti suoi colleghi, soprattutto su immigrazione e diritti civili. Da sindaco di Londra gestisce molto bene le olimpiadi del 2012 e si distingue per alcune novità soprattutto in fatto di “verde”: tra queste, il sistema di bike sharing cittadino, l’installazione di numerose stazioni di ricarica delle auto elettriche, oltre che un salario minimo più alto.

Sfida l’Europa sulla linea dura della “brexit”, non si spaventa e non mostra paura di fronte alle minacce europee di un’uscita senza d’accordo. Porta a casa un risultato che fa male agli europeisti ma accontenta gli inglesi che hanno scelto, votando, di andar via.
Arriva la pandemia e Boris Johnson comincia malissimo. “Abiutuatevi all’idea di perdere i vostri cari etc etc”, poi si becca il Covid in prima persona, finisce in ospedale, passa un paio di giorni terribili e al suo ritorno sembra un’altra persona, anche perché da uomo intelligente qual è ha capito che non si trattava di una semplice influenza. Si mette a lavoro a testa passa, ordina lockdown ragionati, tiene in piedi l’economia e quando arriva Astrazeneca dà il via a quella che finora è la campagna di vaccinazione più massiccia effettuata nel vecchio continente. Il risultato è che gli inglesi sono tornati al pub, noi stiamo ancora alle prese con il coprifuoco, le zone colorate, i ristoranti chiusi, la gente disperata, le terapie intensive piene e 300 morti al giorno quando va bene. La verità va semplicemente accettata per coome si mostra: lui la sua battaglia contro la pandemia l’ha vinta. Punto e basta.

E poi arriva la Superlega. I dodici club calcistici più importanti d’Europa volevano dar via a un torneo “privato” tutto loro. Non se n’è fatto niente ma a far naufragare rovinosamente il progetto non sono state le proteste genuine dei tifosi o le minacce tiranniche della Uefa. Il discorso è stato molto più semplice: tra le dodici squadre fondatrici sei erano inglesi, dopo aver capito che la Premier League, il campionato inglese che genera 4 miliardi e mezzo di sterline l’anno, era a rischio, Johnson ha semplicemente ricordato ai proprietari stranieri delle “Grandi Sei” che l’Inghilterra non è più Comunità Europea e che le leggi sugli investimenti stranieri, così come i tassi di imposta, possono cambiare facilmente. Inizialmente questa sua presa di posizione è stata accolta come la solita sparata a cui non dare peso ma sottovalutare Boris Johnson è un errore che tutti non smettiamo mai di fare. E l’idea della SuperLega, la grande rivoluzione che avrebbe cambiato tutto, è svanita nel nulla.

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