La Jetée e i viaggi nel tempo al cinema

La Jetée e i viaggi nel tempo sono sicuramente una tematica che il cinema di tutti i tempi e di tutti i paesi ha scelto di presentare grazie alle specificità di questa arte a metà tra scienza e tecnica. A tal riguardo ho pensato di proporvi oggi lo splendido cortometraggio di Chris Marker del 1962. Spesso, ormai troppo abituati agli effetti speciali del cinema contemporaneo, abbiamo dimenticato che un buon prodotto si può realizzare anche attraverso una strumentazione semplice. In un momento non facile per questo Paese come lo è il momento attuale, dove dovunque ti guardi in giro, ciò che vedi è disperazione, spero di riportarvi, indipendentemente dalla mia analisi filosofica de La Jetée, un pò della bellezza che abbiamo dimenticato, invitandovi a visionare prima il cortometraggio per poi leggere l’analisi e magari condividere nei commenti anche le vostre riflessioni.

La Jetée, Chris Marker (1962), originale francese con sottotitoli in inglese

Indice

Chris Marker durante tutto il corso della sua vita artistica si è sempre contraddistinto per la sua proposta di un cinema che rimanesse totalmente estraneo alle mode e ai compromessi commerciali per salvaguardare la sua natura e la sua specificità. Dai primi esordi in regia sul finire degli anni ’50 fino al suo ultimo film Stopover In Dubai (2011), Marker ha sviluppato un linguaggio cinematografico continuamente rinnovato che attribuisce all’immaginario un ruolo di memoria iperattiva alla ricerca incessante di referenti simbolici e assonanze spirituali sulla falsariga stilistica di maestri del cinema per eccellenza come Andrej Tarkovskij e Akira Kurosawa[1].

Queste lezioni magistrali di cinema d’autore ritornano ne La Jetée mediante i temi del tempo, della memoria e della percezione, sviluppati all’interno del cortometraggio grazie ad una nutrita serie di primi piani e ripetizioni di immagini fisse. I particolari effetti estranianti che costituiscono ancora oggi la fascinazione di questo film sono massimamente attribuibili a specifiche tecniche di montaggio con cui Marker ha saputo creare uno scenario capace di coinvolgere a livelli profondi lo spettatore nella percezione del mondo filmico secondo modalità analoghe a quelle usate dal protagonista che lo percepisce psicologicamente. Il continuo cambiamento nella percezione della realtà da parte del protagonista, a un certo punto, porta gli spettatori confusi a chiedersi giustamente che cosa sia reale e cosa non lo sia perché l’instabilità e la disconnessione tra realtà vissuta dal protagonista e realtà sognata, come poi vedremo nell’esperimento, vengono irrimediabilmente a conflitto, offrendo l’ennesima prova dell’enorme potere insito nel virtuale cinematografico.

La costruzione formale stessa de La Jetée insomma consente a Marker di poter trattare tematiche complesse quali la memoria, la percezione e lo psichismo ed ottenere il massimo risultato in termini di fruizione spettatoriale. La scelta di Marker, si è detto, è lavorare con fotogrammi fissi o meglio è la base materiale dell’immagine in movimento, a livello di singolo fotogramma, a essere resa visibile, sezionata e disposta in una serie di immagini fisse e quindi rifilmata. L’effetto di straniamento ora si spiega perfettamente. Esso deriva proprio dal paradosso di una quiete, di uno sguardo sull’immobilità, risolta però dinamicamente attraverso il montaggio e la voce di un narratore.  Il cortometraggio comincia difatti con una voce narrante in terza persona su sfondo nero che ci dice: 

ceci est l’histoire d’un homme marqué par une image d’enfance 

La Jetée, Chris Marker (1962)

Si parla di un uomo segnato, in accezione di marchio indelebile, proprio da un’immagine che risale all’infanzia e che l’uomo non è mai riuscito a decodificare per tutta vita. La voce fuori campo del narratore spiega la difficile situazione storica e dallo schermo nero si passa subito ad una scena collettiva per comprendere di cosa si parla. E’ una calda domenica di sole. Siamo a Parigi, aeroporto di Orly. Tra una settimana questo ricordo di spensieratezza verrà totalmente spazzato via dallo sgancio di un ordigno atomico su Parigi. E’ lo scoppio della Terza Guerra Mondiale. Un bambino ignaro di tutto, insieme ai suoi genitori, osserva gli aerei atterrare e decollare. Ma a un certo punto si avverte uno sparo che rompe la quiete di quella serena domenica. Un uomo muore e tutta la folla gli si fa intorno tranne il bambino la cui attenzione è interamente catturata da una giovane donna dal viso bellissimo. 

L’ossessione umana del tempo

Passano una trentina di anni. C’è stata la guerra atomica nel frattempo e nei sotterranei della città ancora radioattiva, luogo che nel film è chiamato “impero dei ratti”, vivono pochi esseri umani rintanati appunto come topi in una fogna. I superstiti sono divisi in vincitori e prigionieri. I vincitori sono gli scienziati che stanno sperimentando ardite tecniche di viaggio nel tempo utilizzando la coscienza, essendo privi di spazio fisico, con la finalità di razziare passato e futuro per prelevare ogni risorsa utile a fini di ricostruzione del presente. Per fare questo utilizzano i prigionieri in qualità di viaggiatori nel tempo e per farli viaggiare gli coprono gli occhi con una maschera speciale dopo avergli fatto un’iniezione che gli consenta lo sgancio coscienziale dal tempo presente.  L’esperimento fallisce. Nessun prigioniero è in grado di accedere a informazioni passate o future.  Il primo tentativo è fallimentare. I prigionieri o muoiono o impazziscono poiché una volta disconnessi dal presente non sono più in grado di accedere ad alcuna dimensione temporale, non riuscendo ad aggrapparsi ai loro ricordi. 

C’è un uomo però. Un prigioniero anonimo dal grande potenziale immaginifico, ossessionato dal volto di una donna che forse potrebbe consentire agli scienziati un aggancio con il passato e infatti è su di lui che si tenteranno nuovi esperimenti. 

Inizialmente il prigioniero non riesce a stabilire alcun contatto con il passato ma successivamente comincia ad apparire qualcosa, immagini-ricordo involontarie e indipendenti dalla memoria: una stanza da letto, degli uccelli, dei gatti, delle rovine, una barca sul mare, immagini che il protagonista chiama “vere”. A questo livello, tuttavia, la “verità” delle immagini percepite va ancora intesa piuttosto che in accezione di concretezza, in funzione di “ricordo” di quelli che un tempo erano i gatti che popolavano la Terra o gli uccelli o i mari che naturalmente all’epoca coeva al protagonista non esistono più dato che l’intero pianeta è divenuto un deserto di macerie inabitabili a causa delle radiazioni.

E’ solo a un livello più profondo che queste immagini, da ricordi di un pianeta prospero e vitale, si fanno “reali” cioè concreti e ciò avviene proprio nell’incontro tra lo sconosciuto e la donna che ossessiona la sua memoria. 

rien ne distingue les souvenirs des autres moments ce n’est que plus tard il se faut reconnaître à leurs cicatrices

La Jetée, Chris Marker (1962)

Nulla distingue i ricordi dagli altri momenti perché il tratto distintivo arriva quando di questi momenti solo pochi lasceranno cicatrici vere nella memoria. La donna del prigioniero è la sua cicatrice ma ora lui sa che si tratta di una donna reale. Spesso l’uomo si è chiesto se quel viso femminile non fosse solo una sua fantasia che la mente aveva creato per ritagliarsi un piccolo angolo di serenità artificiale tale da consentirgli di sopravvivere alla desertica realtà di un mondo raso a zero dalle armi atomiche. Ora sa che la donna esiste e durante i viaggi nascerà una frequentazione tra lei e il suo visitatore sconosciuto al quale questa donna non chiederà mai nulla di specifico pur dubitando della stranezza di quegli incontri e della presenza stessa dell’uomo. In particolare c’è una scena dove la donna afferra una collana che l’uomo indossa poiché è raro per lei trovare parigini che esibiscono collane di quel genere dallo stile prettamente futuristico insomma e l’uomo dovrà appunto inventare una scusa credibile per giustificare il fatto che l’abbia al collo.

Tutta la sezione filmica relativa ai suoi incontri è montata in modo tale che si percepisce da un lato il presente (oscurità dei sotterranei) e dall’altra il passato (la donna) a cui poi si aggiungerà un terzo cerchio, cioè il futuro, secondo una struttura conica di matrice palesemente bergsoniana. Tutti quei fotogrammi che narrano gli incontri, il passeggiare, il frequentarsi tra i due protagonisti presentano un tempo che sembra intrecciarsi attorno a loro offrendosi come frammenti di tempo allo stato puro[2].

In questo strano circuito è coinvolto anche lo spettatore che insieme al protagonista “sperimenta” la memoria equiparata ad un archivio di immagini, quasi museo si potrebbe dire, specie il fotogramma relativo all’incontro dell’uomo e della donna all’interno di un museo di animali.  Il film-ricordo si fa allora ulteriormente popolato di statue e di animali di peluche, quasi a costruire un parallelismo tra natura morta e tempo congelato e conservato in un gesto. L’effetto museo è naturalmente amplificato dalla struttura stessa del film giacché le immagini vengono prelevate dall’illusione del movimento continuo. L’uomo vede la sua memoria come se stesse guardando un film o stesse visitando un museo, elemento che finisce con l’aggiungere una duplice spettacolarità a La Jetée. Questa separazione della memoria dalla coscienza e dall’agire apre nuovamente la possibilità che l’immagine in sè abbia una memoria oppure “sia” memoria, indipendentemente dall’atto autocosciente e volontario di ricordare. 

Il film propone quindi che l’immagine “si ricordi” e il ricordo si realizzi sul protagonista.  Passato discontinuo e presente continuo creano volutamente confusione e la scena del museo che incarna per Marker il funzionamento della coscienza medesima, diventa “topica” a tal proposito perché se all’inizio si percepisce una distinzione netta tra morte (animali) e vita (i due protagonisti), ad un certo punto, quando l’uomo e la donna sono inquadrati nel gesto specifico di piegarsi sulle vetrine degli animali impagliati, i loro corpi si “deterritorializzano”, usando un vocabolario deleuziano, diventando un tutt’uno con il museo e in quell’attimo lo spettatore non è più in grado di distinguere vita e morte. Tutto ciò ci permette di vedere La Jetée oltre i limiti della sua finzione, cioè montaggio di immagini “fotogrammatiche” in cui è visibile la tensione dinamica tra fissità e movimento per imparare a considerare il montaggio di immagini quali cristalli di memoria storica. 

In modo similare ad Interstellar (2014) ogni tentativo, per quanto inevitabile, di collocare La Jetée all’interno di un determinato genere filmico rischia di sottovalutare di molto la vastissima componente di pensiero insita nel cortometraggio. Etichettare La Jetée con il termine “fotoromanzo” è poco per definirlo perché il fascino del film di Marker si comprende solo facendo riferimento alla memoria storica di quel preciso momento. In questo senso La Jetée, unico film “fantascientifico” di Marker, si colloca stranamente molto più vicino al documentario che alla finzione, sconvolgendone parzialmente i canoni di genere mediante l’uso dell’immagine come veicolo di una memoria storica. La struttura filmica de La Jetée è insomma incentrata sul mondo virtuale e immaginario del protagonista che si schianta fino a frantumarsi sul ritorno di un’immagine del reale “attuale” dalla quale esso è sempre stato determinato e che la fantasia di una vita vissuta due volte ha lo scopo di schermare e dunque catturare. 

Il topos della doppia vita

E arriviamo così ad un altro importante tema, quello relativo al vivere una doppia vita con il quale poi il film si concluderà. Gli scienziati hanno sostanzialmente capito che il prigioniero riesce a viaggiare nel tempo. Dal suo viaggio nel passato, tuttavia, per ora ha riportato solo incontri con una donna che non riveste alcuna importanza strategica ai fini del piano che gli scienziati hanno in mente. Decidono perciò di mandarlo nel futuro. L’uomo entra in contatto con strani esseri antropomorfi. Sembrano uomini a parte la presenza di una specie di terzo occhio scuro sulla fronte, quasi un teleobiettivo. Se quegli esseri sono umani o meglio costituiscono un’evoluzione del genere umano, allora per l’umanità c’è ancora speranza. Le creature rivelano al prigioniero che potrebbero rifornirlo con una quantità di energia talmente grande da rimettere in moto l’intero pianeta. E’ quello che gli scienziati cercano, ma ciò potrebbe significare la morte dell’uomo una volta esaurita la sua funzione di viaggiatore. Pertanto, quando questi esseri chiedono al protagonista di unirsi a loro, il prigioniero gli risponde che il suo unico desiderio è tornare nel passato da quella donna che per lui rappresenta la sola felicità. Gli esseri lo accontentano, ma non si capisce bene in che modo sia stato possibile, nel suo viaggio di ritorno al passato uno degli scienziati lo segue. 

Marker ci riporta allora ad inizio film, all’aeroporto, dove sono simultaneamente compresenti l’uomo bambino che vede gli aerei decollare con i genitori e l’uomo adulto. Non appena l’adulto riconosce la donna, prontamente corre verso di lei, ma lo scienziato che lo ha seguito lo uccide. E’ in quell’istante che Marker chiarisce l’inizio: 

il courut vers elle et lorsqu’il reconnu l’homme qui l’avait suivie depuis le camp souterrain il comprit qu’on ne s’évade et pas du temps et que cet instant qui lui avait été donné de voir enfants et qui n’avait pas cessé de l’obséder c’était celui de sa propre mort.

La Jetée, Chris Marker (1962)

Il bambino che si trovava ad Orly quella domenica di sole assiste all’uccisione di se stesso da adulto in quanto rimandato indietro nel passato dal futuro. Comprende allora che il volto di quella donna è l’ultima immagine impressa nella sua retina e che l’istante che mai aveva smesso di ossessionarlo per tutta la vita era il momento della sua morte.

Ecco come Chris Marker attraverso La Jetée rivista il topos cinematografico della “seconda morte” che accomuna varie pellicole europee e hollywoodiane del periodo classico dal Caligari di Wiene (1921) al Nosferatu di Murnau (1922) a Vertigo di Hitchcock (1955). Ritornano altresì le riflessioni di Deleuze esposte in Cinéma 2 a proposito del mancato riconoscimento da parte del protagonista che non ha elementi per comprendere il senso profondo di quella sua ossessione. Proporre un ricordo della propria morte attraverso un’immagine “ferma” ma “in movimento” non può che comportare problemi di riconoscimento. Tuttavia non esiste fascinazione più grande di questa incapacità di riconoscere che è giustamente ciò che per Deleuze rappresenta uno dei tratti distintivi del cinema moderno. Ha ragione anche Maurice Blanchot a riguardo affermando che la fascinazione interessa una paralisi di significato e insieme un’assenza di tempo[3] e sicuramente da questo punto di vista La Jetée è un cortometraggio frutto dell’ossessione di Chris Marker per il tempo in termini di architettura complessa che assembla passato, presente e futuro ma anche tempo coscienziale, interiore, sognato e immaginato. Si parte dalla temporalità presente e coeva al regista con le relative tracce ideologiche più evidenti: la guerra fredda, la minaccia atomica, l’eredità della seconda guerra mondiale per costruire filmicamente un mondo invivibile, contaminato dalle radiazioni, popolato da pochi superstiti che abitano in gallerie sotterranee a Parigi dove qualcuno ha ancora la presunzione di chiamarsi “vincitore”. Sono gli scienziati che bisbigliano in tedesco, eco non troppo lontano degli scienziati nazisti e come loro spietati e privi di etica. E’ di impatto vedere le utopie di Francis Bacon che immaginava una società futura retta da uomini di scienza trasformarsi in un distopico incubo dove la scienza la fanno dei mostri assimilabili al Frankenstein di Mary Shelley e ai medici nazisti della precedente guerra piuttosto che agli scienziati veri. 

Dunque, tale presente attuale e distopico è anche mobile e fluttuante alla maniera bergsoniana che si accorcia o si allunga secondo coscienza. La Jetée è una complessa macchina del tempo che si riflette nella stessa forma filmica in cui essa è contenuta. La successione di immagini fisse che si intervallano lungo i 30 minuti del cortometraggio mostrano apparentemente una concezione di tempo anti-proustiano, ben lontano dall’essere perduto o ritrovato, in quanto fermo, immobile e morto. E’ in relazione al protagonista viaggiatore, ossessionato dal tempo, che il concetto dello stesso cambia connotazione di continuo. Si comincia con l’immagine del protagonista bambino, un brandello di tempo passato che evoca un momento di felicità rispetto al presente, quasi a costituire un rifugio dal dolore, poi il tempo si modifica quando gli scienziati cominciano i loro esperimenti.

Il tempo del sogno si trasforma in tempo di una vita assolutamente unica. Gli istanti che il protagonista trascorre con la donna sono una progressiva incarnazione del tempo interiore del prigioniero, il tempo puro che essendo assoluto è atemporale e forse anche in questa accezione si potrebbero leggere i fotogrammi degli animali impagliati, entità “senza tempo” che riflettono la condizione dell’uomo e della donna. 

L’intero film delinea un sentiero dell’immaginazione che come spesso accade in molti film dedicati ai viaggi nel tempo, apre molteplici paradossi a cui magari il regista non ha pensato oppure ha considerato e allora è il cortometraggio medesimo ad innescare tutta una serie di riflessioni.  E’ paradossale che un bambino possa trovarsi faccia a faccia con il proprio io futuro se quel momento non è ancora accaduto. Oppure, posto che sia possibile viaggiare nel tempo, saremmo noi in grado di modificare il corso degli eventi e quindi la Storia? Marker è consapevole del paradosso insito nel concetto di viaggio temporale e forse per questo chiude La Jetée in una perfetta circolarità forzando i personaggi in un loop che esclude ogni possibilità di fuga.  Bisognerà attendere gli anni ’80 perché l’astrofisico teorico Igor D. Novikov attraverso la formulazione del “principio di autoconsistenza” traducesse matematicamente ciò che Marker mostrava nel 1962 ne La Jetée, cioè l’impossibilità di modificare gli accadimenti del passato con i viaggi temporali[4].

La filosofia filmica di Marker contempla un universo governato dalla necessità che in accordo alla sua natura non può fare sconti a nessuno. Così come in Vertigo di Hitchcock (1955) il salto temporale verso il passato o verso il futuro limita, per forza di cose, la libertà dell’individuo determinando il proprio destino e quello del mondo in quanto tale. Ne La Jetéel’uccisione del prigioniero a fine cortometraggio esprime il senso di questa filosofia. E’ la categorica freddezza del sillogismo temporale a condurre il protagonista verso la morte mostrata a inizio pellicola e conservata inconsapevolmente sin dall’infanzia, indipendentemente da ogni possibile paradosso scientifico sul tempo e i viaggi temporali. 

Note


[1] Cfr I. Perniola, Chris Marker o Del film-saggio, Torino, Lindau, 2011.

[2] Cfr. G. Deleuze, Cinéma 2, Les Éditions de Minuit, Paris, 1985 con G. Deluze, Marcel Proust et les signes (1964), tr.it. C. Lusignoli, D. De Agostini, Einaudi, 2001.

[3] M. Blanchot, L’Espace litteraire, Paris, Gallimard, 1955, pp. 22-25.

[4] Igor D. Novikov, Il ritmo del tempo, Di Renzo Editore, 2006.

Chiara Bellucci

Dottoranda in Scienze Umanistiche, Filosofia Teoretica, presso l'Università Guglielmo Marconi, Roma, Italia. Titolo del progetto: Cinema e Filosofia, analisi di un rapporto a partire da Gilles Deleuze

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