Non è una guerra


La retorica di paragonare la guerra al coronavirus è sbagliata, ingannevole e pericolosa.

“Siamo in guerra”, quest’affermazione che sa tanto di proclama l’abbiamo sentita e letta già troppe volte, è il momento di approfondire i molteplici motivi  per cui è  sbagliata.

Non c’è un nemico straniero che ha invaso l’Italia con le sue truppe, no, c’è un virus; anche abbastanza blando visto che centinaia di migliaia di italiani l’hanno preso e smaltito in casa, spesso senza neanche sapere di averlo, che si comporta da virus: circola, si trasmette, è invisibile, non fa distinzioni e soprattutto non puoi sparargli. È una pandemia, non una guerra, si combatte con la prevenzione, con le terapie e con una sanità efficiente, non con gli aerei da caccia. I medici, gli infermieri e il personale sanitario tutto non sono soldati mandati al fronte, più che “eroi” sono vittime costrette a recarsi a lavoro per fare il loro dovere senza dispositivi personali di sicurezza. Sono professionisti stoici che sanno e accettano, con rassegnazione a volte, che per salvare delle vite dovranno purtroppo esporsi al contagio. Se c’è la possibilità di fare un paragone storico inerente alla guerra allora questo è solo quello dei soldati italiani mandati a morire nella campagna di Russia, costretti ad andare nel gelo con ai piedi gli stivali con le suole di cartone. Vittime di una follia e dell’inefficienza degli apparati superiori, vittime di chi decide, di chi comanda, di chi dovrebbe governare, vittime allora come lo sono oggi tutti i sanitari che per mancanze e sbagli altrui non hanno neanche la possibilità di curare le persone in sicurezza. Sono già 50 i medici morti, 4000 gli infermieri contagiati. A questa gente non è caduta in testa una bomba, è caduta in testa l’inefficienza delle regioni e della protezione civile.

Non è una guerra, non dobbiamo stringerci intorno al governo, padre e salvatore, per ricacciare al di là del Piave gli stranieri, no, dobbiamo, invece, pretendere dal governo la massima operosità, la più totale trasparenza e la più efficiente organizzazione possibile. Non può assolutamente venirci imposta l’alternativa tra il silenzio e l’obbedienza alle decisioni prese. Chi critica, chi solleva obiezioni, chi si pone domande, non può passare per sovversivo o per traditore della Patria. Quella fase l’abbiamo superata più di ottant’anni fa, e non sarà il Covid-19 a farci tornare indietro nel tempo. La guerra trasporta tutte le responsabilità sul nemico, divide subito i buoni dai cattivi, assegna divise: o stai da una parte o stai dall’altra. Ecco perché anche una certa politica sta usando la parola “guerra” per scaricare le colpe sul virus liberandosi così dalle proprie responsabilità che invece appaiono molteplici e che dovranno, per forza di cose, essere accertate. La  guerra genera paura, un cittadino in guerra smette di farsi domande, è confuso, spaesato e finisce per obbedire e basta. La retorica di paragonare questa pandemia alla guerra muta mostruosamente il patto che ogni cittadino libero fa con le istituzioni: alla base del rapporto la fiducia viene sostituita con la paura. 

No, non ve la caverete con la “guerra”, non stavolta: se qualcuno ha sbagliato non potrà semplicemente dare la colpa al nemico.

Quando questa pandemia sarà finita, il governo sarà tenuto a rispondere di ogni singolo morto che si poteva evitare, sarà tenuto a rendere conto di ogni contagio che si sarebbe evitato agendo prima o meglio, dovrà giustificare minuziosamente ogni giorno di libertà tolto ai cittadini, ogni azienda o negozio che non riaprirà, ogni singolo disturbo psichico causato dalla quarantena, qualsiasi abuso fatto dalle autorità e dalle forze dell’ordine contro chi usciva di casa per qualsivoglia motivo. Non è una guerra, e non sono neanche i mondiali di calcio, quando sarà finita non usciremo a sventolare tricolori ma inizieremo a porgere delle domande e allora dovranno spiegarci molte faccende che vanno dai ritardi nel prendere le decisioni, fino al perché la Germania ha quattro volte i posti in terapia intensiva che abbiamo noi, passando dalla follia delle autocertificazioni che cambiano ogni due giorni. E se alla fine di tutto questo rendere conto, qualcuno sarà trovato mancante, allora dovrà pagare la differenza e lo farà con ripercussioni personali e politiche. Tutto dovrà essere giustificato, misurato e valutato.  Ecco perché non è una guerra, sarebbe fin troppo comodo se si trattasse di una guerra.

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Redazione

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