Un primo maggio senza lavoro

Mai la festa dei lavoratori è stata così triste. A causa del coronavirus ma anche dell’incapacità di Conte e soci molte persone un lavoro non ce l’hanno più.

Quando hai al governo un movimento  che fonda il suo successo su concetti come decrescita felice e  stai a casa che ti paghiamo noi, e un partito che ormai di socialdemocratico ha ben poco ed è finito per essere il partito dei pensionati di lusso, dei dipendenti statali, della borghesia pariolina e dei dirigenti super tutelati; succede che molte fasce di lavoratori, i più deboli, non siano più tutelate, succede che nessuno pensi più a loro e queste categorie finiscono per prime nel tritacarne sociale che li trasforma da lavoratori a disoccupati, da piccoli imprenditori a sussidiati, da gente fiera che tirava avanti con il lavoro a volti grigi e con la testa china in fila alla Caritas.

L’elenco di chi compone queste categorie è lunghissimo, parliamo dei parrucchieri e quindi di tutti i lavoratori vicino a loro, dai garzoni che stanno lì per imparare il mestiere e dei rappresentanti di commercio che non sanno più a chi proporre i loro prodotti, quindi il discorso va ai centri estetici e alle migliaia di professionisti che ci lavorano dentro, un indotto fermo da mesi. Parliamo degli operatori del turismo partendo dai ristoratori e quindi cuochi, camerieri, lavapiatti; proseguiamo con gli albergatori e tutto il seguito di addetti alle pulizie, facchini ma anche degli operai delle lavanderie industriali, il settore alberghiero ha un indotto enorme dietro. Parliamo dei commercianti ambulanti che si spostano da una fiera all’altra per vendere oggetti, merce, alimenti che loro stessi comprano da altri: un intero settore fermo. Parliamo dei professionisti che lavorano nelle discoteche, dal dj fino al buttafuori passando per cubisti e cubiste.

Parliamo dei tassisti che non hanno più nessuno da accompagnare in stazione e non hanno più nessuno da prendere all’aeroporto per accompagnarlo in centro.

Parliamo dei venditori di souvenir che stanno in ogni angolo di qualsiasi città d’arte italiana.

Parliamo di un numero enorme di lavoratori, visibili e invisibili, collegati direttamente o indirettamente a vari settori, che stanno fermi da mesi.

In Italia tutti quelli, chi più e chi meno, coinvolti in questa grandissima e sparpagliata categoria sono milioni. Sì milioni. E stanno pagando un prezzo troppo alto. Per loro niente sarà più come prima.

Sia chiaro, dal governo non ci si aspettavano miracoli, il virus c’è, e i miracoli non li chiediamo a quelli bravi figurarsi a un mozzorecchi come Conte. Ma andava fatto di più, e andava fatto meglio. Come prima cosa bisogna sempre ricordare che in Italia il lockdown è stato il più severo e isterico del mondo, quindi significa che il problema poteva essere affrontato diversamente rispetto a come si sarebbe affrontato secoli fa, ossia obbligando la gente a stare a case e basta.

Come seconda cosa ricordiamo che il nostro lockdown oltre ad essere il più severo è anche il più lungo, questo perché mentre negli altri paesi con organizzazione e tecnologia i danni sono stati limitati mentre qui stiamo ancora, dopo due mesi, a discutere del prezzo delle mascherine; quando altrove si parlava già di tamponi, test, tracciamenti, quarantene personalizzate e ospedali specifici per il Covid19, da noi si forgiavano slogan come Milano non si ferma.

Queste sono le colpe del governo, non certo il virus in sé.

Ma le colpe sono enormi anche verso tutta quell’insieme gigantesco di lavoratori citati prima, una parte fondamentale e vitale per il nostro paese che non stanno ricevendo aiuti, che non vedono piani per la ripartenza, che stando fermi semplicemente muoiono. Tutte persone che sono state dimenticate, spesso sono state anche derise con frasi “ma come si fa a pensare di andare dal parrucchiere o di uscire per mangiare una pizza”, frasi dette in modi superficiale, e la superficialità è sempre sinonimo di stupidità, frasi dette da chi ha sempre visto quei lavoratori solo in funzione della propria acconciatura o del proprio piacere che si prova nell’uscire a cena fuori la sera. Ma dietro quei lavoratori c’è un mondo, ci sono famiglie e figli da mantenere, ci sono vite spezzate e lavori che non riavranno mai più.

Non sono rappresentati da nessuna forza politica seria, i deliri salviniani che ogni tanto li cita non contano niente, lui fa pesca a strascico e basta. Ma questo succede, e lo abbiamo scritto sopra, quando al governo hai persone che del lavoro non ne sanno niente, che vorrebbero cittadini schiavi dello Stato. Cittadini, e di questo abbiamo le prove, a cui vorrebbero concedere le libertà. Concedere, non riconoscere.

Buon primo maggio. Buona festa dei lavoratori.

Redazione

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