Curon, la nostra recensione

Arriva su Netflix la serie ambientata in Alto Adige.
Progetto ambizioso ma fallimentare che vorrebbe imitare Dark e Stranger Things ma senza averne l’audacia né il budget

La serie italiana di Netflix è ambientata a Curon Venosta, (che è un po’ come se Stranger Things si fosse chiamata Hawkins) in alto Adige, sulle rive del Lago di Resia che ricopre l’antica città di Curon lasciando scoperto solo lo spettrale campanile della locandina. La trama si sviluppa  proprio intorno ad alcune leggende che riguardano il campanile, si dice infatti che in alcune giornate d’inverno è ancora possibile sentirlo suonare anche se le campane sono state rimosse nel 1950.

La storia è quella di Anna (Valeria Bilello) che, dopo essere fuggita da Milano da un compagno violento con i suoi gemelli Daria (Margherita Morchio) e Mauro (Federico Russo), torna nella casa che aveva lasciato diciassette anni prima dopo aver vissuto un trauma doloroso. Qui (ri)trova una comunità chiusa che non sembra vedere di buon occhio il suo ritorno. Tra questi anche il padre della donna che non vorrebbe figlia e nipoti in quel luogo in cui aleggiano miti e leggende. Ma quando Anna scompare nel nulla i suoi figli dovranno addentrarsi tra i misteri di Curon per tentare di ritrovarla.

La trama, come è possibile notare da questa breve introduzione, è un’accozzaglia di cliché già visti che fanno il verso a serie come Dark o Stranger Things con la soluzione paranormale spoilerata già dal logo della serie. Curon, inoltre, viene dipinto come un paese di persone che si svegliano sempre dalla parte sbagliata del letto e che si odiano tutte l’una con l’altra tanto che i protagonisti non possono nemmeno noleggiare un pedalò nella rimessa cittadina perché il gestore ha dell’odio represso da generazioni verso la famiglia dei ragazzi. Come se questo già non bastasse a rendere l’ambiente ostile, la scuola è paragonabile ad un carcere americano dove chi mena per primo ha sempre ragione.

Ma Curon non ha né tutto il budget di queste due serie né la loro audacia. Piuttosto, commette lo stesso errore delle altre produzioni italiane Netflix (fatta eccezione per il bel Summertime), ovvero pensa che il brand della piattaforma basti ad essere sinonimo di serie cult ed evento. Ed, ahimè, non è proprio così.

Curon non inventa nulla di nuovo (non entriamo troppo nel dettaglio per evitare spoiler, ma di serie tv statunitensi che hanno sfruttato lo stratagemma narrativo che si vedrà lungo la serie ce ne sono state parecchie in passato), eppure a volte si crede di essere quell’innovazione che mancava. E nel farlo, non butta davvero il cuore oltre l’ostacolo.

Stroncare Curon senza mezzi termini, però, sarebbe sbagliato

Certo, non sarà la serie dell’anno ed ha alcuni difetti da sistemare, ma ricordiamoci che realizzare una serie sovrannaturale/fantasy non è cosa da tutti i giorni. Sovvertire l’ordine naturale delle cose, creando una mitologia ad hoc e rimanere credibili è una sfida a cui, se all’estero sono più abituati ad affrontare, in Italia non è all’ordine del giorno.

Negli ultimi anni ci sono stati dei tentativi che hanno avuto esiti altalenanti: grazie alla Rai abbiamo avuto Sirene (che ha declinato il genere sulla comedy) e La Porta Rossa (il cui successo lo si deve anche alla forte impronta crime), mentre Mediaset anni fa ci provò con Il Tredicesimo Apostolo e Sky più di recente con Il Miracolo.

Ora tocca a Netflix Italia che ha adattato il genere alle proprie esigenze e pensando ad una distribuzione mondiale istantanea. Questo vuol dire farsi riconoscere subito ed agganciare il pubblico nel minor tempo possibile, ma anche cercare un’impronta italiana che permetta alla nostra serialità di fare un ulteriore passo nel mercato straniero. Un passo che, con Curon, inciampa però nella neve di montagna e cade tra propositi non realizzati.

Redazione

La nostra redazione comprende vari articolisti che imparerete a conoscere di volta in volta leggendo post specifici. Il lavoro di "squadra" rimane identificato come redazione

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