Donne senza giustizia.

Violate, umiliate, private della libertà di scegliere. Alcuni le considerano complici degli stupratori. La legge spesso si dimentica di loro. Sono le donne violentate

Non passa giorno senza leggere su qualche giornale la notizia che uno stupratore è uscito dal carcere. Se fosse uscito al termine di una pena giusta se commisurata al reato commesso, e la pena giusta secondo noi dovrebbe essere compresa tra i quindici e i vent’anni, non ci sarebbe niente di sconvolgente nel leggere queste notizie.

Ma non è così.

Assolutamente no. In Italia escono presto, prestissimo, molte volte anche dopo solo qualche mese.

Volendo citare tutti i casi non basterebbe un’intera enciclopedia quindi la cosa più sensata da fare e soffermarci sugli ultimi casi, sull’attualità.

Jesolo. Già scarcerato il marocchino accusato di aver stuprato una diciassettenne. In questo caso il giudice non ha proprio convalidato l’arresto perché secondo un audio di whatsapp, che però non è stato possibile ascoltare, la ragazza era consenziente. Inoltre il gestore della discoteca “Il Muretto” ha dichiarato che i due si sono allontanati verso il parcheggio a braccetto (come se questo significasse qualcosa!)

Nonostante quindi i medici hanno accertato la presenza di segni di violenza sul corpo della ragazza il giudice non ha ritenuto giusto trattenere il presunto aggressore in carcere.

Questo è un caso ancora in fase istruttoria, forse l’accusato è davvero innocente o forse no, ci è sembrato comunque giusto inserirlo.

Ragusa. Il caso di Sergio Palumbo, l’uomo che con la scusa di aiutare la moglie vittima di un malore ha sequestrato e violentato una trentenne per ore. Palumbo ha precedenti specifici per violenza sessuale. Nel 2018 adescò una prostituta on line e dopo averla caricata sullo scooter si ferma in una stradina di campagna dove le ruba i soldi e poi la violenta. Condannato a due anni e mezzo di galera esce dopo quattro giorni. E torna di nuovo a fare del male. Probabilmente per questo secondo stupro riceverò una condanna vera, non i domiciliari, ma resta la prima aggressione, quella per cui si è fatto solo quattro giorni in carcere. Quattro giorni.

Viterbo. La vicenda che riguarda i due militanti di Casapound.

Licci e Chiricozzi devono rispondere di stupro di gruppo e lesioni aggravate ai danni di una 36enne viterbese, vittima di una brutale violenza sessuale filmata coi telefonini, lo scorso 11 aprile all’Old Manners Tavern di piazza Sallupara.

Sono già fuori dal carcere, anche loro ai domiciliari. Sono stati in carcere solo 4 mesi e mezzo.

Napoli. I tre ragazzini accusati di aver stuprato una sedicenne. Lei li aveva riconosciuti su Facebook, sono stati nel carcere minorile pèochi mesi, adesso sono entrati in un programma di recupero, faranno i pizzaioli, se durante il loro percorso si comporteranno bene (non nel fare le pizze, sia chiaro) il loro reato potrebbe considerarsi estinto. Come se non fosse mai successo. Gli abusi, secondo il racconto della vittima, sono avvenuti lo scorso giungo nella zona di Marechiaro, a Posillipo. Le indagini, coordinate dalla Procura per i Minorenni, erano scattate subito dopo la violenza e sono partite dalle dichiarazioni rilasciate dalla ragazza nell’ospedale dove era stata portata dai genitori e dove erano state prelevate le tracce biologiche per eseguire il test del dna. In un primo momento la giovane aveva detto alla madre che si era trattato di rapporti consensuali. Poi aveva cambiato di versione e a aveva raccontato a carabinieri e familiari di quel giorno: l’invito a spostarsi in un luogo in disparte e poi il tentativo di violentarla. Uno di loro, aveva detto, è riuscito ad avere con lei un rapporto completo.

Napoli. Quest’altro episodio era noto alle cronache come lo stupro della circumvesuviana.

La vittima aveva già ricevuto l’attenzione dei tre ragazzi coinvolti, tutti tra i diciotto e i vent’anni, alcune settimane prima.

Le immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti in stazione sono state confrontate con i profili Facebook e il racconto della vittima, che era stata avvicinata con la scusa di chiederle scusa per l’aggressione precedente e l’invito a fumare insieme una sigaretta. La 24enne segue i tre fino all’ascensore, dove inizia l’incubo. Subisce le violenze, impietosamente riprese dalle telecamere presenti in stazione.

Per il giudice la ragazza è consenziente, i tre sono già fuori, non dovranno neanche subire il processo. Per la legge non hanno fatto niente.

Potremmo continuare ma questi casi bastano per descrivere la gravità di quello che succede.

In Italia se violenti una donna, se la picchi, se la privi della sua dignità, se le togli la possibilità di dire sì o no, se commetti uno dei crimini più aberranti: violare un corpo senza consenso, se la condanni a una vita di paura, se comprometti in modo irreparabile il suo rapporto con il sesso, come spesso accade alle vittime di violenza, se fai tutto questo non paghi. Oppure paghi poco. Troppo poco.

Eppure il nostro è uno dei codici penali più severi d’Europa.

Ancora una volta è la certezza della pena che sembra mancare e che ha suscitato polemiche. Il codice penale, all’articolo 609 bis, modificato quest’anno con il cosiddetto codice rosso che dovrebbe dare la precedenza ai casi di abusi sulle donne, indica una pena da 6 a 12 anni di reclusione per abuso e violenza sessuale (senza la specifica indicazione di un reato di stupro).

A questo si aggiungono le aggravanti: uso di armi, alcol, minore età della vittima. Si arriva al massimo a 24 anni.

I riti abbreviati portano anche in questi casi però alla riduzione di un terzo della pena ed è possibile la sospensione condizionale. Per le pene inferiori a due anni, in caso di non pericolosità sociale e mancato rischio di reiterazione del reato, possono essere concessi i domiciliari.

Altri ordinamenti europei contemplano il reato specifico di stupro come in Francia. La pena è di 15 anni che possono arrivare fino all’ergastolo con le aggravanti. Anche in Germania la pena è di 15 anni, con un minimo di un anno per altre forme di violenza sessuale.

Qui non si augura il carcere a nessuno e restiamo contrari a tutte le forme di populismo che invocano i processi del popolo. Eppure il problema c’è, ed è grosso, una macchia sulla coscienza nazionale: troppo spesso le donne vittime di violenza non ricevono giustizia.

Redazione

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