Il presidente Mario Draghi spazza via il povero Giuseppi

In due giorni l’attuale presidente del Consiglio ha definitivamente cancellato tutta la falsa propaganda messa in piedi dal Conte

Mario Draghi ha una volta per tutte buttato nell’indifferenziata la propaganda di Giuseppe Conte archiviando lui e la sua ombra iettatrice, facendo cogliere, ancora una volta, a tutti la differenza spaziale di stile e di contenuti rispetto a quel pover’uomo ancora tutto indaffarato nel cercare di rubare il Movimento 5 stelle a quell’altro buffone di Beppe Grillo. Martedì a Cinecittà con la scenografica presentazione del sì europeo al Recovery Plan italiano a fianco di Ursula von der Leyen. Mercoledì alla Camera e al Senato parlando alla sua maggioranza e non solo del Consiglio europeo, ecco gli scenari in cui si è consumata l’archiviazione del povero Giuseppi, l’avvocato impomatato buono per tutte le stagioni.

Qualche vedova inconsolabile grillina ha pianto e si lamentata del mancato riconoscimento da parte di Draghi degli inesistenti meriti del predecessore. Bersani anche ha sottolineato come Draghi non abbia mai nominato Conte, ma quando parliamo di Bersani parliamo di un uomo senza più dignità che ha fatto della vedovanza per Conte una missione divina. Bersani è la suora addolorata di Conte, il suo è un fanatismo verso una religione nata morta, quella dei Testimoni di Giuseppi. Avrebbero dovuto invece, al Senato, battere le mani per non averlo citato nel solo passaggio del discorso di Draghi in cui andava citato Conte: quello della totale assenza del premier italiano da ogni tavolo europeo dove si decideva di immigrazione. Con stile Draghi invece ha evitato di farlo, limitandosi a ricordare come l’ultimo premier italiano ad essersene occupato prima di questo consiglio europeo era stato Gentiloni.

Ma è stato sul PNRR che la distanza fra Draghi e la falsapropaganda da quattro spicci spacciata per mesi da Conte è diventata misurabile in anni luce. A differenza di Giuseppi l’attuale premier parla di cose che conosce veramente. Non sottovaluta affatto l’importanza dei 191,5 miliardi di finanziamenti europei assegnati all’Italia (68,9 a fondo perduto e 122,6 a prestito), ma non la esagera, non la vende come un miracolo o come la manna dal cielo, perché sa bene che ci saranno difficoltà e che ci si troverà davanti e le gravi debolezze del Paese ingigantite nell’ultimo anno per una gestione dell’impatto economico dell’epidemia che in Italia è stata senza ombra di dubbio tra le peggiori al mondo.

Non è un caso se siamo oggi uno dei soli tre paesi fra i dodici i cui PNNR sono stati approvati dalla Ue a chiedere e pure integralmente la quota di prestiti prevista in quei programmi. Oltre all’Italia lo hanno fatto in parte solo Grecia e Portogallo. Spagna, Francia, Germania e tutti gli altri hanno rinunciato a quella quota pure prevista nei programmi iniziali. Il motivo è semplice: le loro economie hanno retto meglio l’urto del Covid 19, e i loro spread sono restati assai bassi, rendendo più conveniente i tassi di indebitamento nazionali di quelli previsti dai prestiti europei.

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Redazione

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