Elezioni regionali 2020: Analisi e considerazioni

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Il M5S muore ma si porta dietro la democrazia rappresentativa. Salvini barcolla ma resta in piedi. Il PD di Zingaretti tiene e riesce a non perdere.

Parlare di una vittoria del Pd e di Zingaretti, come ha fatto ieri per primo Enrico Mentana, significa alterare la realtà, mistificare i fatti, inventarsi una storia falsa da vendere per vera ad ascoltatori privi di senso critico. Zingaretti non ha vinto, è riuscito a non perdere, è ben diverso. A conti fatti il centro destra si è tenuto le sue regioni e ha conquistato le Marche dove praticamente non aveva mai governato. Dopo l’Umbria, la destra, si è presa un’altra regione storicamente di sinistra. Le Marche non hanno il valore simbolico di Toscana ed Emilia Romagna, questo possiamo concederlo, ma si tratta pur sempre di una regione che il centro sinistra ha amministrato per 25 anni.

Il PD si tiene la Toscana e la Puglia, ed è sulla prima che vogliamo, per un attimo, provare a sviluppare ragionamento diverso da quello che si è diffuso nelle ultime settimane: sono stati i sondaggi a creare una realtà che nei fatti non esisteva. Sono stati i sondaggi a drammatizzare le elezioni in Toscana. Per settimane ci hanno parlato di una lotta all’ultimo voto tra Giani e la Ceccardi ma questa lotta era una lotta inventata appunto dai sondaggi. Non c’era niente di vero. Il risultato è stato quello di far passare una vittoria scontata, come lo è sempre in Toscana, per un trionfo, ma non è stato così. Tenersi la propria roccaforte non significa vincere, significa resistere, sono due cose diverse. Se poi, grazie alla tensione creata dai sondaggisti, il semplice fatto di continuare a governare una regione che hai sempre governato appare come una vittoria, allora il problema è di come percepisci la realtà. Il sondaggio sulla Toscana mandato abilmente in giro ha avuto l’effetto di trasformare un sostanziale pareggio in un trionfo.

La Puglia anche rimane al centrosinistra, a conferma che il PD non guadagna niente, si tiene tre regioni e ne cede una. Tuttavia, a differenza della Toscana, quella in Puglia è una vittoria importante che dà peso alla tenuta del PD in questa tornata elettorale. Un PD che tiene appunto, resiste, grazie al più grillino dei suoi dirigenti, Emiliano, il più populista, uno che tra l’altro nello stesso Pd non gode di una simpatia omogenea. Vince, Emiliano, grazie a un assembramento di liste che coinvolgevano molti suoi ex nemici. Un’ammucchiata abbastanza orripilante intrisa di clientelismo.

Piccola parentesi sulla Campania dove ha vinto De Luca, non il PD che neanche lo voleva e che se avesse dato retta alle Sardine e al M5S probabilmente avrebbe perso anche lì. Se il Pd vuol far passare tutto questo per una vittoria faccia pure ma invece di festeggiare forse dovrebbero interrogarsi a lungo e seriamente sui risultati di Liguria e Veneto.

Le affermazioni di Toti e quella plebiscitaria di Zaia ci confermano che il PD è di una debolezza disarmante nei territori più produttivi del Paese. I motori economici dell’Italia, le zone ricche, quelle che grazie alle loro tasse tengono in piedi tutta la baracca non si sentono rappresentate dal centro sinistra, vogliono autonomia, si sentono sempre meno “italiani”, sognano di andarsene e il PD non riesce a intercettare le loro lamentele, i loro disagi e la loro smania di mollare tutto per costruirsi una nazione autonoma. Far crescere tutto questo, senza contrastarlo, è sicuramente uno dei più grandi fallimenti non di questo PD, e quindi non imputabile al solo Zingaretti,  ma di tutte le ultime classi dirigenti del centro sinistra.

Tuttavia guardando ai risultati con lucidità politica è evidente che il PD, pur non vincendo, ne esce molto rafforzato soprattutto per quanto riguarda il suo peso nel governo. Il M5S è morto, in Veneto ha una percentuale ridicola e dove va bene raggiunge a stento il 10%. I sondaggi del Fatto che lo davano, a livello nazionale, intorno al 19%, sono appunto i sondaggi di un giornale di partito, niente di più, sono carta sprecata che si sarebbe potuta risparmiare. Purtroppo il colpo di coda di questi ciarlatani grillini ha distrutto il parlamento, lo ha decimato con un colpo di machete violento, crudele e insensato, portato con la rabbia cieca e populista che lo ha sempre contraddistinto. Fortunatamente nel nuovo parlamento, che sarà meno numeroso, ci saranno anche molti grillini in meno e questa, nonostante tutto, è una buona notizia. Adesso il Pd ha il coltello dalla parte del manico perché non ha più paura delle elezioni, a differenza del M5S che visti i risultati ne ha il terrore, e può chiedere alla controparte qualsiasi cosa. Dal stracciare i decreti sicurezza fino a qualche ministero in più. Ora il Pd può chiedere tutto, il M5S accetterà perché per loro ogni giorno in più passato in parlamento è una conquista. Vogliono un parlamento più piccolo ma nella loro ipocrisia, nel loro essere attaccati alle poltrone ben si guardano da chiedere le elezioni per dar vita alla loro mostruosa creatura. Vogliono un parlamento con 600 poltrone ma per adesso mantengono ben saldo il culo sulle poltrone in più che ci sono. Il PD ha il dovere di approfittare di questa posizione di forza per rimediare agli errori fatti durante questa convivenza, ha il dovere di dettare l’agenda e di accettare il MES. In poche parole ha il dovere di ribaltare la situazione: non deve essere più lo zerbino di un M5S che nei fatti non esiste più.

Nonostante i grillini siano stati spazzati via, festeggiano, lo fanno perché questo inutile taglio dei parlamentari era un loro cavallo di battaglia ma a dimostrazione di quanto ormai i cittadini non sopportino più i cinque stelle c’è il dato di Roma, dove il NO è sopra di 9 punti rispetto alla media nazionale, un NO che è frutto dell’effetto Raggi. In città la sindaca non può vederla più nessuno, la odiano, solo che siccome l’hanno votata in massa adesso si vergognano e stanno zitti.

Per quanto riguarda invece Salvini c’è da dire qualcosa di importante: la sua stella si è offuscata, i suoi modi hanno stancato, gli elettori iniziano a disilludersi ma ogni voto perso da lui va alla Meloni (l’unica che ha vinto davvero ieri). Salvini non è più il leader indiscusso del centro destra, da una parte c’è appunto la Meloni, dall’altra Zaia che rappresenta una Lega diversa, più di governo, più concreta, meno rosari e citofonate più lavoro e pragmatismo. Salvini è ancora il capo del primo partito italiano ma ogni giorno che passa il suo appeal diminuisce, per questo ha fretta di andare a votare, probabilmente è l’unico che ci guadagnerebbe da eventuali elezioni anticipate, più passa il tempo e più cede punti percentuali a Fratelli d’Italia.

A proposito di Italia diciamo anche qualcosa sul partito di Renzi, Italia Viva. Risultato molto al di sotto delle aspettative il suo, anche se sorprende il quasi 7% in Campania che però resta un numero isolato, altrove le cose sono andate meno bene, anche in Toscana e persino nella sua Firenze, Renzi non è riuscito a sfondare, raggiungendo un 4.5% davvero poco incoraggiante. Quando nacque Italia Viva noi ipotizzammo che potesse raggiungere una percentuale tra il sette e l’undici per cento. Siamo stati generosi e ottimisti, i dati parlano di cifre più basse ma non irraggiungibili; resta il fatto però che alla prima prova le cose sono andate un po’ malino. Peccato perché Italia Viva è piena di gente capace, amministratori esperti e persone intelligenti che potrebbero contribuire al benessere del Paese affrontando i molti problemi che lo affliggono.

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Redazione

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