Eutanasia e suicidio assistito. Quali sono le differenze.

Dopo la storica sentenza della Cassazione su Dj Fabo si riapre il dibattito pubblico.

“Non è sempre punibile chi aiuta al suicidio” così hanno deciso i giudici della Corte Costituzionale sul caso di Marco Cappato, leader dei radicali, che rischiava fino a 12 anni di carcere per aver accompagnato in Svizzera Dj Fabo.

Subito sono cominciate le speculazioni politiche, sicuramente andranno avanti per giorni, settimane. Salvini, da chissà quale località turistica, ha già fatto sapere che la vita è sacra. Meno male, adesso ci sentiamo tutti più tranquilli, ora possiamo provare a capire cosa significa suicidio assistito e quali sono le differenze con l’eutanasia perché a volte distinguerli non è semplice.

“La principale differenza tra eutanasia e suicidio assistito sta nella persona che esegue l’ultima azione”, questo è quanto dice Richard Huxtable, professore di etica e diritto sanitario all’università di Bristol.

Ci sembra un ottimo punto da cui partire.

Con eutanasia si intendono delle azioni intenzionali che pongono fine alla vita di una persona, con l’obiettivo di mettere un termine alle sue sofferenze, e nelle quali “l’ultimo atto” lo compie una persona diversa dall’individuo in questione, per esempio un medico. Se l’interessato l’ha richiesta, è definita “eutanasia volontaria”

In quel “persona diversa” sta la chiave per capire al meglio la differenza, infatti nel suicidio assistito  vi è invece un aiuto fornito a una persona che esprime la volontà di mettere fine alla propria vita: in altri termini l’atto finale lo compie la persona stessa. Fabiano Antoniani, Dj Fabo,  pur essendo tetraplegico, è stato in grado di attivare una pompa infusionale schiacciando con i denti un pulsante. Nel suo specifico caso l’aiuto è consistito nel preparare la macchina e i procedimenti necessari per assumere la sostanza, ma il gesto finale è rimasto suo.

D’altronde quando parliamo di suicidio diamo sempre per scontato che oltre alla volontarietà sia presente un’azione concreta, un gesto.

Esistono però due tipi di eutanasia: una eutanasia attiva e una passiva. In quella attiva il medico somministra un farmaco. Nell’eutanasia passiva invece i sanitari si limitano a sospendere le cure o a spegnere le macchine che tengono in vita un paziente.

Ecco perché eutanasia attiva e suicidio assistito vengono riuniti insieme nella definizione di “morte assistita”

Le distinzioni non si fermano qui. L’eutanasia, attiva o passiva, può essere volontaria, se il paziente è in grado di decidere e la richiede (ricordiamo la battaglia di Piergiorgio Welby); può essere involontaria, se il paziente sarebbe in condizione di decidere ma il suo consenso non viene richiesto; e può essere non volontaria, se il paziente non è più in grado di prendere una decisione e allora qualcuno deve prenderla per lui.

Come viene affrontata la questione nel resto del mondo?

L’eutanasia è permessa per uno stato di “costante e insopportabile sofferenza fisica e psichica del paziente”, in Belgio, Lussemburgo, Olanda, e in Oregon (USA)

L’eutanasia è permessa per uno stato di “costante e insopportabile sofferenza fisica e psichica del paziente”, in Belgio, Lussemburgo, Olanda, e in Oregon (USA)

In Portogallo per casi di estrema gravità si possono autorizzare atti per l’interruzione dei trattamenti terapeutici. In Svezia l’eutanasia attiva è vietata, ma è tollerato il suicidio assistito, così come in Germania. In Finlandia e in Norvegia l’eutanasia passiva è legale, a condizione che l’interessato presenti un’apposita istanza.

In Svizzera, è tollerato il suicidio assistito. In Francia la legge relativa ai diritti dei malati terminali riconosce loro la possibilità di richiedere una “degna morte”: sono praticabili le cure palliative e l’eutanasia passiva. Resta vietata la possibilità di praticare l’eutanasia attiva.

Molto chiara e severa è invece la legislazione presente nel Regno Unito dove l’eutanasia è assimilata all’omicidio. In Ungheria, è ammessa la sola eutanasia passiva su richiesta dell’interessato.

Negli Stati Uniti, la Corte suprema ritiene legittima l’eutanasia passiva e il governo federale ha autorizzato i singoli stati a regolamentare tale materia. In Canada, l’eutanasia è vietata ma, in alcune province, è tollerata la forma passiva.

In Colombia, l’eutanasia non è disciplinata dalla legge, ma di fatto è legittimo praticarla sulla base di alcune pronunce grazie della Corte Costituzionale. In Cina, dal 1998, gli ospedali sono autorizzati dalla legge a praticare l’eutanasia ai malati terminali.

Nell’ordinamento italiano l’eutanasia e il suicidio assistito sono atti entrambi punibili dagli articoli 575, 579, 580 e 593 del codice penale, ma è evidente che dopo la sentenza di ieri la materia va ridiscussa profondamente. L’augurio è che la politica, almeno in questo frangente e trattandosi di un tema molto delicato, metta da parte gli slogan e i toni propagandistici e si applichi con serietà, coinvolgendo medici e giuristi, nel produrre finalmente una legge chiara che offra a chi lo desidera la possibilità di una morte priva di sofferenze, là dove ormai la morte è l’unica alternativa al supplizio.

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