Evoluzione del concetto di tempo nella filosofia

Che cos’è il tempo? Come sosteneva Sant’Agostino, tutti sappiamo cosa sia il tempo fino a quando non ci viene chiesto di definirlo rigorosamente. La filosofia ha tentato di definire i concetti di spazio e tempo, iscrivendo le proprie speculazioni in un’area di intersezione comune alle ricerche della fisica, della scienza nonché della religione e anche della psicologia, i cui esisti sono stati, spesso e volentieri influenzati dal contesto storico e culturale.

La filosofia greca ci ha abituati ad una duplice lettura del tempo. Esisteva infatti per i greci un aspetto quantitativo del tempo, associato alla misurazione matematica, cioè chrònos, da cui la parola italiana “cronometro” che ci fa pensare proprio alla regolarità, alla precisione e un tempo qualitativo che i Greci chiamavano kairós, che rimanda ad un preciso archetipo. 

Il tempo inteso come kairósè poi la concezione che finì per creare una corrispondenza astrologica tra macrocosmo e microcosmo, dunque tra universo e vita umana, per cui, ad esempio, se il mercante voleva vendere la sua merce e trarne grosso profitto, doveva aspettare ciò che si potrebbe definire “momento opportuno”. 

Lo stesso valeva naturalmente per le vittorie militari, i matrimoni, le assemblee cittadine e ogni altro aspetto sociale e civico del mondo antico.

Non stupiamoci neanche troppo di queste credenze, poiché sebbene non abbiano alcun fondamento scientifico, giacché la superstizione non è scienza, tuttavia anche oggi, molte persone credono in oroscopi, maghi e veggenti, quindi parliamo di sistemi di credenze che rappresentano un chiaro retaggio culturale mai cancellato definitivamente.

Anzi, di questa relazione macrocosmo/microcosmo ne esiste addirittura una dimensione che la scienza ha considerato possibile. Nella psicologia analitica, Jung ha parlato di sincronicità, cioè l’interazione tra due eventi non deve essere intesa come fenomeno casuale ma piuttosto come una sintonizzazione di essi sulla medesima lunghezza d’onda.

Ciò rimanda alla teoria del “campo morfico” per cui spazio e tempo sarebbero dotati di una frequenza vibratoria capace di influenzare il comportamento e anche la forma degli esseri viventi, fino ad arrivare ai recenti sviluppi della fisica quantistica con il concetto di entaglement[1].

E’ dunque piuttosto intuitivo che il tempo qualitativo è legato all’esperienza e risponde alla specifica finalità di interpretarla e darle un senso, mentre il quantitativo serve all’uomo per ottimizzare il tempo disponibile in termini di mesi, anni, minuti, cioè il tempo necessario allo svolgimento delle diverse attività, aspetto, quest’ultimo, direttamente proporzionale all’organizzazione economica di una data società. 

Il modello quantitativo è ciò che solitamente si rappresenta attraverso una linea retta a sua volta segmentabile in presente, passato e futuro, mentre quello qualitativo, basato su modelli perenni e fuori dal tempo misurabile, rimanda ad una visione ciclica del tempo e si schematizza attraverso un cerchio, simbolicamente incarnato dall’esoterismo del serpente Uroboro.

Il serpente Uroboro si morde la coda con i denti e dunque la testa è l’alpha e la coda l’omega. Inizio e fine si saldano, per cui gli eventi nel corso della storia sono destinati a ripetersi. Combinando le due visioni otteniamo poi una terza rappresentazione: il tempo a spirale.

L’Uroboro è tra l’altro tipico delle antiche società e non si riscontra solo in occidente, ma anche nella filosofia indiana, buddista, nell’antica persia e nelle civiltà precolombiane.  

Interessante notare come il concetto di un tempo ciclico sulla scia di Platone o Polibio, in stretto riferimento agli eventi politici, lo ritroviamo anche nei famosi “corsi e ricorsi” di Vico o tra gli economisti, nelle teorie che alternano ciclicamente periodi di espansione e periodi di crisi nelle società.

Alternativa alla concezione del tempo come iterazione, ma anche come progresso, fu la dialettica hegeliana, il divenire triadicamente articolato in tesi-antitesi-sintesi da Marx ripresa, in un certo senso, anche se in ottica materialista. Questa concezione tenta infatti di coniugare tempo ciclico e tempo lineare.

Sicuramente l’aspetto più affascinante del tempo è il concetto che filosofia e fisica hanno di esso, a partire proprio dai paradossi di Zenone sul tempo. Zenone di  Elea, che difendeva a spada tratta le teorie del maestro Parmenide, arrivò addirittura a negare tempo e movimento. Fra i paradossi sul tempo, quello più noto è il paradosso di Achille e la tartaruga. In una fantomatica gara di velocità tra Achille, piede veloce e una tartaruga, animale noto per la sua lentezza, qualora Achille per sportività, dato l’handicap proprio di ogni testuggine, le desse un vantaggio, Achille non avrebbe poi più modo di raggiungerla. Se Achille parte da un punto A e la tartaruga da un punto B, l’eroe è di fatto separato da una distanza x dalla tartaruga e pur considerando che magari Achille viaggia 10 volte più della tartaruga, quando l’animale sarà da lui raggiunto, la tartaruga da B si sarà spostata in C, percorrendo 1/10 di x (dato che la tartaruga viaggia a 1 e Achille a 10). Quando poi Achille giunge in C, la tartaruga sarà in D, avendo percorso un altro decimo di x, dunque 1/100 e così via all’infinito. La domanda che si pone Zenone è dunque la seguente: “Può essere concepibile uno spazio infinito da percorrere in un tempo infinito?”.

La risposta è no (e non poteva essere diversamente, dato che ai tempi di Zenone non esisteva ancora una matematica infinitesimale). Quindi il movimento è illusorio. 

Il pensiero di Parmenide tuttavia non coincide in tutto e per tutto con quello di Zenone, però sostanzialmente per Parmenide l’essere è eterno (cioè ex ternum=fuori dal tempo) e il tempo invece è prodotto della doxa, della comune opinione, che non è sapienza.

Platone risente di questa concezione tanto che nel Timeo dirà che il tempo è l’immagine immobile dell’eternità, laddove per Aristotele il tempo misura il movimento secondo un primo e un poi, per cui lo spazio ci serve per definire il tempo. Fuori da questa dimensione c’è invece il primo motore immobile, eterno, immateriale, che i Cristiani chiamarono successivamente Dio.

Sorvolando, non certo per importanza, la concezione etico-intellettualistica di Seneca, una riflessione molto articolata sul tempo la troviamo in Agostino d’Ippona e ci troviamo in epoca imperiale tarda tra IV e V secolo d.C. Spesso si dice che Agostino ha tagliato la circolarità del tempo biblico per aprirlo e linearizzarlo in presente, passato e futuro. L’interpretazione è corretta, ma Agostino è un pensatore molto profondo e per capire la sua concezione del tempo, così come viene espressa dal filosofo nelleConfessioni, bisogna scavare in profondità. 

Agostino aveva letto Aristotele e ciò che il filosofo di Stagira scrisse sul tempo come misura delle cose sulla base di un prima e di un poi. Per Agostino, tutto ciò, è solo un fenomeno, nel senso di apparenza, perché per il Santo, il tempo è una percezione soggettiva, cioè propria del soggetto e denominata “distensione dell’anima”. 

La spiegazione è interessante. Agostino è cristiano e dunque per lui Cristo è l’alpha e l’omega della storia, ed ecco la circolarità, l’eternità, l’essere. L’anima, essendo immortale, partecipa di questa eternità, ma finché essa è rinchiusa nel corpo mortale, non potrà far altro che sperimentare la “distensione” dal presente, al passato al futuro, quasi questa distensione fosse un’esperienza obbligatoria per la nostra anima finché essa alberga in un copro mortale.  Perciò, per Agostino, il tempo è la distensione dell’anima che ricorda (passato) e che spera (futuro), percezione che non è mera routine, ma rivela il messaggio più profondo di Cristo: la vita di tutti noi è solo una parte dell’esistenza, concetto infinitamente più grande, sempre che concetto sia, di quanto la piccolezza e la finitudine dell’intelletto umano possano pensare. 

Ciò ha portato alla definizione di Agostino come il filosofo del tempo lineare-progressivo, interpretazione plausibile, ma il discorso agostiniano sul tempo è in realtà più complesso, anche perché con Agostino tempo e spazio sono necessari alla conoscenza umana. 

Se pensiamo, anche solo per un attimo, che determinate patologie psichiatriche attuali, sono caratterizzate da “salti temporali” che il paziente sperimenta, forse Agostino non aveva poi torto a parlare di meccanismo di distensione dell’anima. Naturalmente non dimentichiamoci la fisica quantistica che ha dato pienamente ragione ad Agostino, dal momento che per i fisici quantistici il tempo non esiste e non serve per spiegare la realtà.

Agostino lascia comunque ai posteri un bel problema e i posteri non sono soli i filosofi ma anche gli scienziati.

L’era moderna ha visto infatti Newton, sostenitore di uno spazio assoluto a curvatura zero e un tempo assoluto, contrapporsi a Leibniz che invece considerava lo spazio e il tempo come enti logici, come apparati concettuali, fino ad arrivare alla seconda rivoluzione copernicana con Immanuel Kant.

Kant aveva un sogno, il sintetico a priori, con cui si proponeva di spiegare la realtà fenomenica a prescindere dall’esperienza, affinché tutti fossero sicuri di conoscere allo stesso modo la realtà rivelata dai principi della fisica newtoniana, il solo sistema di conoscenze oggettivamente valide, che Kant voleva difendere dallo scetticismo di Hume. Purtroppo, poi, il sogno si infranse quando progressivamente si scoprirono geometrie alternative a quella euclidea su cui si basavano nella sostanza le teorie di Kant. Nell’Estetica Trascendentale, prima partizione della Critica della Ragion Pura, Kant parla di recettori o forme pure a priori di spazio e tempo. A livello percettivo, dunque, una prima sistematizzazione di qualsiasi oggetto di conoscenza, all’interno di una data griglia conoscitiva, avviene proprio tramite questi due recettori, fermo restando che poi l’informazione verrà passata all’intelletto, sede delle categorie, per la dovuta concettualizzazione. 

Lo spazio è il senso esterno e il tempo è il senso interno, dunque tutto ciò che fisicamente esiste, viene percepito, ordinato e strutturato attraverso questi ricettori.

Un efficace contributo alla riflessione sul tempo, arriva tra Ottocento e Novecento con Herni Bergson e il suo Saggio sui dati immediati della coscienza, scritto in cui Bergson evidenzia che il tempo della fisica non coincide con il tempo della coscienza. Se misuro il tempo con un orologio, ogni istante sarà qualitativamente identico agli altri, ma il tempo originario è nella nostra coscienza e da essa conosciuto tramite intuizione soggettiva, per cui ogni istante è necessariamente diverso dagli altri. 

Tuttavia, sarà solo con le intuizioni di Albert Einstein che il mondo rimarrà davvero a bocca aperta, prima attraverso la formulazione della teoria della relatività ristretta nel 1905, il suo “anno mirabile” e poi nel 1916 con la relatività generale.

Lo spazio e il tempo sono la stessa cosa e tale entità va concepita come qualcosa di sensibile ai cambi gravitazionali che possono modificarlo, ad esempio la massa di stelle e pianeti, fino a scavare vere e proprie buche profonde nel tessuto spazio temporale, i buchi neri. 

Questi mostri gravitazionali attirano tutto ciò che si trova intorno: corpi, polveri, luce e una volta oltrepassato l’orizzonte degli eventi, ciò che il buco nero attrae, lo fagocita per sempre. Se spazio e tempo sono la stessa cosa, è chiaro che nel buco nero entra anche il tempo, dunque la deformazione spazio temporale comporterebbe un rallentamento del tempo in prossimità di un buco nero, per cui un’astronave che percorre teoricamente un giro intorno al buco nero, mettiamo nel tempo di tre minuti, non si rende conto che magari sulla terra, quel minuto vale miliardi di anni. 

Il tempo rallenta in presenza di campi gravitazionali, perché il tempo non è mai assoluto, ma dipende da una costante universale chiamata celeritasche è poi la velocità della luce, pari a 300.000 km al secondo. Ben noto è il paradosso dei gemelli, in base al quale, dati due gemelli di cui uno rimane a terra e l’altro si fa un giro nello spazio a velocità elevate, diciamo vicine alla velocità della luce, quando  il gemello cosmonauta, tornerà sulla Terra, ritroverà suo fratello incredibilmente invecchiato, sperando sia ancora in vita. 

Se la curvatura spazio temporale non venne compresa a suo tempo dalla comunità scientifica, bastò l’esperimento del fisico Arthur Eddington che studiando in Africa l’eclisse solare del 29 maggio 1919, grazie all’oscurità circostante, ebbe modo di avere dati più precisi sulla posizione delle stelle. 

Il fisico inglese constatò effettivamente che una stella vicina al sole appare, per la deflessione gravitazionale della luce, in una posizione leggermente più esterna, confermando la relatività generale di Albert Einstein che da allora divenne astro nascente della fisica, il cui splendore irradiò comunque oltre oceano, dal momento che in Germania, dati i tempi, la sua fisica venne definita “ebrea” da qualche cialtrone ad Einstein coevo.

Naturalmente senza nulla togliere alla mente più geniale della storia del pensiero umano, Einstein ebbe una straordinaria capacità di sintesi dovuta anche alla sua potente intuizione. La famosa formula di Einstein ha alle spalle una lunga storia scientifica che comincia con Lavoisier che rese eterne materia e massa, per passare a Faraday e alle equazioni di campo di Maxwell, senza tralasciare il contributo di Leibniz che fu il primo a definire l’energia come prodotto di massa per il quadrato della velocità, laddove quella v2diventerà c2con Einstein.

Chiudiamo il nostro viaggio tra filosofia e fisica con la fisica quantistica. Esiste una filosofia della relatività così come esiste una filosofia della fisica quantistica. 

La meccanica quantistica, a differenza della classica dove la luce è un’onda ad esempio e l’elettrone una particella, descrive la luce ora come onda ora  come corpuscolo.

Quindi come può la luce essere tutte e due? Assurdo a primo impatto, ma riflettendoci, questa duplice natura della luce spiegherebbe il fallimento delle teorie sviluppate fino al XIX secolo circa gli atomi e le molecole[2]

La meccanica quantistica legata al nome di Max Planck fu il mattone basilare su cui si edificò la fisica atomica, la fisica della materia condensata, la fisica nucleare e subnucleare e la fisica delle particelle, tutte basate sulla teoria quantistica dei campi

Il fotone o quanto di luce verrebbe irradiato per quantità o pacchetti energetici, da cui una dicotomia tra discreto e continuo. Naturalmente tanto la fisica di Einstein quanto quella di Planck sono valide per spiegare la realtà fisica, ma nessuno è stato finora in grado di riunire le due teorie in un’unica teoria.

Riguardo il tempo, la fisica quantistica è molto chiara: il tempo non esiste. L’equazione della gravità quantistica non include il tempo. Nel mondo infinitamente piccolo, sembra che il tempo non funzioni, da cui la descrizione delle cose non su base temporale, ma semplicemente sulla relazione tra di esse. Del resto noi vediamo le oscillazioni del pendolo, lo spostarsi delle lancette dell’orologio, il sorgere e il tramontare del sole, cioè vediamo eventi, ma non vediamo il tempo, per cui il tempo è illusione. 

L’essenza del tempo rimane dunque sostanzialmente ancora magica e misteriosa.


[1]L’entanglement quantistico non conosce equivalenti nella fisica classica e definisce il concetto di stato quantico di un sistema fisico che escluderebbe ogni possibilità di descrizione singolare, per cui si parla di sovrapposizione coerente di più stati fino al collasso, ad esempio, di una particella in un determinato stato che ci consente magari di vederla e non solo. La questione è molto più complessa. Dal punto di vista sperimentale, l’entanglement implica in modo controintuitivo la presenza di correlazioni a distanza tra particelle, determinando il carattere non locale della teoria. Da ciò ne scaturiscono posizioni del tipo –  “la realtà è creata da noi”  e numerosi altri paradossi da Einstein stesso rilevati, posizioni appunto difficilmente metabolizzabili per noi figli di Cartesio, che ha separato materia e pensiero.

[2]La relazione fra natura ondulatoria e corpuscolare della luce è enunciata nel principio di complementarità e formalizzata nel principio di indeterminazione di Heisenberg.

Bibliografia

N. Abbagnano, Filosofi e Filosofie nella storia, intera collana dall’antichità al novecento, Paravia, Torino 1992.

E. Agazzi, Il tempo nella scienza e nella filosofia, Genova, 1985.

A. Einstein, Relatività. Esposizione divulgativa, Bollati Boringhieri Editore, Torino 1967

E. Paci, Tempo e relazione, Milano, 1965. 

A. Canilli, Tempo e libertà, Milano, 1963.


Chiara Bellucci

Dottoranda in Scienze Umanistiche, Filosofia Teoretica, presso l'Università Guglielmo Marconi, Roma, Italia. Titolo del progetto: Cinema e Filosofia, analisi di un rapporto a partire da Gilles Deleuze

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Una risposta

  1. Tommaso Sferrella ha detto:

    Dottoressa , salve.
    ho letto il suo articolo che ritengo molto interessante. Non amo leggere sul monitor, anche perchè quando leggo preferisco prendere appunti o fare delle sottolineature, non riesco a capire la non possibilità di stamparlo. Ritengo che i fatti culturali di un cereto livello vadano invece divulgati.
    Le sarei grato se me lo rendesse disponibile. Grazie, e buon lavoro.

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