La nostra intervista allo scrittore Fabrizio Borgio

Disponibile in libreria e negli store online “Panni sporchi” il nuovo romanzo di Fabrizio Borgio, con protagonista l’investigatore privato Giorgio Martinengo

In “Panni Sporchi per Martinengo” viene affrontato anche il tema del caporalato, un fenomeno ancora molto diffuso non solo nel sud Italia.

In merito allo sfruttamento dell’uomo, lo scrittore astigiano commenta: «Perché è una realtà presente e diffusa anche nel profondo nord, perché è un’orrenda pratica che non si è mai estinta e che a dispetto dell’essere nel ventunesimo secolo, condizioni che inconsciamente credevamo appannaggio del passato sono vive e fiorenti. Il caporalato è una barbara metafora e in troppi aspetti ricorda e riflette il mondo del lavoro, oggi».

Caro Fabrizio, siamo molto contenti di averti come ospite su Cultura & Società per parlare del tuo ultimo romanzo. Ti andrebbe per rompere il ghiaccio di presentarti con poche parole ai nostri lettori?

Felice dell’ospitalità e dell’interesse. Mi chiamo Fabrizio Borgio, classe 1968 e ho iniziato a pubblicare nel 2006. Nella vita faccio diverse altre cose: lavoro per vivere, sono soccorritore della Croce Rossa, assaggiatore di vino, appassionato di montagna e marito fortunato.

Sappiamo che hai un passato nell’Esercito. Cosa ti è rimasto di quel periodo?

Innanzitutto l’autonomia, la capacità di adattamento e l’indipendenza. Tutte caratteristiche che per un ex timido come il sottoscritto è stato vitale sviluppare. Oltre a queste, rigore, autodisciplina e una certa severità che oggi come oggi ritengo valori importanti da mantenere vivi.

In tutte le ultime interviste abbiamo chiesto agli autori di raccontarci la loro “pandemia”. Come hai vissuto il lockdown, cosa ne pensi di quello che ci è successo e cosa ci aspetterà domani?

Per tutta una concomitanza di cose nella mia vita, non posso dire di aver vissuto un vero e proprio lockdown. Essendo, come dicevo prima, soccorritore della Croce Rossa, l’emergenza pandemica mi ha impegnato in prima linea nell’affrontarla. Anche il mio lavoro nella Grande Distribuzione non ha conosciuto soste. Sono così stato ancora più impegnato e indaffarato nelle mie attività. Il misurarci con un evento di questo tipo ha posto in risalto la precarietà della nostra esistenza sul pianeta. Da sempre l’uomo convive con eventi di questo tipo ma attualmente la memoria è sempre molto relativa. Il senso di incredulità che tanta popolazione ha dimostrato nei confronti della Pandemia dimostra la fragilità della società com’è adesso. Il domani non è così scontato da prevedere. Sicuramente ci sarà una diversa sensibilità verso i rapporti sociali, un’attenzione a sintomi e malattie. Nuovi pudori ma anche voglia di libertà che l’evidenza dei tempi ha limitato nella più inaspettata delle maniere. Spero infine che, come tutti gli eventi epocali, anche questo contribuirà a un balzo in avanti nell’innovazione e nell’atteggiamento dell’uomo verso se stesso e il suo mondo.

Cosa provi quando scrivi? Come nascono i tuoi personaggi. Vogliamo provare a coinvolgere chi ci legge nei tuoi momenti creativi, scoprire le emozioni che vivi e le tue sensazioni in quegli attimi.

Penso che il termine più appropriato sia “immersione”. Quando mi siedo al PC e inizio a scrivere entro nel mondo che sto costruendo e nella testa dei personaggi che lo vivono. Scrivere è, dico sempre, un’attività molto simile all’esercizio fisico. Un allenamento costante che rafforza. Rafforza la mia capacità di analisi, di comprensione, di pormi domande e di vedere. Tutto ciò che vedo, che faccio e che vivo oltre a far parte del mio bagaglio di esperienze è un carburante che alimenta il motore delle mie storie. Tutto quello che scrivo è una mediazione tra le mie idee e le esperienze che attraverso. Idee a volte distanti tra loro che in un gioco di aggregazione finiscono spesso per l’unirsi all’interno di una singola trama, questo, anche se all’inizio, nascono magari per storie differenti. Non penso di essere particolarmente viscerale quando creo i miei personaggi. Col tempo ho imparato il distacco, un confine netto e intimo tra quel che sono e quello che divento quando mi muovo attraverso il protagonista nella storia. Un’esigenza nata dal pericolo di una eccessiva immedesimazione che può portare conseguenze spiacevoli, questo però non impedisce di mettere a fuoco sentimenti e concetti che mi stanno a cuore. Panni Sporchi è, tra le tante cose una riflessione sul senso della famiglia ed è quindi il mio punto di vista sul concetto di famiglia, per esempio.

C’è un ricordo del tuo percorso che ti sta più a cuore degli altri, un aneddoto o una particolare sensazione provata che ti piacerebbe condividere con noi?

Scrivere è un’attività solitaria, ricordo certe notti d’estate, quando avevo sedici, diciassette anni, un adolescente timido, chiuso ,a tratti selvatico che solo nella sua camera batteva sui tasti della Olivetti portatile regalata per natale dai genitori; i grilli che frinivano dalla finestra, la notte davanti ad alitare il fresco, l’abatjour che attirava i moscerini. Non desideravo altro. Ero me stesso e questa cosa continuo a provarla ogni volta che scendo in studio e mi metto alla tastiera del pc. Manca però quel suono secco e vagamente sferragliante della macchina da scrivere, per questo motivo utilizzo solo tastiere meccaniche.

Secondo esiste un segreto per conquistare i lettori?

Sinceramente non saprei dirlo. Le dinamiche che portano un lettore a essere conquistato da un libro possono essere variegate e multiformi. E non è detto che i motivi per cui io amo un libro siano gli stessi per qualcun altro. Sono alchimie intime e personali. Dal mio mi sforzo sempre di non proporre lo stesso libro con una diversa trama. Mi sembrerebbe di prendere in giro che spende soldi per leggermi.

Torniamo un po’ indietro. “Arcane le Colline” il tuo primo romanzo. Sei contento di com’è andata e soprattutto cosa ti ha lasciato scriverlo?

Opera prima immatura è la prima cosa che mi viene in mente ma da qualche parte bisogna pur incominciare e considerando tutti i difetti che aveva, il pubblico che l’aveva letto si era dimostrato magnanimo e generoso. Ha rotto il ghiaccio, mi ha fatto capire innanzitutto che potevo scrivere ed essere letto e mi ha spinto a cercare di evolvermi e migliorarmi libro dopo libro, racconto dopo racconto.

Finalmente siamo arrivati a parlare del tuo libro: “Panni Sporchi per Martinengo”. Parlacene nel modo che preferisci, abbiamo tutto il tempo.

Forse per la prima volta posso davvero parlare di noir. Non c’è un assassinio, c’è infine la ricerca di un colpevole ma il decorso passa attraverso una serie di indagini che di poliziesco sembrano avere inizialmente poco. Parla di tante cose in realtà. Parla della famiglia di Giorgio Martinengo, l’investigatore privato protagonista e parla della famiglia in generale, di che cos’è o di cosa dovrebbe essere e parla del Piemonte e dei piemontesi, del fenomeno del caporalato, degli scontri generazionali, dell’economia vitivinicola nel ventunesimo secolo. Di come da una banale questione di soldi si arriva alle estreme conseguenze. È anche una storia di amicizia e di come un’ambientazione famigliare e quotidiana come la provincia piemontese può essere scenario di sparatorie, scazzottate e inseguimenti. Volevo anche divertirmi scrivendo questa storia. Se tutto questo sia stato ottenuto però sono solo i lettori a poterlo dire. Io ci ho provato.

Qual è, secondo te, il genere di pubblico che potrebbe appassionarsi di più al tuo romanzo?

Scrivo sempre con l’ambizione di attirare il pubblico più eterogeneo possibile. Mi piacerebbe che chi legge solo saggi possa trovare spunti e riflessioni interessanti anche con un semplice romanzo di genere. Che chi è abituato alla letteratura non di genere possa ricredersi anche con un giallo fra le mani mentre all’appassionato regalargli una trama non scontata con indagini complesse ma credibili. A tutti; perché chi scrive è ambizioso e pecca quasi sempre di una inconfessata presunzione.

Chi sono, tra i grandi della letteratura mondiale presente e passata, i tuoi maestri, quelli che con le loro opere più hanno contribuito alla tua formazione, o semplicemente quelli che ammiri di più per tecnica e creatività?

Qua l’elenco può diventare lungo e complicato. Ho imparato e cerco di imparare sempre da ogni autore che incontro nella mia carriera di lettore. Se si leggono altre mie interviste in giro a domande simili, di recente mi sono accorto che alcuni nomi ricorrono sovente. Questa volta vorrei cambiare elenco per dare spazio ad altri. David Foster Wallace è stata una rivelazione che ha molto influenzato la scrittura dei miei ultimi libri, specie nella gestione dei dialoghi e nella costruzione dei periodi, che in controtendenza allo stile contemporaneo, si mostrava tortuosa e articolata. Carrere mi ha insegnato come la realtà può essere un romanzo appassionante, Romàn Gary mi ha fatto innamorare con i suoi personaggi pervasi da un’umanità straziante; Michael Chabon è l’ultima scoperta, un autore rigoroso con una capacità di costruzione del mondo narrativo unica. Tra gli italiani devo citare infine un autore per me davvero significativo: Tullio Avoledo. È lmirabile la sua capacità di librarsi tra letteratura alta e letteratura di genere. Un maestro per me.

Ultima domanda prima di salutarti e ringraziarti. Ti chiediamo una cosa semplicissima, consiglia ai nostri lettori un libro che non sia il tuo, uno soltanto.

Il sindacato dei poliziotti Yddish, di Michael Chabon. Originale, suggestivo e affascinante.

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