Filosofia contro fisica: scontro tra titani

Grazie alle ricerche della professoressa Jimena Canales è cosa ben nota lo scontro di Henri Bergson contro il fisico Albert Einstein avvenuto il giorno 6 Aprile 1922 presso la  Sociéte française de Philosophie di Parigi. La Professoressa Jimena Canales, come storica della scienza, si è occupata di questo argomento in maniera molto accurata e scrupolosa. Canales denota un curioso paradosso all’interno della Stanford Encyclopedia of Philosophy, poiché alla voce “tempo” pare sia quasi assente ogni riferimento incrociato alla figura filosofica di Bergson, pur avendo avuto la sua filosofia del tempo un consistente impatto su tutta la cultura del Novecento, come del resto anche sulla cultura odierna, se solo si pensa all’arte contemporanea e al cinema sperimentale che hanno prodotto opere perfettamente ancora collocabili nell’ambito del bergsonismo.

Questa mancata omissione potrebbe forse essere spiegata come una specie di residuo di quell’antica diatriba, ormai datata, che vide scontrarsi Albert Einstein e Henri Bergson il 6 aprile del 1922 a Parigi. Jimena Canales ha studiato e investigato la disputa del meeting più famoso del mondo di cui è stata trascritta ogni parola. Due delle menti più brillanti del Novecento si interrogavano sulla natura del tempo nell’ambito delle rispettive discipline di appartenenza.

Bergson era all’epoca un intellettuale ben noto che aveva pubblicato tra fine Ottocento e inizio Novecento molti scritti.  Einstein invece si avviava ad essere una delle stelle più brillanti del firmamento della fisica moderna da quando la deviazione dei raggi solari, confermata sperimentalmente da Arthur Eddington durante l’eclissi totale del 29 maggio 1919 in Brasile, contribuì in maniera decisiva all’affermarsi della teoria einsteiniana della relatività generale.  

Dagli atti del meeting si legge che Einstein, ad un certo punto disse,  il n’y a donc pas de temps de philosophes (A. Einstein, 1922, p.364, testo integrale disponibile sul sito della Sociéte française de Philosophie), ovvero non esiste nessun tempo dei filosofi, affermazione, quest’ultima, che risuonava inesorabilmente come una chiara critica rivolta a Bergson e alle sue speculazioni sul tempo. La simultaneità spiegava il giovane Albert è solo un modo psicologico di intendere il tempo, cosa che somiglia più ad un’idea, che per i fisici, di certo, non può essere reale. Infatti, Bergson era un filosofo e per un filosofo il tempo include anche e soprattutto l’aspetto dell’essere umano, l’aspetto dell’attesa, il tempo-percezione che non ha niente a che vedere con il tempo dell’orologio. Interessante tra l’altro è anche la citazione del cinematografo come strumento adeguato per comprendere gli effetti della relatività di Einstein che non possiamo percepire in prima persona sulla Terra. 

Il film, datato 1923 e diretto da Max and Dave Fleischer, in collaborazione con il giornalista scientifico Garrett P. Serviss, tentava di spiegare la relatività ai non addetti ai lavori e dunque partiva da scopi divulgativi non totalmente raggiunti, tuttavia. Per alcuni fisici il film in alcuni punti è incerto, laddove in altri, molto utile, grazie all’uso di animazioni simpatiche e anche avanguardistiche per i tempi. Al giorno d’oggi, questo film si considera a tutti gli effetti nella sola valenza di documento storico dell’ordine della storia della scienza, ecco perché citato dalla Professoressa Canales, piuttosto che un documento divulgativo o scientifico. 

L’aspetto interessante, però, è che rispetto ai Lumière, con questo film, già si poteva parlare di tecniche cinematografiche e di differenti tipi di film, aspetto che portò alcuni sostenitori di Bergson a puntualizzare un dato di fatto.  Se i registi, attraverso la pellicola, potevano giocare con il tempo, tagliare, montare e usare il flashback, tali tecniche davano sicuramente ragione a Bergson, posizione controbattuta da altri che sostenevano che, indipendentemente dalle tecniche di montaggio, il meccanismo cinematografico è basilarmente un’operazione di taglio di fotogrammi statici che vengono poi assemblati in fase di montaggio, dunque il tempo come segmenti temporali.

Bisognerà aspettare la rivoluzione quantistica, alla cui base di pensiero c’è una filosofia di tipo ipertestuale, per restituire a Bergson la ragione che meritava. La meccanica quantistica ha provato che il mondo “diviene” in senso bergsoniano e non è un blocco fermo che “è” ed è sempre stato come sosteneva Einstein. 

Purtroppo i due grandi geni del Novecento non si misero mai d’accordo. La filosofia non nega, né mai ha negato il progresso umano, ma sicuramente filosofia e scienza, un tempo unite, il progresso lo perseguono in modi diversi.  La relatività è per Bergson un fatto che interessa l’epistemologia o discorso critico sulla scienza, piuttosto che la fisica, ma l’intento del filosofo francese non era certo quello di contestare la fisica perché filosofo.

Lo stesso Einstein, in privato, aveva sempre sostenuto che Bergson avesse pienamente compreso la relatività, ma che poi in pubblico, la sua scelta fosse stata quella di mistificarla e quando Einstein puntualizzò che il tempo è illusione che gli orologi misurano, Bergson rispose che gli orologi sono invenzione umana e che dunque una nozione predefinita di tempo abita nell’uomo da sempre.

Bergson sostiene inoltre il fluire del tempo, laddove Einstein lo nega, e lo dimostra molto bene la strana lettera di cordoglio da Einstein scritta alla famiglia di Michele Besso dopo la morte del caro amico, deceduto un po’ prima di lui, in cui Einstein afferma che il tempo non sia altro che un’illusione di quello strano mondo in cui viviamo e che Michele si era lasciato alle spalle precedendolo di poco.  Jimena Canales, conclude il suo libro con una riflessione, cioè chiedendosi come mai due uomini come Bergson ed Einstein, considerati due delle menti più brillanti del Novecento non siano purtroppo riusciti a raggiungere un accordo, quasi come fosse stato in ultima analisi l’orgoglio maschile a sentirsi ferito.

Per questo motivo e per altri ancora, la Professoressa Canales ha volutamente coniato il neologismo “sciumanities” auspicando una ritrovata intesa fra la scienza e la cultura umanistica, del resto la scienza è fatta dall’uomo, per costituire una sorta di dimensione comune, dove potrebbe eventualmente anche rientrare il discorso filmico che all’epoca di Einstein e Bergson non era stato considerato nel modo adeguato, attendendo gli scritti di Gilles Deleuze. 

Chiara Bellucci, Dottoranda in Scienze umanistiche, Filosofia Teoretica, presso l’Università Guglielmo Marconi

Chiara Bellucci

Dottoranda in Scienze Umanistiche, Filosofia Teoretica, presso l'Università Guglielmo Marconi, Roma, Italia. Titolo del progetto: Cinema e Filosofia, analisi di un rapporto a partire da Gilles Deleuze

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Una risposta

  1. 21 Gennaio 2021

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