Gli esperimenti dei nazisti per guarire gli omosessuali

Sull’Olocausto degli omosessuali il velo è stato squarciato molto più tardi rispetto al resto. I “triangoli rosa” avevano paura anche una volta liberati.

Sull’Olocausto degli omosessuali il velo è stato squarciato molto più tardi rispetto al resto. I “triangoli rosa” ebbero spesso paura di raccontare la propria esperienza, dato che la repressione verso gli orientamenti sessuali proseguiva spesso anche dopo la caduta dei nazisti e dei loro alleati. Persino in Germania alcune leggi repressive contro gli omosessuali rimasero in vigore per anni. Così molte delle storie emersero solo molto, molto più tardi.

Questo è anche il caso degli esperimenti riguardanti due delle categorie di reclusi e recluse nei lager che vengono spesso dimenticati: gli omosessuali, appunto, e le schiave sessuali costrette a prostituirsi nei “bordelli dei lager”


Ad avere a cuore la questione era soprattutto Heinrich Himmler, il quale teorizzava che l’omosessualità fosse innata solo nei 2% dei casi. Il resto dei soggetti sarebbe stato dunque “guaribile” con dei metodi adeguati. Al termine della cura sarebbe stato necessario una sorta di esame in cui il soggetto avrebbe dovuto avere un rapporto sessuale con una prostituta di fronte a testimoni. Questo approccio si spostò anche nei lager, dove la rieducazione passava dal lavoro degli internati e per l’esame venivano appunto utilizzate le donne che venivano sfruttate nei cosiddetti edifici speciali.


“A tal fine, in un arco di tempo di 14 giorni, furono messi insieme in una baracca internati omosessuali del campo maschile e prostitute del campo femminile, che avevano avuto il compito di avvicinarsi agli omosessuali senza dare troppo nell’occhio ed eccitarli sessualmente […]”. Le (rare) testimonianze provenienti da Ravensbruuck, dove avvennero questi “esperimenti”, riportano che “gli uomini e le donne sarebbero stati rinchiusi in una baracca insieme a un comandante maggiore che li incitava ad avere rapporti e riferiva quotidianamente gli esiti al comandante. Mentre questi parla di uno strepitoso “successo”, gli ex internati parlano di risultati meno positivi, e praticamente nessuno degli internati venne in seguito liberato”.


A questi seguirono anche esperimenti più violenti e invasivi, spesso tenuti dal medico danese Carl Vaernet, il quale imputava l’omosessualità a una carenza di ormoni sessuali maschili, impiantando, nel campo di Buchenwald, capsule di testosterone sintetico a soggetti castrati. La beffa, come detto, arrivò nel dopoguerra quando i superstiti non si videro inseriti nell’elenco delle vittime dell’Olocausto prima di interi decenni. Le scuse della Germania verso le soggettività LGBT vittime dei campi di concentramento arrivarono solo nel 2002.

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