Giordano Bruno: 420 anni fa

“Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”

Sono passati 420 anni da quando  in Campo de’ Fiori, a Roma, il filosofo e frate domenicano Giordano Bruno venne arso vivo sul rogo. Era la pena che la Santa Inquisizione infliggeva agli eretici. Giordano Bruno si rifiutò fino all’ultimo di abiurare i principi fondamentali delle sue teorie. Nei suoi innumerevoli scritti. Dalla “Cena de le ceneri” al “De la causa, principio et uno”, da “De l’infinito, universo e mondi” fino al “De Magia”, il filosofo sosteneva che l’universo è infinito, dotato di “intelligenza”, pieno di sistemi solari e forse anche di altre forme di vita, e che non è stato creato da Dio, pur essendone una manifestazione diretta e immediata. Bruno nega anche l’immortalità dell’anima e abbraccia le teorie copernicane sul moto della Terra. L’8 febbraio 1600, al giudice che gli legge la sentenza di morte, risponde: “Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla»

Giordano Bruno, il cui vero nome era Filippo Bruno , era nato a Nola, vicino Napoli, nel 1548. Prese i voti nell’ordine domenicano, ma si mise presto in contrasto con gli ambienti ecclesiastici. Viaggiò moltissimo attraverso l’Europa, prima a Ginevra, poi a Tolosa, Parigi, dove venne bene accolto da Enrico III e dove cominciò la sua produzione di scritti filosofici, e ancora Londra, dove incontrò Elisabetta II, e Oxford, Marburgo , Wittemberg e Francoforte nei cui prestigiosi atenei fu chiamato a insegnare.  Rientrò in Italia nel 1592, accettando l’ospitalità del nobile veneziano Giovanni Mocenigo , che lo denunciò all’Inquisizione per  sospetta eterodossia delle sue dottrine . In un primo tempo Bruno riuscì ad evitare la condanna con una parziale ritrattazione , ma nel 1593 Roma chiese e ottenne la sua estradizione, condannandolo al rogo dopo sette anni di carcere.

Redazione

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