Intervista a Giuliano Petrigliano

In occasione dell’uscita di “Fino a quel momento soffrirai come un cane” abbiamo intervistato l’autore che non ha mancato di stupirci con alcune risposte.

Foto di copertina

Ciao Giuliano , come prima cosa vogliamo ringraziarti per averci concesso questa intervista. Ti andrebbe di presentarti ai nostri lettori e aiutarli a conoscerti meglio?

Mi chiamo Giuliano Petrigliano e ho 28 anni. Sono uno dei tanti che scrivono e di cui il mondo non sentirebbe troppo la mancanza, se da un momento all’altro dovessero scomparire inghiottiti dalle viscere della terra oppure sotto le ruote di un camion. E tutto sommato questo mi fa sentire a posto: non sopporterei il senso di responsabilità derivante dal poter essere una grave perdita per l’umanità. Scrivo poesie che ogni tanto qualche avventato editore ritiene opportuno pubblicarmi, e monologhi di stand up comedy per i quali poi mi ritrovo su un palco con un microfono in mano a vomitare le mie piccole tragedie personali sulle teste di un pubblico più o meno pagante: ecco, queste piccole tragedie, a seconda del momento e dell’umore, diventano poesie oppure monologhi. Quindi direi che sono uno che cerca di far piangere e ridere, a volte insieme, a volte separatamente. Poi magari non mi riesce né l’uno né l’altro, ma ho imparato ad accettarlo.

Sappiamo che oltre alla scrittura la tua grande passione è la musica. Raccontaci come vivi questo amore e come ti senti quando suoni.

Suonare mi piace, è chiaro, mi fa sentire bene, altrimenti non lo farei. E questa faccenda la si potrebbe chiudere qui, perché in genere chi suona tende sempre a dare risposte del tipo “suono perché ho bisogno di comunicare qualcosa”, quando in realtà, come ha detto qualcuno – mi pare Cioran – uno si esprime non perché ne abbia bisogno, ma semplicemente perché ne ha voglia. Capito, è la solita vecchia storia dell’egocentrismo degli artisti mascherato da filantropico tentativo di regalare Bellezza e Verità al mondo, come se il mondo non aspettasse altro che ricevere pillole di saggezza dalla bocca di miriadi di artisti tutti più o meno uguali fra loro. Quindi per me suonare significa suonare, nient’altro, esprimermi, esattamente come farei in una poesia, o in un monologo di stand up, o come sto facendo anche adesso in questa intervista. Cambia la forma, ma il contenuto rimane pressoché lo stesso.

Cosa provi quando scrivi, vogliamo coinvolgere i nostri lettori nel tuo momento creativo, scoprire le emozioni che vivi e  le tue sensazioni in quegli attimi

Scrivere è la cosa peggiore che un uomo possa fare. Dovrebbe essere punito col carcere, o almeno con una multa salatissima. Trovo oltremodo ingiusto che l’idea di un uomo che mette la penna su un foglio non venga percepita con la stessa indignazione e senso di condanna che manifestiamo generalmente di fronte a un omicidio. Scrivere è, nella maggior parte dei casi, un uomo mediocre che pesca una banalità a caso dallo sgabuzzino della propria anima e tenta di innalzarla al rango di regola generale, o di momento sublime, o di goccia di splendore. Ma il più delle volte, di splendido, in tutto questo, non c’è molto. Solo rarissimamente può capitarti di scrivere una cosa che quando vai a rileggerla non ti fa venir voglia di saltare giù da un ponte. Ecco, io scrivo in cerca di quel momento in cui la parola scritta sul foglio non mi disgusta, e quando a un certo punto mi ritrovo ad aver raccolto un po’ di questi momenti, abbastanza da farne un libro, ecco che mando tutto al mio agente e gli chiedo di vendere le mie chiappe di scrittore al miglior offerente. Se poi volete conoscere proprio gli aspetti pratici, cioè come si svolge la scena, direi che dovreste immaginare me che passo le mie giornate in modo normale, e poi quando qualcosa inizia a incasinarmi il cervello (può essere una notizia del telegiornale o una discussione con la mia ragazza, o semplicemente la voglia di parlare del suo neo, quello  che ha sulla guancia sinistra e che, detto fra noi, mi piace da morire) accendo il computer o il block notes del cellulare e inizio a sproloquiare battendo con i miei ditini di poeta sulla tastiera. Poi rileggo il tutto, tre o quattro volte, do una sistematina qua e là, ed ecco servita un’altra poesiola.

Ultimamente questa domanda la facciamo sempre: come hai vissuto la quarantena? Qual è il tuo punto di vista su quello che ci è capitato?

Credo che ciclicamente la natura senta il bisogno di scrollarcisi di dosso, un po’ come farebbe un grosso cane col dorso sovrappopolato di pulci. Le pandemie ci sono sempre state, e qualcuno di noi c’ha sempre rimesso le penne. È l’universo, baby, c’è poco da obiettare. Mi fa un po’ ridere tutto il teatrino che la gente ha messo su, dal “ne usciremo tutti migliori” ai flash mob sui balconi con le canzoni di Tommaso Paradiso, fino alle teorie complottiste secondo cui il virus sarebbe stato creato in laboratorio dall’Inps per sterminare i vecchi e risparmiare sulle pensioni… Voglio dire, in questo agghiacciante panorama di ignoranza e idiozia, il virus in sé mi sembra essere l’ultimo dei problemi. Uno degli ultimi, comunque. E infatti adesso che piano piano, forse, ne stiamo uscendo, ci stiamo accorgendo che non solo non siamo migliori di prima, ma forse siamo addirittura peggiorati. Forse l’isolamento forzato ha contribuito a incattivirci ulteriormente. Insomma, guardiamoci intorno: continuiamo a condannare un poliziotto americano che uccide un nero ma lasceremmo morire in mare quegli altri neri che arrivano sulle nostre coste, e che a detta dei nazionalisti e degli analfabeti funzionali, “vengono a rubarci donne e lavoro”. Ora, il coronavirus ha portato con sé centinaia di migliaia di morti: abbiamo imparato qualcosa da questo incontro ravvicinato con l’oscura falciatrice? Non mi pare proprio. Quindi davvero, se ripenso a quelli che esponevano le bandiere con la scritta “andrà tutto bene” mi chiedo che cazzo avessero nella testa e se davvero pensavano che la gente sarebbe migliorata. Comunque detto questo, io personalmente continuo più che altro a nutrire un profondo desiderio di vendetta nei confronti dei miei vicini che per settimane mi hanno frantumato le palle con Tommaso Paradiso a tutto volume.

Poesie inutili e Come poeta Dio non vale un cazzo: le tue opere precedenti, ti va di raccontarcele e dirci qualcosa anche riguardo ai titoli molto originali?

Beh un titolo deve esserlo, originale, altrimenti il tuo libro se lo compra solo tua zia. Io quando raccolgo delle poesie, alla fine scelgo la frase più strana o più orecchiabile o più curiosa e la piazzo come titolo. Questo, è il mio metodo. “Poesie inutili” era un titolo abbastanza sincero, nel senso che in un Paese come il nostro che non investe nella cultura manco per sbaglio, un libro di poesie (tra l’altro di un poeta esordiente, sconosciuto) è letteralmente inutile. Probabilmente non l’ha comprato nemmeno mia zia. “Come poeta Dio non vale un cazzo” invece voleva dire che la poesia può essere anche qualcosa di diverso da ciò che c’hanno sempre insegnato. Qui forse dovremmo fare un discorso molto più ampio sul sistema scolastico e su certi insegnanti che mai e poi mai dovrebbero essere i depositari di un ruolo così delicato come formare le nuove generazioni, ma a dirla tutta non credo nemmeno di essere la persona più adatta a farlo. Però ho sempre pensato che a volte la scuola è formidabile nello spegnere nei ragazzi l’entusiasmo di imparare, e per quanto riguarda la letteratura, la poesia viene sempre inculcata nella testa degli studenti con una violenza inaudita, col risultato che quelli finiscono per odiarla e considerarla qualcosa di terribilmente noioso e anacronistico. Ecco, quest’aura di sacralità che è sempre stata appioppata alla poesia credo abbia contribuito a renderla quello che è oggi: un genere di letteratura autoreferenziale con cui certe cariatidi si dilettano, dal chiuso dei loro studi con tanto di scrivania in legno massiccio. Io, con un titolo del genere, volevo solo dire che la poesia può essere anche non noiosa, non sacra, non spaccamaroni, ma più semplice e terrena. Ecco perché Dio, se scrivesse poesie, sarebbe probabilmente un Fabio Volo o un Federico Moccia, solo con la barba più bianca.

Fino a quel momento soffrirai come un cane: il tuo ultimo libro. Hai massima libertà nel scegliere le parole per presentarcelo.

È un libro che esce con un ritardo mostruoso rispetto a quando è stato scritto. Meglio tardi che mai. Il fatto è che ho voluto aspettare la proposta di pubblicazione giusta, essendo io, ci tengo a specificarlo, assolutamente contrario all’editoria a pagamento. Ecco, nel giro di tre o quattro anni ho rifiutato decine di queste proposte oscene, finché un giorno ho firmato con Bertoni Editore, una coraggiosa realtà editoriale che fa quello che un editore serio dovrebbe fare: assumersi il rischio imprenditoriale della pubblicazione di un’opera nella quale si crede e si decide di investire, senza pretendere che sia anche l’autore a farsene carico economicamente. Dentro a questo libro ci sono le cose di cui ho sempre parlato anche in altri lavori: dolore, rabbia, frustrazione, amore, sesso, infatuazioni,  sensazioni vissute con ragazze bellissime ma anche l’inutile cianciare di ragazze fastidiosissime, sbronze in solitaria e incazzature strette fra i denti. Credo sia un lavoro che fa parte di un percorso abbastanza coerente con le altre cose che ho scritto negli altri miei libri, più maturo di quelli ma, spero, meno maturo di quelli futuri. Insomma, sono cambiato un po’ e probabilmente cambierò ancora, ma le idee, quelle, beh credo resteranno sempre le stesse. Tuttavia, se questo non dovesse succedere, vi prego fin da adesso di uccidermi, e fare scempio del cadavere.

Qual è, secondo te, il genere di pubblico che potrebbe maggiormente trovare interessante la tua scrittura

Quello che non ha paura di farsi prendere a schiaffi. Se gli assesto un ceffone, o anche solo un insulto, e quello resta in piedi ad aspettarne un altro (non per porgere l’altra guancia ma per raccogliere la sfida), allora è il mio pubblico. Al contrario, se siete fra quei lettori piagnucolosi che hanno bisogno di essere coccolati, e cercate nelle poesie un tizio gentile che metta in versi soavi i sussulti del vostro cuoricino spasimante, un consiglio: non buttate in questo modo i 15 euro del prezzo di copertina.

Secondo te come si conquista un lettore?

Corrompendolo. No, scherzo, magari fosse così facile. Non lo so, forse se riesci ad essere abbastanza sincero è probabile che qualcuno se ne accorga, e decida di darti la possibilità di essere l’inconsapevole portavoce di quelle che sono anche le sue tragedie. E non sto parlando di quel pubblico piagnucoloso che vuole essere coccolato, ma di quello che invece sa soffrire con dignità ma che è anche capace di perderla in maniera ridicola, ché la sofferenza non ha sempre tutto questo bisogno di eroi. Immagino che se un lettore sappia stare male e non abbia paura di un poeta che gli sbatte in faccia le stesse cose, il loro rapporto può funzionare. Quindi più che preoccuparmi di come conquistare un lettore, mi piace pensare a quanto un lettore sia davvero disposto a farsi conquistare.

Redazione

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