Il Recovery Fund di Conte faceva cagare

Bocciato da tutte le authority: dalla Banca d’Italia alla Corte dei Conti. Va riscritto quasi completamente.

In sintonia con i tempi di questi giorni, dove non ci si avventura in sofismi inconcludenti e si bada al sodo non usiamo giri di parole e lo diciamo chiaramente:  Il Recovery Fund di Conte faceva cagare. I nostri lettori, pochi ma colti, ci perdoneranno.

Il piano per la Ripresa nazionale scritto dal governo Conte infatti fa acqua da tutte le parti ed è stato letteralmente  fatto a pezzi dalle principali authority del Paese. È una bocciatura totale quella emersa nelle audizioni delle authority al Senato “La frammentazione delle iniziative che emerge dal Piano nazionale di ripresa e resilienza rischia di diluire la potenzialità del piano di incidere in modo strutturale sulla realtà del paese, con una dispersione di risorse che potrebbe non consentire di realizzare gli obiettivi di policy dichiarati”. Queste le dure parole di Chiara Goretti, componente del Consiglio dell’Ufficio parlamentare di bilancio nel corso dell’audizione nelle Commissioni riunite Bilancio e Tesoro della Camera e Bilancio e Politiche Ue del Senato. Quello della Goretti però è solo il primo di una serie di giudizi severi sul Recovery plan italiano, così come scritto dal precedente esecutivo Conte.

Per l’Ufficio Parlamentare di Bilancio “ragioni di efficacia richiederebbero verosimilmente di rinunciare a qualche linea di intervento, e concentrare le risorse su un numero minore di priorità, per avere un impatto maggiormente visibile su quelle prescelte”.

Il piano, continua l’Upb, “presenta un’ampia disomogeneità nell’identificazione dei criteri per l’allocazione delle risorse ai singoli progetti, aspetto ovviamente comprensibile alla luce della diversissima natura e varietà di settori toccati (sussidi a privati, investimenti delle concessionarie pubbliche, investimenti pubblici in senso stretto, politiche di settore, ecc.)”.

Bocciatura totale anche dalla Corte dei Conti  che nella sua relazione si augura che nel piano di ripresa possano contemperarsi le esigenze di snellezza, semplificazione ed efficienza con quelle di tutela e corretto impiego delle pubbliche risorse”. Questo è quanto scritto dal presidente della Corte, Guido Carlino, nel corso dell’audizione. Per la magistratura contabile, “un punto rilevante” è rappresentato dai “Controls and Audit” attraverso cui la Commissione europea impone l’obbligo ai singoli Stati membri “di dotarsi di sistemi di controllo adeguati a prevenire, individuare e contrastare corruzione, frodi, conflitti di interesse, ecc nell’uso dei fondi messi a disposizione dall’Unione”.

Molto severo anche il giudizio di Bankitalia: “Il documento in discussione non specifica in dettaglio il profilo annuale dell’uso dei fondi europei, né la loro ripartizione dettagliata tra le diverse poste di bilancio. Si indica solo che almeno il 70 per cento dei trasferimenti ricevuti attraverso il Dispositivo verrà speso entro il 2023 e la parte rimanente entro il 2025 e che il ricorso ai prestiti aumenterà nel corso del tempo. Inoltre, secondo il documento, più del 70 per cento dei fondi utilizzati per finanziare interventi aggiuntivi rispetto al tendenziale è destinato a spese in conto capitale a carico delle Amministrazioni pubbliche, il resto a ulteriori incentivi agli investimenti privati  e ad altre misure. Nell’insieme assi strategici e priorità trasversali della bozza del Piano appaiono coerenti con gli obiettivi del Dispositivo per la ripresa e la resilienza; i progetti definiti nelle varie missioni appaiono indirizzati ad affrontare le sfide poste dal cambiamento climatico e alcune delle più evidenti debolezze strutturali del Paese (i ritardi nell’innovazione e quelli nella digitalizzazione – anche nell’istruzione, nella ricerca e nella pubblica amministrazione; i tempi della giustizia civile; l’adeguamento delle reti infrastrutturali; lo sviluppo del Mezzogiorno). Il documento tuttavia non presenta ancora una puntuale quantificazione del contributo di ciascun progetto alla spesa destinata alla transizione verde e a quella digitale”

Critico anche Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani

“C’è poca chiarezza sugli effetti sul deficit pubblico e debito pubblico. Credo sia invece fondamentale che la versione finale sia del tutto trasparente rispetto al tracciato dei conti pubblici che risulterebbe dall’implementazione del piano”. Il professor Cottarelli, in audizione nella commissione Bilancio della Camera, ricorda che nel Recovery plan italiano, le spese ammontano a “145 miliardi di cui 69 miliardi finanziati a fondo perduto”.

Quindi, secondo il direttore, il deficit aggiuntivo rispetto al quadro della Nadef “sarebbe di 76 miliardi, una cifra molto elevata e sarebbe in aggiunta rispetto al quadro macroeconomico approvato dal governo e dal parlamento. Sembrerebbe che parte di tale cifra, circa 40 miliardi, fosse comunque già inclusa nel quadro della Nadef nel Fondo di sviluppo e coesione, se così fosse rimarrebbero comunque da aggiungere al quadro Nadef 36 miliardi di deficit addizionale”. Secondo Cottarelli, “una parte che manca completamente è la definizione della governance del Piano nazionale di ripresa e resilienza e delle misure di controllo e audit”.

Un piano scritto male, pieno di lacune, improvvisato, lo specchio della sciatteria che ha contraddistinto i governi Conte e che rischiava di sprecare questa grande occasione di ripresa economica che si è presentata all’Italia. Fortunatamente qualcuno ha deciso di porre fine a tutto questo facendo terminare provvidenzialmente anzi tempo la permanenza di Conte a Palazzo Chigi. Forse la bocciatura unanime del Recovery Fund farà capire, finalmente, a tutti i motivi della crisi di governo, visto che in troppi ancora la definiscono inspiegabile.

TUTTE LE BUGIE DEL M5S

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