Haters: odio virtuale ma sempre odio è

Gli insulti rivolti a Emma Marrone sono solo l’ultimo caso di riversamento d’odio in rete ma non serve essere una bravissima cantante di successo per attirare gli haters.

Voglio esimermi dal citare Umberto Eco e la sua frase riguardo l’imbecillità dilagante sui social network e lo faccio per due motivi: il primo è che ritengo la sua frase sarcastica, il secondo è che non contribuirò a far passare Eco come un teorico della democrazia elitaria o per un uomo che detestava il progresso e la tecnologia.

Tuttavia, ed è innegabile, il concetto di fondo resta valido e attuale: internet è piena di odiatori seriali, di stronzi se mi è concesso il termine, di bulli.

Bulli come quelli che è possibile incontrare per la strada, se non altro però loro ci mettono la faccia. Si assumono la responsabilità  d’insultare il prossimo dal vivo e senza nascondersi dietro un nickname e dietro una reciproca virtuale assenza data dal fatto che gli haters, di fatto, non conoscono fisicamente la persona che insultano.

Ma gli insulti possono essere virtuali?

E’ in questo dislivello concettuale che si nasconde il seme della violenza verbale da cui gli odiatori “sociali” attingono: la convinzione che un insulto virtuale sia meno insulto di un insulto reale, lanciato per strada a chi magari non si ferma a uno stop o ti passa davanti nella fila alla posta.

Un insulto è sempre una mancanza di rispetto e lo è ovunque.

Il presunto anonimato concesso da internet in questa piazza globale dove tutti si sentono autorizzati a parlare su tutto ha scatenato quella che si sta trasformando in un’emergenza sociale alla quale è necessario far fronte ed è proprio per questo che bisogna interrogarsi sulla necessità di certificare gli utenti, chiedere loro i documenti prima di accettare l’iscrizione. Riguardo questa proposta c’è sempre stato scetticismo, in parte giustificato, l’anonimato può essere anche considerato un diritto ma è ormai chiaro a tutti che questo diritto viene usato, da moltissimi, in modo sbagliato e quindi va ridiscusso. Ben venga l’anonimato “artistico” di molte pagine social, l’anonimato “erotico” di chi per divertimento e in piena libertà vuole inserire qualche foto sexy, l’anonimato “satirico” e così via. L’anonimato usato per insultare però è una maschera sulla faccia di persone violente e questa maschera va strappata via.

Haters: odio virtuale ma sempre odio è
Samuel L. Jackson e Magic Jhonson a in vacanza a Forte dei Marmi

Ma con chi abbiamo a che fare quando parliamo di haters? Chi c’è dall’altra parte dello schermo?

Si tratta di uomini e donne di ogni estrazione sociale e con i lavori più vari  che compongono un popolo nel popolo e che stanno trasformando i social network in un luogo di odio più che libero scambio delle idee. Una cosa però è facile da notare: i giovanissimi odiano meno degli altri, sono più sensibili tra di loro e verso il prossimo ma soprattutto sono decisamente meno ignoranti e stupidi di molti ultracinquantenni che farebbero bene a posare lo smartphone e riaccendere il televideo visto che internet ha fatto credere loro che Magic Johnson e Samuel L. Jackson, seduti su una panchina a Forte dei Marmi e con le buste piene di shopping griffato, fossero in realtà due migranti appena sbarcati in Italia e che quei vestiti firmati li avevano comprati con i famosi trentacinque euro che il governo dava loro ogni giorno. Questi sono gli haters: persone ignoranti e sostanzialmente represse.

Sono emerse sei categorie essenziali contro cui si dirigono queste orde di odiatori seriali: al primo posto si trovano le donne, vittime del 63% dei tweet negativi analizzati, seguite dagli omosessuali, 10,8%, dai migranti, 10%, e poi da diversamente abili (6,4%) ed ebrei (2,2%). Ma queste sono semplici statistiche, la verità e che puoi benissimo non appartenere a nessuna di queste categorie, essere una persona normalissima ma basta che il tuo post su Facebook o su Twitter esca dalla cerchia dei tuoi contatti soliti e raggiunga poche migliaia di utenti che la vittima degli haters potresti essere te. Provate a scrivere una critica a Salvini o al  M5S che sia letta da più di 500 persone e preparatevi a essere investiti dagli insulti. Fidatevi.

Le parole preferite che usano per divulgare il loro odio sono legate alla morte, al sesso e alla violenza fisica sputata in faccia con cinismo e spietatezza presupponendo una superiorità verso l’interlocutore che, in sintesi, non dovrebbe stare nel loro mondo.

Quello che sfugge all’hater medio è che dietro il profilo insultato c’è un essere umano in carne e ossa, una persona con una vita vera, una famiglia vera, amici veri e una dignità.

La tastiera toglie loro la vergogna a  quel punto e sputare le proprie sentenze vigliacche e gratuite diventa facilissimo. E’ come tirare la pietra e nascondere la mano, fingersi bravi padri di famiglia e professionisti impeccabili per poi trasformarsi in seminatori di cattiveria online. Pietanza favorita che consuma il bulimico hater è la bufala. Condividere bufale farcite di qualunquismo e luogo comune attiva il meccanismo dell’odio generalizzato verso le categorie deboli oggetto dell’insulto dell’hater.

In molti sostengono che quello di cui necessitiamo è una cultura della civiltà online che insegni nelle scuole il rispetto per il prossimo e la dignità di chi si trova dall’altra parte.

Sembra davvero assurdo che queste cose debbano essere insegnate nelle scuole, aberrante, ma va bene lo stesso. È una cosa che si può, con fatica, accettare, l’importante è sconfiggere l’odio virtuale. L’insegnamento, così come l’educazione ai valori che sostengono la civile convivenza, sono sempre metodi validi, quindi facciamo anche questo. Tuttavia per vedere i risultati bisognerà aspettare anni, inoltre come scritto sopra, i giovanissimi si sono, in un certo senso, già educati da soli a un corretto uso della rete, loro, e va ripetuto, odiano meno.

Servono anche misure “punitive” come facilitare l’iter che porta alla denuncia, facilitare il compito alle forze dell’ordine preposte di rintracciare l’anonimo, leggi che comportino pene più severe ma soprattutto serve più selezione all’entrata da parte di chi gestisce queste piattaforme, più selezione all’entrata ma anche più haters accompagnati alla porta ai quali sia più difficile rientrare (blocco dell’indirizzo IP invece che dell’email, blocco del dispositivo così se vorranno rifarsi un altro account dovranno acquistare un nuovo smartphone. Misure molto severe ma che ormai sono diventate indispensabili)

Nel frattempo ci si difende con i pochi mezzi a disposizione. Segnaliamo a tal proposito la campagna nata su Twitter #odiareticosta dove alcuni avvocati raccolgono commenti offensivi e poi cercano di rendere l’autore perseguibile, cosa non sempre possibile. Un’ottima iniziativa sulla quale approfondiremo presto.

In attesa di una legge che vada a regolamentare questo violento far-west noi possiamo solo bloccare gli incivili e isolarli, andranno a insultare qualcun altro un minuto dopo ma almeno noi ce li siamo tolti di torno.

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Redazione

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