I pellerossa che liberarono l’Italia.

Gli eroi dimenticati che si arruolarono volontari per combattere il nazifascismo

Decine le storie dimenticate che Matteo Incerti ha riportato alla luce nel libro “I pellerossa che liberarono l’Italia” (Corsiero editore)

Un racconto costruito tra la ricerca d’archivio e il passaparola degli eredi rintracciati nelle tribù indigene di Canada e Stati Uniti. Sono questi ultimi infatti, ad aver messo a disposizione i preziosissimi carteggi datati tra il 1943 e 1945: dentro si trovano le storie di centinaia di indiani d’America che scelsero di partire per il fronte e si trovarono in prima linea a difendere quegli stessi diritti che in patria erano loro negati. In coda un’appendice inedita: i luoghi di sepoltura in Italia dei 57 nativi americani arruolati nell’esercito canadese (51) e statunitense (6) caduti nel nostro Paese.

I buoni scalpi

«Il nostro motto è: “siamo la divisione dei buoni scalpi”!», tuonò il generale Christopher Vokes, comandante della 2ª Brigata di fanteria canadese arringando sulla nave Circassia gli uomini destinati a sbarcare con gli Alleati in Sicilia per risalire da lì a liberare l’Italia. C’erano fra loro, come tra le truppe della 45ª Divisione degli Stati Uniti, centinaia di pellerossa.

Si chiamava Charles Leon…

I pellerossa che liberarono l'Italia

Anche il primo di quei ragazzi che morì in Italia, pochi giorni dopo esser sbarcato a Pachino, terra di luce, pomodori, Fenici e Bizantini. Arrivava dal Canada settentrionale. Si chiamava Charles Leon, era nato a Salmon Arm, sul bellissimo lago Shuswap tra Calgary e Vancouver. Aveva 21 anni, apparteneva ai Secpwepmec, e venne ammazzato nelle campagne di Leonforte, una ventina di chilometri da Enna, assieme a un altro pellerossa della British Columbia, Nicholas Toby. Sangue e sudore.


Era il 21 luglio 1943. Una giornata di sole furibondo. Insopportabile per i ragazzi cresciuti tra le conifere ammantate di neve. Furono almeno cinquantuno, se non di più, i giovani pellerossa morti per buttar fuori i fascisti e nazisti dall’Italia. Alcuni si erano guadagnati i gradi di sottufficiali, perlopiù erano soldati semplici.

I pellerossa che liberarono l’Italia

Dodici riposano nel camposanto del fiume Moro a Ortona, diciassette nei tre cimiteri di guerra in Romagna, dodici in quello di Cassino… Tra quelli sopravvissuti e tornati a casa nelle loro terre, alcuni sarebbero stati fotografati in divisa, orgogliosi delle medaglie sul petto.

Come l’Oijbwa Tommy Prince da Winnipeg, provincia di Manitoba, della tribù delle «Teste Rotte», che dopo essere sbarcato ad Anzio seminò coi suoi Diavoli Neri il panico tra i tedeschi nelle paludi pontine muovendosi silenziosissimo la notte coi mocassini e la faccia nera di cenere e fu premiato addirittura da Re Giorgio a Westminster. O Ernest Aquila Rossa Childers, medaglia al valore per come si comportò nella battaglia di Oliveto Citra. O Jack Montgomery, che fu ricevuto da Franklin D. Roosevelt alla Casa Bianca: «Si avvicini Montgomery, lei ha un cognome famoso. È un Cherokee, ho letto. Siete grandi guerrieri. Quelli che si meritavano di prendere sul muso Hitler e Mussolini».

Non erano liberi, i pellerossa.

Neppure di votare senza rinnegare l’appartenenza etnica. Non godevano di tutti i diritti civili. Non potevano entrare in un locale e chiedere una birra. Lo ricorda Fred Gaffen nel saggio Forgotten Soldiers: «Il maggiore Stone si avvicinò a Joseph Flavien St. Germain. Lo volle ringraziare per essersi gettato nella mischia seppure fosse appena reduce da una lunga convalescenza. “Sei un vero combattente, hai grande coraggio”. “La ringrazio maggiore. Ma prima che questa guerra sia finita spero di morire”. Stone lo guardò attonito. “Cosa dici, ragazzo!” “Maggiore, qui tutti mi chiamano ‘Il Santo’, ma quando tutto finirà, quando torneremo a casa, sarò di nuovo un cittadino di seconda classe. Sarò di nuovo quello che voi chiamate un dannato indiano, non potrò nemmeno entrare in un bar…».

Non dimentichiamoci di loro

…e di ogni ragazzo inglese, polacco, neozelandese, sudafricano o della Força Expedicionária Brasileira, che è venuto a morire nella nostra terra e lo ha fatto per la nostra libertà. Non dimentichiamoci di loro, mai.

Redazione

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