Il mio festival della filosofia

Il Festival della filosofia, che si tiene ogni anno a Modena, Carpi e Sassuolo è ormai per me un appuntamento fisso, lo aspetto, seguo i preparativi e cerco di organizzare il mio viaggio da Napoli per tempo. Il tema di questa edizione era “persona”: l’individualità, l’unicità dell’essere, la volontà di alcuni di opporsi a questo e di uniformare la società, riflessioni attualissime. Non intendo fare una recensione della manifestazione, molti, più degni di me, hanno scritto tanto a riguardo, io proverò a descrivervi un’esperienza. 

Quello che mi colpisce del Festival ogni anno, come la prima volta, è la partecipazione. Non quella delle manifestazioni politiche gonfiata o smentita da foto ritoccate che si susseguono, quella vera, della genteche alle quattro del pomeriggio decide di mettersi in fila, sotto al sole, per ascoltare una lectio magistralis. Quella di chi arriva in piazza in bici e resta seduto sul sellino oltre le transenne ad ascoltare, quella di chi non trova un posto a sedere e non ha la bici allora si siede a terra tanto non è quello ciò che conta. 

I giovani sono tanti, molti sono tra quelli seduti a terra, hanno zaini pieni, panini, sono colorati e allegricome fuori a uno stadio in attesa di un concerto, ma ci sono anche tanti adulti, tante persone anziane, la gente è così eterogenea che non riesci a classificarla. Non li accomuna uno status, un target…eppuremoltissimi hanno un blocco, un quaderno, qualcuno solo qualche foglio e una penna. Lì si annotano le frasi e, mi piace pensare, si sviluppa un pensiero. Ci sono anche i bambini, perché il festival è anche per loro, laboratori, spettacoli teatrali, incontri con gliautori dei loro libri (mio figlio ha incontrato Clotilde Perrin). 

Non è un festival per “gli addetti ai lavori”, non solo almeno, è la filosofia che parla a tutti, come nella sua accezione più pura di amore per il sapere. Il Professor Cacciari, in piazza Martiri a Carpi, nella sua Lectio “Quis es, homo?” ha parlato di un sapere sempre in crisi, dell’Agōn, della lotta tra scienza e teologia nel periodo che dal Medioevo conduceall’Umanesimo, un intervento di ampio respiro, che ho amato molto. A un certo punto ha usato un’immagine ispirata alla Divina Commedia, contrapponendo il viaggio “verticale” di Dante, dall’inferno al paradiso, a quello “orizzontale” di Ulisse, che segue la conoscenza, certo, ma non alza mai lo sguardo, resta sulla terra andando da orizzonte a orizzonte. 

Terminato l’intervento, in piazza si poteva vedere la discussione nascere, gente seduta una accanto all’altra che provava a difendere le proprie posizioni : “io preferisco la conoscenza certa dell’orizzonte “,”Sì ma Ulisse poi naufraga”, “Fatti non foste per viver come bruti…”, “Sì ma intanto sta all’Inferno”… ed ecco che si poteva vedere l’ agōn, il sapere sempre in crisi che prendeva forma, la dialettica che si faceva viva, concreta, le idee, i pensieri che diventavano condivisione. Quella piazza così silenziosa ora era viva, il precedente silenzio era un lievito che faceva il suo dovere. Il silenzio della gente, di così tanta gente che si pone in ascolto mi stupisce sempre, ma mi stupiscon anche alcune reazioni quasi sincronizzate di persone che, molto probabilmente, fino a ieri non si era mai viste, come annotare la stessa frase. La bellezza e la grandezza della filosofia è che i suoi temi sono sempre attuali, l’unicità della persona, il rispetto e il valore delle diversità, sono temi senza tempo. 

Nell’intervento “Il gesto di Caino”, il Professor Recalcati ha affermato che Caino e i babelici infondo volevano la stessa cosa: un solo popolo, una sola lingua, cancellare le unicità, uniformare alla propria idea, poi ha concluso, “pieni poteri, come direbbe qualcuno dopo qualche mojito” e lì la piazza haapplaudito spontaneamente, fragorosamente e le persone annuivano tra loro “l’ho pensato pure io” dice un signore al mio fianco e tutti si guardavano, si sorridevano riconoscendosi come simili. Di questo intervento, che è probabilmente quello che ho preferito, porto con me il concetto, espresso dal professore, di democrazia come fatica e bellezza della traduzione, quell’ essere al tempo stesso Caino e Abele. Il festival non è solo lezioni in piazza, in quei giorni tutto è filosofia, dai menù dei ristoranti ai tovagliolini del bar, dai negozi che in vetrina espongono frasi di grandi filosofi alle tantissime mostre che, come in unprisma ottico scompongono il tema centrale mostrandone tutte le sfaccettature. Quest’anno ce ne era una sulla personalità della materia, l’abbigliamento come progetto per la persona, l’anatomia umana aconfronto con quella animale, solo per citarne alcune. Ma tra queste, una mi ha commossa: “Frida e le altre”, storie di donne di guerra.

Frida Misul, fu condotta nel campo di Fossoli, lì fu torturata affinché rivelasse il nascondiglio di suo cugino partigiano, non lo fece e fu deportata ad Auschwitz, si salvò grazie alle sue abilità canore. Nel campo di Fossoli c’era suo figlio, Roberto Rugiadi, a raccontare la storia della sua mamma.

Quando parliamo delle deportazioni, delle leggi razziali spesso dimentichiamo quanto poco tempo è passato, basta voltarsi di una generazione e vediamo tutti i volti delle persone alle qualiimprovvisamente è stato negato il diritto di essere persone. Ecco perché adoro il festival della filosofia, perché in quei giorni vedo un’Italia diversa, che non scimmiotta frasi e gesti di regimi totalitari, che non dimentica la storia, che cura il passato, che legge il presente, vedo un popolo degno della sua storia migliore, vedo menti aperte e spero, o meglio, prendo atto, che non ci sono solo i raduni urlanti, gli slogan anacronistici, c’è la cultura, quella vera.

Annarita Di Sena

Ingegnere dei materiali, laureata nel 2005 presso l'università Federico II di Napoli con una tesi sui compositi in carbonio NCF, master in materiali non convenzionali nel 2008. Laureata in Filosofia, presso l'Università degli studi di Salerno nel 2017 con tesi in Filosofia del Rinascimento su Marsilio Ficino.

Una risposta

  1. 21 Gennaio 2021

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