Intervista alla scrittrice Anna Cantagallo

Autrice di “Arazzo familiare” Una saga al femminile ricca di colpi di scena e intriganti segreti.

Benvenuta Anna, è un piacere averti come ospite su Cultura & Società per parlare del tuo romanzo. Ti andrebbe di presentarti con poche parole ai nostri lettori che ancora non ti conoscono?

Sono Anna Cantagallo, vivo a Roma alla Garbatella, quartiere storico che cito nel mio romanzo. Come medico ho lavorato in ospedale in vari reparti iniziando da quello dell’emergenza fino all’area metabolica di competenza della mia specializzazione. Come completamento della mia opera professionale, ho scritto cinque libri scientifici-divulgativi che riguardano l’alimentazione editati da Gremese editore nella collana “La scienza in cucina”

Che rapporto hai con Roma, la città in cui vivi e quanto influisce sulla tua scrittura.

Mi sono innamorata di Roma, città dove sono nata, dopo il mio ritorno. Infatti per lavoro ho vissuto sette anni in Lombardia, tra le nebbie le brume, assistendo pazienti che si esprimevano in dialetti impossibili per me da comprendere, tanto che mi affiancava un infermiere come traduttore. Quando sono ritornata a Roma definitivamente mi sono abbandonata a un languore, che non esito a descrivere come innamoramento, per la mia città. Dopo tanti anni di lontananza il mio “callo” al bello, quello che si incista in chi vive nelle città d’arte, si era dissolto. Da medico sono consapevole che le misure restrittive hanno il loro valore. L’umanità si è sempre dovuta confrontare con grandi epidemie. Per esempio, durante la peste del Trecento, appena scattava l’allarme di qualche caso di peste gli Uffici della Sanità dei Comuni mettevano in quarantena la città o il villaggio colpito, interrompendo ogni attività. Nelle città vuote passavano solo i carri che trasportavano i morti. Durante il periodo di reclusione in casa, il lockdown di allora, solo il capofamiglia poteva uscire di casa ed esclusivamente per procurarsi il cibo. Le misure restrittive, le stesse elaborate nel medioevo, continuano ad essere valide ancora oggi, nonostante i progressi della medicina. Ma la storia mostra che, dopo un certo periodo, la pandemia tendeva a estinguersi da sola e la vita riprendeva, anche più vivace di prima.

Ogni giorno, per andare al lavoro, percorrevo il tratto di strada intorno al Circo Massimo. La vista di quelle rovine illuminate dal sole mi emozionava così tanto da farmi pensare: Mille anni di storia mi guardano. Con questa sensazione, che si rinnovava ogni giorno, mi avviavo contenta al lavoro. Nei momenti liberi con mio marito e miei figli abbiamo preso a fare i turisti alla scoperta della nostra città, scovando angoli panoramici sconosciuti e altri ricchi di storia, ma meno importanti. Solo un turista si emoziona davanti alla grandezza di Roma.
Queste sensazioni le ho trasferite a una delle protagoniste del romanzo, Marigiò, quando torna a Roma dopo una lunga permanenza in America.

In tutte le ultime interviste abbiamo chiesto agli autori di raccontarci la loro “pandemia”. Come hai vissuto da medico questa esperienza, cosa ne pensi di quello che ci è successo e cosa ci aspetterà domani?

La differenza che possiamo immaginare con le epidemie del passato riguarda la possibilità di utilizzare nuove armi per combattere l’infezione, ma, nel contempo, esiste nella società attuale una incapacità a gestire il dolore e la morte. Da quando il nostro animo non è stato più occupato in modo preponderante dal senso del dovere, noi tendiamo principalmente alla ricerca del piacere e l’evitamento del dolore. L’algofobia, il terrore per il dolore, non è più elaborata attraverso i riti di passaggio naturali tra una stagione e l’altra della vita.
Per non soffrire, si sta innescando in noi un pericoloso, silenzioso nascondimento riguardo alle morti per Covid. Oggi i decessi hanno toccato la quota record di centomila. Si dimenticano le persone che sono state, oscurando le vite che hanno vissuto; a malapena si pensa a loro come ai numeri dei morti in Italia per confrontarli con quelli di altre nazioni, come fossimo preda della schadenfreude, quello che i teutonici definiscono la gioia per le disgrazie altrui. Mi auguro che una ritrovata elaborazione del dolore riesca a sanare la perdita di alcuni riti sociali rassicuranti. Penso, ad esempio, al recupero della cortesia nel salutarsi.

Qual è secondo te lo stato di salute della letteratura italiana?

Credo che nei periodi difficili la lettura aiuti a riflettere e a trovare le risorse interiori per pazientare. Per fortuna molte voci, anche femminili, sono a disposizione di chi vuole leggere. Le librerie sono piene di offerte sia di autori noti che di nuove proposte. La letteratura raggiunge tutti, dando a ciascuno quello che va cercando. Sono ottimista sul suo stato di salute.

In questa epoca dei social, vincono gli autori più bravi o quelli che sanno vendersi meglio?

Per attirare l’attenzione del lettore su un libro in uscita è necessario che si attivi il “rumore” intorno all’evento. In questo periodo, in cui non è possibile fare le presentazioni dal vivo, l’annuncio attraverso i social può aiutare a dare la notizia della novità e a ricevere i primi commenti. Tuttavia, non credo che il semplice sbandieramento tramite i social basti a far crescere quel tanto di curiosità che si traduce nell’acquisto del libro. Il passa-parola di chi ha apprezzato il contenuto di un romanzo è più convincente. Se il libro è ben scritto ed emoziona può volare da solo.

Come ti senti quando scrivi?

Mi sento in compagnia. Anche se per scrivere preferisco stare da sola, dato che anche un rumore mi infastidisce, in realtà sono in compagnia dei miei personaggi. Questa è la stata la scoperta più bella che ho fatto da quando ho iniziato a scrivere il romanzo. Mentre inizio a scrivere la storia, il personaggio che animo con le battute, i pensieri o le azioni, comincia a vivere per suo conto. Mi prende letteralmente la mano. Se per qualche giorno l’abbandono, quando riprendo mi sembra di vederlo accanto a me che, curioso, mi chiede: Cosa mi farai fare adesso?

C’è un ricordo del tuo percorso letterario che ti sta più a cuore degli altri, un aneddoto o una particolare sensazione provata che ti piacerebbe condividere con noi?

Quando ho deciso di mettere nel romanzo delle ricette di cucina, ho tirato fuori dalla scatola di legno tutte quelle vi erano dentro.
Per scegliere le poche che mi sembravano più significative, mi sono messa a rifarle quasi tutte. Per giorni, invece di scrivere ho cucinato così tanto che ho preso due chili! Quelle che non ho messo in Arazzo familiare le riporterò in qualche altro scritto, forse nel sequel.

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Redazione

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