La filosofia greca e la civiltà occidentale

 La filosofia greca apre uno spazio in cui si muovono e si articolano non solo le forme della cultura occidentale ma anche le istituzioni sociali in cui tali forme si incarnano e il comportamento stesso delle masse. Arte, religione, matematiche, indagini sulla natura, morale, educazione, politica, ordinamenti giuridici, insomma tutto è avvolto da questo spazio.

 La filosofia apre lo spazio dove giocano le forze dominanti della nostra civiltà, ma spazio e gioco che vi si conduce non vanno confusi. E’ comune credenza che un’epoca storica non è determinata dalla filosofia ma da movimenti che abbiano una presa immediata sulle masse, ad esempio la religione e nel nostro caso il cristianesimo. Il rapporto che il cristianesimo ha avuto con le masse è stato diretto, caratteristica che la filosofia non possiede, però è anche vero che il cristianesimo è divenuto tale perché la sua struttura concettuale portante si è costituita proprio a partire dallo spazio aperto dal pensiero greco.

Il pensiero greco è il sostrato comune a tutta la cultura occidentale perché è stata proprio la filosofia nella sua forma classica o greca ad aver aperto lo spazio all’interno del quale si è costituita la scienza moderna. Tutti i parti sono dolorosi e talvolta la madre muore ma fortunatamente nella creatura che mette al mondo la madre sopravvive; è un po’ quello che è successo alla scienza che si è separata dalla filosofia.

La filosofia nasce grande perché nasce matura. Per decine e decine di millenni l’esistenza dell’uomo è guidata dal mito.

Il mito non è invenzione fantastica ma rivelazione del senso essenziale e complessivo del mondo. Mythosin greco significa parola, sentenza, annunzio, perfino realtà e dunque in un greco più tardo, leggenda, o favola a partire da un sostrato semantico di “racconto versosimile”. Il mito arcaico è sempre collegato al sacrificio, cruento o non, attraverso cui l’uomo si conquista il favore degli dei e delle forze supreme che regnano nell’universo.

 La filosofia libera l’uomo da questa dimensione. Si apre l’idea di un sapere innegabile, ovvero un sapere che a differenza della verosimiglianza del mito, non possa essere dubitato da nessun uomo perché è un sapere che da se stesso respinge ogni suo avversario.

 Questo sapere chiamato: sophia, logos, aletheia, epistèmee tradotto con sapere, ragione, verità scienza ci dice poco a parole o troppo se non poniamo queste parole in relazione ad un significato inaudito. Philosofiaè essa stessa un’altra parola che significa avere cura del sapere. Sophos significa sapiente da cui sophia termine astratto per sapienza e saphès che significa chiaro, manifesto, evidente che richiama phàos ossia luce, da cui “aver cura di ciò che stando alla luce non può in alcun modo essere negato[1].

Ecco come il distacco dal mito, diventa oltre che critica filosofica del mito, critica filosofica della società.I primi pensatori del VI secolo a.C si rivolgono alla totalità delle cose, al tutto come senso inaudito della verità. 

 Nella Teogoniadi Esiodo leggiamo che tutti gli dèi sono stati generati dal caos originario. Chaos significa mescolanza, disordine, contrapposto al cosmo che significa ordine.

 Tali parole hanno un significato più originario: chaos rimanda all’immensità dello spazio originario, immenso, illimitato. Tutti gli dèi e tutti i mondi si generano nel suo interno. Il chaos è la dimensione più ampia che il mito greco sia riuscito a pensare. Ciò che gli manca per possedere il significato filosofico del Tutto è il motivo in base al quale poter escludere che qualcosa si trovi al di fuori di esso, criterio che manca a tutta la sapienza orientale e alla parti più antiche del Vecchio Testamento.

 La civiltà greca ha dunque ragionato sul Tutto, mentre noi moderni riflettiamo su ambiti particolari del Tutto. Per i greci rivolgersi al Tutto è percorrere l’estremo confine entro il quale non esiste niente e scorgere la suprema unità nelle cose particolari che insieme si riuniscono.

Aristotele chiama “fisici” i primi pensatori greci. Nel linguaggio aristotelico la fisica ha come oggetto la parte del Tutto che è la realtà diveniente (corporea, biologica, psichica) oltre la quale esiste la realtà immutabile di Dio. La filosofia dei primi pensatori greci può essere considerata una fisica? Forse no. L’interpretazione aristotelica deriva dal fatto che è la filosofia aristotelica a conformarsi in un certo modo che porta Aristotele per confermare tale sistema a vedere nei primi pensatori dei fisici. All’atto pratico non è corretto poiché il linguaggio filosofico successivo utilizzerà come metafisica il rivolgersi della filosofia al Tutto oltrepassando il sapere limitato del mondo fisico. Dunque i primi pensatori sono più che fisici dei metafisici. La parola venne utilizzata per la prima volta da Adronico, editore delle opere di Aristotele, nel I secolo a.C per indicare appunto gli scritti che nell’edizione venivano dopo la fisica, appunto come un rivolgersi al Tutto andando oltre la dimensione particolare della realtà diveniente. Se la filosofia comincia come fisica per Aristotele, per Hegel la filosofia comincia come metafisica.

 Il termine fisica deriva da physis che i latini hanno tradotto con natura, calco dal greco, sulla base della corrispondenza etimologica di nascor che significa sono generato; la natura è il regno degli esseri che nascono e muoiono, cioè diventano. 

 Ma quando i primi filosofi pronunciano physis non la sentono come la parte del tutto che è il mondo diveniente. Physissi fonda sulla radice indoeuropea bhu che significa esserema è una radice strettamente legata, anche se non esclusivamente alla radice bha che significa “luce” su cui si costruisce saphès.  Insomma nascendo la filosofia è insieme anche il comparire di un nuovo linguaggio che parla con le vecchie parole della lingua greca che subiscono un riadattamento nuovo. Dunque physis è l’essere nel suo illuminarsi.

 Quindi per i primi pensatori physis è l’essere stesso, l’essere che si illumina che si mostra nella sua luminosità assolutamente innegabile, è l’essere libero dai veli del mito e dunque per la filosofia liberare il tutto dal mito significa che l’essere da sé e senza l’ausilio del mito è capace di mostrarsi. Non c’è bisogno di teogonie e di storie di eroi; la filosofia mostra il cielo stellato, il sole, la terra, le acque e questo il filosofo si trova davanti e cerca di comprenderlo. La filosofia come cura per il luminoso si presenta così all’inizio: il tutto si impone e non è imposto dalla fantasia mitica; è physisverità incontrovertibile.

 Possiamo dunque interpretare correttamente Aristotele e affermare che la scienza dei primi pensatori è una fisica intesa come una cosmologia o scienza del cosmo, ovvero di ciò che è ordinato ed armonico, che possiamo contrapporre a chaos.

 La radice indoeuropea di kosmosè kens da cui deriva censeo latino ovvero annunziare con autorità, ovvero qualcosa che non può essere smentito dopo che è stato annunciato. Quindi ciò che annunziandosi si impone con autorità. Nel suo linguaggio antico la filosofia indica dunque con kosmos quello stesso concetto che indica physis ovvero il tutto come verità innegabile.

 Il passo che porta la filosofia a chiamare se stessa epistemeè breve. Se noi la traduciamo come scienza trascuriamo il significato letterale: stème=stare ed epi=su dunque ciò che si impone per l’evidenza e che batte ogni avversario. Dal momento che la fisica moderna non c’entra nulla con tutto ciò perché isola, come del resto la fisica aristotelica “essere in movimento”, una parte dell’essere, da cui l’epistemologia più che scienza come riflessione critica sulla scienza moderna.

 Ciò che significa? Quel tipo di conoscenza che si è posta come incontrovertibile ha rinunciato progressivamente a porsi come tale per una conoscenza ipotetica che ha bisogno di conferme da parte dell’esperienza.

 Ecco perché si parla di derivazione della scienza dalla filosofia come parto traumatico e doloroso. 

Del resto come abbiamo visto negli strati più profondi dell’indoeruopeo physis rimanda alla luce e all’essere che nella sua luce si rivela, ma include anche il senso del nascere e del crescere. C’è dunque un significato originario e uno derivato: perché vi sono diversi modi specifici secondo cui le cose giungono a rendersi manifeste: il nascere del sole e della luna, degli uomini, degli animali e delle piante. Se si presta attenzione solo al modo specifico si finisce come Aristotele che interpreta la prima filosofia come fisica.

Identità del diverso

Abbiamo detto che prima della filosofia c’era il mito. L’esistenza guidata dal mito pone in primo piano l’opposizione, l’antitesi, l’ostilità, l’estraneità, l’irriducibilità tra le cose. In Esiodo dall’immensità del chaos si generano gli dèi e tutte le fasi del mondo. I conflitti degli dei sono lo specchio del dissidio tra gli uomini. L’esistenza mitica non certo interpreta l’universo come pulviscolo di parti che si urtano e si affrontano tra loro, ma vede delle unità che raccolgono in sé cose differenti e contrastanti.

La tribù o il clan familiare sono esempi di tale unità. Una tribù è un insieme di individui diversi: case, attrezzi, animali, membri, cibo ma tutte queste diversità sono uno nel concetto di tribù. Però è vero che le tribù sono tra loro ostili e dunque l’unità è solo parziale. La filosofia rispetto al mito guarda fino agli estremi confini del Tutto e vede ogni cosa diversa dall’altra ma uguale per un qualcosa in comune: IL FATTO DI ABITARE IL TUTTO, sia pure in modi diversi.

Eraclito dice “tutte le cose sono uno”, sono cioè l’identità in cui restano unificate tutte le differenze: identità del diverso, un’affermazione che contiene in forma pregnante tutto ciò che nella storia filosofica poi si espliciterà. L’identità del diverso è infatti la sostanza della dialettica hegeliana, ovvero il nucleo del pensiero che sta al termine dello sviluppo storico della filosofia.

Arché

 Gli elementi che abitano il tutto e che nascono e muoiono non provengono certo da una dimensione che si trova al di là del Tutto e non muoiono uscendo dal Tutto. Le cose nascono e tornano nel Tutto. Le piante spuntano dalla terra e si protendono nell’aria e alla morte nella terra tornano. Dunque la terra tiene le piante ancor prima che siano visibili in un’unità che a occhio nudo non si può vedere. Ma a sua volta anche la terra fa parte di un tutto e così si risale all’infinito se non ci fosse un principio o archè che indica l’unità da cui tutte le cose provengono e a cui tornano.

Dall’Uno provengono le differenze, da cui l’identità del diverso, secondo un principium individuationis  che comporta la generazione o divenire delle cose dal Tutto, da cui due concetti fondamentali: ciò che vi è identico in ognuna delle cose diverse e concetto di unità del tutto. Quello che vi è di identico è la sostanza o materia o elemento di cui le cose sono costituite. Per Aristotele sono i primi pensatori che stabiliscono che dal niente non si genera alcuna cosa. Il principio=archè è eterno e dunque divino e avvolge e governa tutte le cose. Ma l’archè non è solo il principio da cui  tutto deriva e in cui tutto ritorna ma anche la forza che determina il divenire del mondo che lo governa e lo riporta nel Tutto. 


[1]Aletheia= ciò che non è nascosto (alfa privativo + la radice lat di lanthano che significa nascondersi)

Chiara Bellucci

Dottoranda in Scienze Umanistiche, Filosofia Teoretica, presso l'Università Guglielmo Marconi, Roma, Italia. Titolo del progetto: Cinema e Filosofia, analisi di un rapporto a partire da Gilles Deleuze

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