La situazione dell’ILVA spiegata in modo semplice

Periodicamente ritorna nelle cronache, condiziona governi e stabilità nazionale, cerchiamo di capire cos’è l’ILVA e cosa succede a Taranto.

La Società Industria Laminati Piani e Affini, ILVA S.p.a.  appunto, nasce nel 1905 come Società Anonima, una forma di società di capitali, ed è stata la più grande azienda siderurgica d’Italia.

La sua storia centenaria inizia dunque nei primissimi anni del Novecento .

L’atto di costituzione avvenne a Genova  ed è conseguenza della fusione di altre attività siderurgiche dei gruppi Elba (che operava a Portoferraio), Terni e della famiglia romana Bondi, che aveva realizzato invece un altoforno a Piombino.

Durante la prima guerra mondiale, al fine di sfruttare le grosse opportunità provenienti dalle commesse belliche, l’Ilva acquistò aziende cantieristiche ed aeronautiche; questo richiese ingentissimi investimenti e conseguenti debiti, che, a guerra finita, misero già allora l’Ilva in gravi difficoltà finanziarie.

Nel 1921 la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano, ovvero le maggiori creditrici dell’azienda, ne rilevarono la proprietà.

A seguito della crisi del 1929 però anche le due banche si trovarono sul punto di fallire e furono salvate dal nascente IRI, il famoso istituto per la ricostruzione italiana. In questo modo l’IRI divenne proprietario e controllore anche dell’acciaieria.

Dopo il secondo dopoguerra, grazie soprattutto alla grande espansione della domanda di acciaio per l’industria automobilistica e dell’elettrodomestico, l’Ilva rafforza la propria predominanza sul mercato venendosi a trovare in una posizione che possiamo definire quasi di monopolio statale.

Nel 1965 fu inaugurato il nuovo polo siderurgico di Taranto. Perciò nei successivi decenni l’attività dell’azienda si articolerà soprattutto sui quattro “poli siderurgici” di Cornigliano, Piombino, Bagnoli e Taranto, cui si aggiungevano altri stabilimenti minori.

Dopo la fine dell’IRI e il successivo processo di privatizzazione, l’azienda fu venduta “a pezzi”, l’acciaieria di Piombino fu ceduta al gruppo bresciano Lucchini, mentre l’attività più significativa, il grande polo siderurgico di Taranto, passò nel 1995 al Gruppo Riva.

Ai Riva sarebbe spettato quindi il difficile compito di rilanciare l’Ilva, ma durante quegli anni iniziano a emergere i primi legami tra l’impatto ambientale del polo siderurgico e l’impressionante numero di casi di tumore, anche infantili, che  colpiscono gli abitanti nella zona.

Secondo i dati raccolti dai ricercatori per mortalità e ricoveri nel periodo che va dal 2006 al 2013, nel sito di Taranto “la mortalità generale e quella relativa ai grandi gruppi è, in entrambi i generi, in eccesso”

Secondo uno studio promosso dal Ministero della Salute infatti ”nella popolazione residente risulta in eccesso la mortalità per il tumore del polmone, per mesotelioma della pleura e per le malattie dell’apparato respiratorio, in particolare per le malattie respiratorie acute tra gli uomini e quelle croniche tra le donne”

Per quanto riguarda i bambini, sempre citando il rapporto dello studio, “In età pediatrica si osserva un numero di casi di tumori del sistema linfoemopoietico totale in eccesso rispetto all’atteso, al quale contribuisce sostanzialmente un eccesso del 90% nel rischio di linfomi, in particolare linfomi non hodgkin”

Altri risultati da riportare secondo gli esperti sono “l’eccesso di mortalità per ipertensione, cardiopatie ischemiche, cirrosi e altre malattie croniche del fegato”, ricordando l’alta “nefrotossicità del cadmio, metallo presente nelle emissioni del sito industriale”

Nel 2012 quindi, a seguito di innumerevoli denunce, segnalazioni e studi per accertare il reale pericolo, la magistratura di Taranto dispone il sequestro dell’acciaieria per “gravi violazioni ambientali”. Vengono indagati tutti i vertici dell’azienda nonché  i presidenti Emilio Riva (in carica fino al 2010) e suo figlio Nicola.

I giudici definiscono l’azienda come un “fabbrica di malattia e morte”

L’Ilva di Taranto non è più un caso solo italiano, il clamore suscitato lo fa diventare uno dei più grandi scandali ambientali a livello mondiale. Impressionanti i numeri forniti dai  periti nominati della Procura di Taranto, gli esperti del tribunale hanno infatti calcolato che in sette anni sarebbero ben 11.500 le  persone morte causa delle emissioni, in particolar modo per cause cardiovascolari e respiratorie.

All’Ilva però  lavoravano quasi 13000 persone, più tutti coloro che erano coinvolti dall’indotto della fabbrica. Per tutelare lavoro e produzione industriale il governo Monti decide di non chiudere lo stabilimento ma di emettere un decreto che autorizzi la prosecuzione della produzione.

A maggio 2013 il gip Patrizia Todisco dispone un maxi-sequestro da 8 miliardi di euro sui beni e sui conti del gruppo Riva, denaro che sarebbe frutto dei mancati investimenti della famiglia Riva in tema di tutela ambientale.

Sequestro questo che però viene annullato dalla Corte di Cassazione. I Riva nel frattempo però lasciano il consiglio d’amministrazione dell’azienda, il governo decide quindi commissariare il sito siderurgico più grande d’Europa.

Nel gennaio 2016, ci stiamo quindi avvicinando ai giorni nostri, viene emesso il bando che invita a candidarsi se interessati ad acquisire l’Ilva. La gara pubblica viene vinta dal colosso industriale franco indiano Arcelor Mittal che diventa quindi nuovo proprietario e fa suo il difficile compito di rilanciare l’Ilva.

Condizione essenziale posta  per la firma dell’accordo con l’Italia è che Arcelor Mittal possa usufruire di un’immunità penale circa i danni del passato. Il famoso “Scudo Penale” da cui nasce tutto il pasticcio di queste ultime settimane.

Ma cos’è in buona sostanza questo famigerato scudo penale? Si tratta di un provvedimento creato per l’occasione atto a  garantire protezione legale ai futuri acquirenti, purché vengano fatte e bene tutte le opere di bonifica e ammodernamento degli impianti, il cosiddetto “piano ambientale” della fabbrica. Questa sorta di immunità speciale serve quindi a evitare che i nuovi proprietari, nel mentre mettano in opera il “piano ambientale” restino coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato. Semplice. Talmente semplice che possiamo riassumerlo così “io bonifico l’ambiente e sistemo gli impianti ma tu fai in modo che la magistratura non intervenga più su quanto successo prima del mio arrivo”

Opinabile come soluzione, certo, ma l’alternativa è la chiusura, perché altrimenti a nessuno verrebbe in mente di acquistare un impianto che potrebbe essere messo sotto sequestro anche il giorno dopo.

Quando tutto sembrava risolto, o quanto meno aveva imboccato una strada che sembrava poter portare a una soluzione, arriva Barbara Lezzi del M5S che si inventa di voler togliere lo scudo penale ad Arcelor Mittal, a tal proposito inserisce, quasi in sordina, un emendamento nel decreto “salva imprese”

Provvedimento, quest’ultimo, votato da 168 senatori dell’attuale maggioranza M5S PD Italia Viva Leu.

Tanto basta per far dire ad Arcelor Mittal che loro a queste condizioni non ci stanno più. Si ricomincia da capo quindi.

Intanto le opere ambientali rischiano di non essere finiti, molti lavoratori rischiano di essere licenziati e l’Italia si troverebbe priva di un polo siderurgico fondamentale per lo sviluppo economico del Paese.

Una situazione che dev’essere risolta al più presto mettendo da parte la solita demagogia di una classe politica, quella grillina, che finora non è mai riuscita a incidere positivamente su tutta l’economia italiana, anzi.

Redazione

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