Lesbo: aggressioni fasciste e spari sui migranti

Percossi anche giornalisti e volontari. La polizia non interviene. La guardia costiera ellenica spara sui barconi. Un bambino di 4 anni annegato. È l’inferno

A Lesbo ormai regna un caos violento. Dopo la dichiarazione di  Erdogan riguardo l’apertura delle frontiere e i primi 400 arrivi sull’isola è esplosa la rabbia.

Migranti, ma anche volontari e reporter, sono diventati il bersaglio dell’estrema destra che, organizzata in piccoli gruppi, ha picchiato persone, distrutto macchine e ha messo su una rete di controlli stradali  su tutta l’isola così da controllare le via d’accesso del campo di Moria. Passano solo i greci, tutti gli altri vengono presi a bastonate.

La polizia e la autorità non fanno niente, anzi sembrerebbe che la volontà delle autorità di Mitsotakis sia proprio quella di soffiare sul fuoco per poi  avere mano libera sulla repressione.

La rabbia è esplosa quando il governo ha smesso di trasferire i migranti dalle isole di Lesbo, Samos e Chios alla terraferma, si sono così venuti a creare sovraffolamenti che hanno causato gravi complicazioni nella gestione delle condizioni sanitarie.

«Siamo sempre stati solidali ma ora siamo davvero stanchi, non ne possiamo più. Se mi dovessi sentire male non potrei nemmeno andare in ospedale», è quanto racconta Elena, proprietaria di un bar a Skala Sikaminea, uno dei luoghi dove negli anni sono approdati più migranti.

La sanità infatti nell’isola è ormai al collasso, complice anche una crisi economica che non è ancora stata superata definitivamente e la pressione dei migranti sul già scarno sistema di servizi di Lesbo ha portato, questo è indubbio, tante difficoltà ai residenti.

Il clima è pesante, anche il bar di Elena, per anni ritrovo dei volontari ONG, oggi è deserto, chi non è greco non si fa vedere in giro volentieri: a poche centinaia di metri da lì c’è un centro di prima presidiato dagli abitanti e i migranti sono di fatto loro prigionieri.

«Abbiamo paura a camminare per strada, il posto più sicuro per noi è Moria Camp ma non possiamo andarci, rischiamo di essere presi dai fascisti – racconta Ahmed, siriano di 28 anni– Moria è un inferno ma se diciamo di essere più sicuri dentro puoi immaginarti quanta paura abbiamo fuori».

Il giorno prima alcuni suoi amici sono stati presi a bastonate e la macchina di un’attivista greca che ha provato ad aiutarli è stata distrutta  «Siamo qui da tanto tempo ma non abbiamo mai avuto così paura»

Oltre ai rinforzi da Atene sono arrivate poche altre  direttive su come affrontare la situazione, la prima è che non saranno più accettate  richieste.

La linea dura sulla chiusura delle frontiere e del soccorso ha già portato due morti: un bambino di 4 anni, annegato dopo che il gommone in cui viaggiava con i genitori si è capovolto, e un ragazzo di 22 anni di Aleppo, Mohammed El Arab, ucciso da una pallottola di gomma sparata dalla polizia.

Al largo di Kos la guardia costiera greca con una motovedetta e un gommone è passata a tutta velocità vicino a un gommone di migranti siriani, ha sparato colpi di fucile in acqua e poi con un forcone ha colpito i migranti che provavano a salire sulla motovedetta.

Tra domenica e ieri nelle isole greche di Lesbo, Samos e Chios sono arrivate 1.200 persone, una pressione che le tre isole piccole greche non possono reggere: prima di questa nuova ondata solo a Moria c’erano 22mila migranti a fronte di 3mila posti totali. Il governo greco sembra immobile, indeciso se continuare ad assecondare la violenza o farsi carico della situazione. In tutto questo l’Europa si gira dall’altra parte perché impegnata a contenere l’epidemia del Coronavirus. O forse questa è solo la scusa che l’Europa si è data.

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Redazione

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