Ma davvero Google ci rende stupidi?

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C’è chi dice che con l’avvento dei nuovi media, tra cui internet, “Google ci renda  stupidi”. McLuhan nel 1962, parlò di computer come strumento di ricerca e di comunicazione che potrebbe aiutarci a recuperare le    informazioni.

Nicholas Carr, la pensa in maniera diversa ed è infatti lui l’autore di un articolo pubblicato nella rivista Atlantic Monthly, intitolato: “Google ci sta rendendo stupidi?”.

Car sostiene che la gente ha smesso di leggere, guardano immagini, tv e tutto ciò che è ad internet correlato.

In realtà, la gente legge e scrive. L’unica cosa è che si leggono cose diverse e si scrivono in modo diverso. Derrick De Kerckhove ha questa parola: “scrittolettore“. Il più delle volte quando si legge qualcosa su internet si partecipa con qualcosa di scritto, anche solo con il click, collegandolo con la ricerca di varie cose. Le pratiche di scrittura e lettura sono cambiate. Anche i supporti del resto sono cambiati tanto che si può effettivamente proiettare un’immagine su una mano ed è possibile leggere in qualsiasi posizione si voglia. E poi ci sono schermi piccolissimi, che si possono portare in giro e con cui è possibile leggere e scrivere. Così la gente legge e scrive in modo diverso e lo fa su supporti diversi.

L’ articolo di Carr ha avuto un enorme impatto sulla psiche americana e gli educatori sono preoccupati per questo. Nicholas Carr si è posto una domanda legittima e molto importante, ed ecco perché tutto questo entusiasmo. Google ha anche profondamente modificato il modo attraverso cui gli studenti fanno ricerca su internet. Basta inserire una parola nel motore di ricerca e vengono fuori vari risultati, quasi non ci fosse più profondità e impegno con il testo scritto. Carr scrisse anche due libri “The Big Swtich” e “The Shallow” riguardo la superficialità della nostra mente e come essa è stata rielaborata dal nostro uso di Google. 

Gary Small è un altro studioso americano, ricercatore, autore de libro, “iBrain -Sopravvivendo alle alterazione tecnologiche della mente moderna”. Gary Small, non ha chiesto opinioni in giro, ha solo condotto alcuni esperimenti per scoprire cosa sta realmente accadendo al nostro cervello con l’uso del computer. L’osservazione della figlia è stato il suo punto di partenza.

Sua   figlia  è multitasking. Quando sua figlia impara a scaricare la musica nel suo nuovo i-Pod, e  allo stesso tempo, invia sms dal suo computer portatile, chiacchiera al telefono e contemporaneamente ripassa la sua lezione di scienze, il cervello di questa ragazza sta raggiungendo un altro livello; sta producendo neurotrasmettitori, sta sviluppando  dendriti e sta collegando nuove sinapsi”. Il che significa che qualcosa nel cablaggio del cervello è influenzato dall’uso dei computer. Qual è la scoperta? 

Prima di tutto il livello di flessibilità  nella   routine   sinaptica.    Le connessioni che stanno tra neuroni diversi si adattano molto rapidamente a nuove situazioni. Mentre stiamo imparando ad utilizzare i nuovi media, elaboriamo nuove strategie, e tali strategie hanno effetto sul modo    in cui organizziamo la nostra mente.

Contemporaneamente si  sviluppano però anche  nuove strategie, le quali sono anch’esse parte del sistema nervoso.

Gary Small e i suoi colleghi nella ricerca confrontarono due gruppi di soggetti. Uno che era molto esperto in computer, Internet, PC e simili, e l’altro che non esperto oppure non aveva nessun tipo di esperienza. Esperimenti con il sistema di risonanza magnetica per immagini, evidenziarono una sostanziale diversità tra i processi neurali nel cervello esperto e non esperto.

Small ha studiato che tipo di attitudini sviluppavano i bambini o i soggetti che stavano imparando attraverso l’uso del computer e arrivò a queste conclusioni: 

  • Primo: un  bisogno continuo di connettività, essere sempre collegati. Su questo principio sai che, una volta che sei stato morso dal bug di Internet, o da quello del telefono, non puoi farne a meno; deve essere costantemente accessibile, e devi essere te stesso accessibile. Questa è una cosa che viene quando si impara ad usare un PC.
  • La seconda è una maggiore consapevolezza di sé stessi. La  sensazione che sei una persona migliore, cosa che tuttavia è naturalmente prodotta da ogni tipo di esperimento. In termini pratici ciò significa accrescimento dell’autostima. 

Notò inoltre un maggior coinvolgimento dell’ippocampo e un senso molto più forte di essere capace, di avere il controllo. Malgrado gli inizi entusiasmanti, il libro di Gary Small finì presto per diventare piuttosto negativo, perché Small rilevava effetti negativi secondari tra cui l’attenzione frammentata dovuta al saltare da un argomento ad un altro. Ma il problema è che Gary Small ha scoperto che i ragazzi che usano la rete in un certo modo, non tengono in mente nulla, la loro attenzione è come splittata.

Tutto ciò è interessante. Small non è stato l’unico a fare questa scoperta, ma diversi esperimenti hanno dimostrato che i giovani di oggi, rispetto a  dieci, quindici anni fa, hanno perso qualcosa  della loro capacità di leggere le fisionomie, di leggere i volti, di capire ciò che le espressioni delle persone effettivamente esprimono, anche di riconoscere alcune persone. E’ un fatto molto strano che sicuramente si presta ad uno studio storico. Infatti una delle  caratteristiche  del  processo  di individuazione,  tipico  dell’intelligenza  occidentale,  imparando a leggere dal tempo dell’alfabeto fino ad arrivare al telegrafo, è una storia della definizione della rappresentazione dei nostri volti.

La Gioconda è un esempio di estrema raffinatezza dell’arte di saper rappresentare un momento, l’espressione di una particolare persona. Ma è possibile individuare nella storia della scultura greca una gradualità: passando da nessuna definizione – l’atteggiamento ieratico molto solido con gli occhi fissi in avanti, o quello egiziano ad esempio, verso una definizione sempre più precisa – fino ad arrivare a Monna Lisa. Quello che sta succedendo oggi, ha qualcosa a che fare con il nostro rapporto con gli schermi. Passiamo più tempo con gli schermi che con le persone, tanto che uno schermo diventa una rappresentazione ridotta del volto e della fisionomia delle persone.  L’immagine reale che viene rappresentata non ha nulla a che fare con il 3D, con il collegamento faccia a faccia con qualcuno. Ma sta in realtà accadendo qualcos’altro: la necessità di una distinzione molto forte tra le varie emozioni, tra le varie espressioni che sta diminuendo a causa del largo uso di emoticons. 

Quaranta emoticons non rappresentano tutte le possibilità di espressioni umane. L’emoticon manca di sfumatura.

Altra cosa nota: da molto tempo la gente sostiene che più tempo si trascorre sui computer, meno tempo si passa con le persone e dunque meno capacità si avrà nel trattare con le persone, aspetto provato da varie ricerche e incontestabile. Non è che stiamo cambiando per il peggio o il meglio, ma stiamo effettivamente cambiando: e dobbiamo vedere in che modo positivo possiamo cambiare.  Uno di questi modi è l’intelligenza ipertestuale.

L’intelligenza ipertestuale c’è sempre stata,  non è che è stata creata dai computer. Legata fortemente alla pagina HTML, si pensa che l’ipertesto sia connesso solo al computer. L’intelligenza ipertestuale sanno usarla anche gli animali. Il popolo cinese ha sempre avuto accesso a informazioni ipertestuali.

Intelligenza ipertestuale è il senso dell’ ordinare bene vari elementi che non rientrano nel loro contesto: come ricreare un contesto per cose che non sono collegate tra loro spontaneamente. 

Carr sostiene che, se la lettura viene costantemente interrotta, il pensiero cerca sempre di adeguarsi in modo frammentario e superficiale. La lettura viene costantemente interrotta perché l’utenza legge e scrive contemporaneamente, preme tasti, svolge altri tipi di attività. Non appena si è avuto il tempo di immagazzinare nella memoria a breve termine la parte letta qualche minuto fa, si è pronti per qualcosa d’altro.

Apprendimento superficiale, senza pensare in profondità. Però è apparente, perché ad un certo punto Carr dice: “Navigare tra documenti collegati implica una ginnastica mentale – è necessario valutare i collegamenti ipertestuali, decidere dove fare clic, adattarsi a diversi formati – tutti corpi estranei al trattamento di lettura”.  Ciò è assolutamente esatto, ma poi è necessaria una certa profondità nella valutazione dei collegamenti ipertestuali: decidere dove fare clic, adattarsi ai diversi formati, e soprattutto disponendo di cinque o sei finestre aperte davanti allo schermo, è richiesta una necessaria sintesi delle immagini che provengono da cinque o sei finestre. Conclude Car: “Questa attività disturba la concentrazione e indebolisce la comprensione” coniando l’espressione “switching cost”.

La memoria a breve termine, è come un rubinetto per le informazioni. Quando leggiamo, questo rubinetto di informazioni garantisce un flusso continuo che noi possiamo controllare per regolare la velocità e il ritmo di lettura.” 

Carr continua “On line siamo di fronte ad una molteplicità di rubinetti di informazioni alla massima apertura. La nostra elaborazione mentale salta da un rubinetto all’altro perdendosi nel processo. Siamo in grado di trasferire solo un minimo di dati da rubinetti diversi invece di un flusso continuo e regolare di informazioni”. Car intende la perdita del piacere della lettura, il senso della continuità viene meno da cui il desiderio di continuità. 

Questi frammenti li puntello contro la mia rovina” questa è una risposta che TS Eliot, poeta inglese-americano dice a riguardo dei frammenti di ricordi della sua vita. Questo è un modo molto positivo di guardare ai frammenti. Il mondo non è altro che frammenti. Se guardiamo a tutti gli elementi della vita quotidiana, la stessa informazione quotidiana, è come vivere con i frammenti che mettiamo insieme nel modo in cui ne abbiamo bisogno.

Le ricerche sulla memoria hanno individuato due tipologie di memoria: episodica e semantica.

La memoria episodica è la memoria dell’esperienza sensoriale delle cose e non l’esperienza verbale delle cose o esperienza linguistica delle cose. La memoria episodica è stimolata dai sensi ed è in grado di contenere e sostenere molte più cose.

E’ diversa dalla memoria a breve termine nei termini in cui ne parla Carr, sostenendo che la memoria a breve termine sia garantita solo attraverso questo piccolo rubinetto di informazioni. In realtà abbiamo la memoria episodica, ovvero il forte impatto dell’esperienza sensoriale del proprio ambiente.

La memoria semantica è una memoria che registra le cose che conosciamo abitualmente, in combinazione con la verifica di esperienza diretta che la memoria episodica ci dà. La mente umana ha bisogno sia dell’esperienza che della verifica delle esperienze, al fine di conservare le cose correttamente in memoria.  

Ciò può implicare che l’apprendimento online ad esempio si indirizza principalmente nella memoria episodica, da cui la frase famosa “un’immagine vale più di mille parole”. Il punto di partenza è un’esperienza sensoriale di ciò che accade sullo schermo. La nostra unità di memoria episodica di questa esperienza sensoriale viene trasferita alla memoria a lungo termine se necessario, altrimenti la lasciamo andare.

Facciamo un esempio: se vengono mostrate alle persone 300 foto in 5 minuti passandole rapidamente al computer, chi è molto bravo ne potrà ricordare venti, nella media se ne ricorderanno dieci. I meno bravi cinque. Dopo sette giorni ripropongo la stessa cosa a queste persone, ma invece di 300 immagini, vengono mostrate 150 della prima serie, e 150 nuove immagini. Tutti sono in grado di ricordare le immagini che hanno visto e, naturalmente, identificare quelle che non hanno visto. Non è una questione di descrivere ciò che si ricorda, è la memoria episodica ha conservato il ricordo da qualche parte nel vostro corpo, e non si ricordano le immagini stesse ma ci si ricorda di averle viste.  Ecco la differenza tra breve e lungo termine. L’episodico è a lungo o breve termine da una settimana a due perfino un mese, a seconda della persona. Il punto è che la memoria episodica è una forte esperienza sensoriale dell’immagine.

Allora chi è l’Iperscrittolettore (hyperwreader NdT)?

L’iperscrittolettore è quello che legge e scrive al tempo stesso, in costante dialogo con l’ipertesto. Vive nel presente assoluto, ad esempio, Twitter. 

Con Twitter si ha una reale memoria a breve termine di bit, 140 segni, è tutto quello che si può scrivere con Twitter. Sono frammenti in una totalità, composti però in maniera estremamente consapevole. Gli usi di Twitter non sono l’ideale, ma certamente in circostanze politiche e sociali, ovvero eventi dell’ordine dell’ immediato, l’accesso di Twitter è un esempio di condivisione di bit di memoria che può essere estremamente importante. 

Google è la memoria di cui abbiamo bisogno fuori dalla nostra testa. Non potremmo vivere un’esperienza sensoriale che ci consenta di immagazzinare la quantità di informazioni che Google ci offre come strumento di recupero.

Il computer come uno strumento per il recupero, come McLuhan aveva previsto, aspetto che rende la tesi di Nicholas Carr meno potente.

Sicuramente Carr ha ragione. Ha ragione nello stesso modo in cui Amon-Ra aveva ragione. Amon-Ra era il dio di tutti gli dei d’Egitto, e Toth l’inventore della scrittura per evitare che gli uomini perdano memoria. Il re rispose che con quella esperienza avrebbe rovinato la memoria delle persone, perché   invece di contare sulla propria esperienza, le proprie conoscenze, si sarebbero affidati a cose esterne. 

Eric Havelock replicando a Platone ha detto: “Mettere la memoria di fuori della mente dà spazio per l’invenzione e la pratica dell’intelligenza“.

In Internet le cose sono nuove quando sono riconosciute dalla gente, da cui l’idea di cloud computing, in cui memoria e intelligenza insieme sono disponibili, fuori dallo stesso Internet,   invece   di   essere  sempre   situati  nel proprio computer. E’ una nuova fase dello sviluppo di Internet.

Così, la scrittolettura elettronica: multimediale, telegrafica, nervosa (quasi veloce come il pensiero), neurale, connessa e plurale. Tutto questo è il modo in cui stiamo cambiando la nostra lettura e scrittura.

Il libro è destinato a scomparire? Il libro sarà sempre l’unico strumento dove il discorso trova l’ultima dimora, in cui sono fissate le parole. Questo è molto importante. Le argomentazioni di Carr non sono sbagliate e bisogna continuare a leggere libri. I libri allenano la mente. I libri trasformano la lingua in pensiero. I libri sostengono e proteggono l’identità privata insieme con il pensiero privato. Con i libri le informazioni si mettono nella propria testa, non sullo schermo, quindi è importante continuare ad avere entrambi: sia l’accesso “frammentato”, episodico, che salta superficialmente di frammento in frammento, sia la lettura, sviluppando il proprio sé.

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