Meloni e Montanari. Due estremisti pericolosi

Lei ha posizioni molto vicine al negazionismo, lui fa parte di quella sinistra che voleva il lockdown infinito. Possiamo fare a meno di entrambi

Giorgia Meloni show

Giorgia Meloni la conosciamo fin troppo bene, destra estrema, contro l’Europa, a capo di un partito in crescita costante ormai da troppo tempo. Montanari, e potevamo farne tranquillamente a meno, lo stiamo imparando a conoscere. Professore di sinistra sinistra. Uno di quelli che se non sei d’accordo con quello che dice diventi automaticamente fascista e lui dell’antifascismo ne ha fatto la sua professione. Non c’è niente di male nell’essere antifascista, ci mancherebbe, anche se ai giorni nostri è un po’ come essere anti cartaginese. Montanari però esagera, ormai è arrivato a un punto che se dicesse, per esempio il gelato più buono è quello al cioccolato, e qualcuno provasse a dire che è meglio quello alla nocciola, lui gli darebbe del fascista. E poi è un piagnone, se tra cento risposte di elogio sperticato ai suoi tweet, ne trova una in cui ci scappa un vaffanculo, lui subito inizia a strillare che sono arrivati i fascisti squadristi ad assalirlo e a cercare di ridurlo al silenzio con metodi violenti. Tattica conosciuta, la usano in molti su internet, specialmente su Twitter.

Ma perché stiamo parlando di loro? Ah già, le Foibe. Di recente Montanari è finito sulla graticola perché, a detta di alcuni esponenti delle varie destre italiane, avrebbe negato le Foibe. Non è proprio così, leggendo con attenzione quanto ha scritto non c’è stata una vera e propria negazione, si è un po’ impappinato sui numeri passando da 800 vittime a 5000 e si è detto critico riguardo il modo in cui è stato concepito il “Giorno del Ricordo”. Onestà intellettuale ci impone di sottolineare che sulle Foibe c’è stato, verso di lui, un attacco esagerato e le sue parole sono state strumentalizzate.

Ma questa è storia recentissima, facciamo un passo indietro, a quando disse “Draghi è il nostro Bolsonaro”…ma stai bene? Ma come ti viene in mente di fare un paragone del genere? L’occasione fu quella in cui il premier, sul finire di aprile, annunciò qualche timida riapertura per l’estate. Sì perché per quella sinistra di cui forse Montanari vorrebbe diventare l’intellettuale di riferimento, la strada da seguire per quanto riguarda il Covid era quella del lockdown infinito, tutti chiusi dentro casa, dei sussidi buttati dentro i fondi neri dell’assistenzialismo perpetuo. La sinistra di Speranza per capirci, quello per cui la pandemia era “una nuova possibilità per ricostruire un’egemonia culturale su basi nuove”…Brividi.

Insomma un estremista di cui proprio non abbiamo bisogno perché, e qualcuno prima o poi lo dirà chiaramente, meglio e su spazi più grandi di questo, la minaccia alle nostre libertà personali, durante la pandemia, non è arrivata da destra! Ma come non abbiamo bisogno di lui non abbiamo bisogno neanche della Meloni.

Giorgia, ai limiti estremi del negazionismo per tutta la pandemia, lei sì che sarebbe stata il nostro Bolsonaro. Ancora oggi non riesce a prendere posizione netta contro i Novax ma in qualche occassione tenta anche di farseli amici, continua a fare sciacallaggio senza vergogna: un poliziotto che non voleva vaccinarsi muore e lei, siccome il poveraccio prestava servizio presso un centro d’accoglienza, dà la colpa ai migranti! Un’atteggiamento di una gravità inaudita a cui, nonostante osserviamo la Meloni comportarsi così da tempo, non riusciamo ad abituarci e ci disgusta sempre come se fosse la prima volta.

Non vogliamo e non dobbiamo ridurci a dover scegliere se stare con Montanari e quello che rappresenta o con la Meloni. La polarizzazione del dibattito genera solo scontri verbali, aggressività, divisioni incolmabili e trasforma gli elettori in ultrà da stadio. Di tutto abbiamo bisogno adesso in Italia tranne che dell’ennesima lotta tra Guelfi e Ghibellini, o per dirla chiaramente tra fascisti e comunisti.

E qui si crea lo spazio per un’ulteriore riflessione. Draghi non è eterno, presto quel signore andrà a godersi la pensione e se anche dovesse farlo al Quirinale non sarà più lui, nella sua nuova veste, a guidare tecnicamente il Paese. Draghi è una pausa che ci è stata concessa, un time out, un’occasione sotto tanti punti di vista, per l’economia italiana di ripartire, certo, per gettare le basi di una crescita futura, senz’altro, ma anche per dar modo alla politica di riorganizzarsi e iniziare a pensare al dopo. Questo è un momento in cui, nel frattempo che Mario manda avanti la baracca, la politica deve creare nuovi spazi in grado di contenere riformisti, progressisti e moderati. Gli italiani non possono, alle prossime elezioni, trovarsi nella situazione di dover scegliere tra la destra becera e populista e l’attuale sinistra. Draghi sta fornendo il tempo necessario per farlo, ad altri spetta il compito di metterlo in pratica.

Redazione

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