Monito alla classe politica attuale: la figura di Socrate

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 Ispirandomi ad un grande maestro quale il Professor Antonio Gargano, oggi vorrei scrivere qualcosa su Socrate, più che mai per ricordare la grandezza di quest’uomo in termini di principi etici e senso dello Stato, perché possa essere di ispirazione alla febbre del “poltronismo” che sembra affliggere la politica italiana da troppo tempo. Come lo sarà Platone, anche Socrate è un filosofo di sintesi. I presocratici si sono interessati di natura (oggetto fuori da me) i sofisti si sono interessati, come del resto anche Socrate che non è un sofista, all’uomo (soggetto), Socrate e Platone fanno una sintesi fra i due, ciò significa che senza conoscere i presocratici o presofisti non si può comprendere Socrate.

 I sofisti spostano per primi la loro attenzione sull’anthropos ovvero l’uomo, la società, la morale, in maniera diversa rispetto ai primi pensatori la cui morale è fortemente ancorata ai valori della religione olimpica e ai valori dell’epica omerica, con i suoi eroi che nelle azioni rispondono a valori oggettivi “esterni” in cui la comunità si identifica, comunque, e che fa capo al concetto di dike, giustizia, di aretè ovvero di virtù (non cristiana), in senso di valore e nella sofrosune ovvero la saggezza pratica nel comportarsi in relazioni agli altri. 

 Questa morale oggettiva radicata nella tradizione religiosa dal punto di vista contenutistico è giusta, ma dal punto di vista della forma è sbagliata perché il carattere rimane sempre dogmatico, non dimostrato.

La sofistica opera una rivoluzione antropologica che ponendo l’uomo al centro fa prevalere la soggettività su tutto e la morale o diventa edonistica perché finalizzata al piacere personale, o utilitaristica perché finalizzata al bene, al tornaconto. Ecco qui l’inverso: contenuti sbagliati, ma forma giusta, perché i sofisti argomentano, dimostrano, non c’è più dogma. Con Socrate e Platone finalmente la morale utilizza contenuti giusti con la forma giusta, la forma che segue l’argomentazione e la logica. Socrate prende il meglio da sofisti e pre-socratici. Hegel lo definisce un individuo cosmico storico per la svolta che Socrate dà alla storia; alcuni lo paragonano perfino a Gesù perché nessuno dei due scrisse nulla. Allora se Socrate è così positivo, perché la città di Atene lo condannò a morte?

Questione che ha permesso di parlare di enigma Socrate o addirittura di processo alla filosofia.  Risponde Platone nel Sofista affermando che il lupo somiglia al cane. Ovvero il lupo è feroce (sofisti) e il cane è domestico ed è il migliore amico dell’uomo. Socrate demolisce tutto con la sua dialettica e in questo somiglia al feroce lupo sofista. Il mancato rispetto per i valori tradizionali lo ritroviamo nelle Nuvole di Aristofane, in cui Socrate è dipinto in un pensatoio, in una cesta appesa per aria tra le nuvole. Siamo nel 432, Strepsiade, appartenente al vecchio mondo contadino, che ha letto i poemi omerici, manda il figlio dal sapiente Socrate, perché lo indottrini, ma il figlio bastona il padre e Strepsiade disgustato distrugge il pensatoio di Socrate. Il messaggio frainteso è che Socrate insegni la retorica ai giovani ovvero l’arte della persuasione per cui anche la bugia è verità; se basta vincere con i discorsi, allora la verità non esiste più. Socrate non era così ma Aristofane è un aristocratico e per forza lo dipinge così.

Naturalmente abbiamo anche altre fonti. Senofonte nei suoi “Detti Memorabili” ci descrive Socrate come un moralista, mentre Diogene Laerzio, il più importante biografo dei filosofi greci ci dice che Socrate prima di conoscere Platone sogna un bellissimo cigno che tiene in grembo e poi il cigno sfugge e Socrate non può fare nulla. Il cigno era Platone, che comincia come suo discepolo ma poi si autonomizza. Nei Dialoghi Platonici giovanile Socrate è il protagonista assoluto tanto che è difficile determinare dove finisce Socrate e dove comincia Platone. Idem per l’apologia, ma poi nella dottrina delle idee, Platone prende una strada autonoma.

 Aristotele dice che Socrate scopre l’universale che apre al metodo induttivo, dal particolare all’universale. La mente umana è capace di raccogliere nell’unità concettuale molteplici esperienze particolari. Sicuramente Aristotele ha messo molte personali opinioni in ciò, essendo Aristotele un grande sistematizzatore, ma ha ragione sotto molti aspetti, tuttavia, dal momento che la sofistica aveva negato l’esistenza di una verità universale. Per Socrate c’è e dimora in noi, da ciò il motto delfico “conosci te stesso”.

 Socrate dice “so di non sapere”. I sofisti invece sanno di sapere che tutto è falso e non c’è verità, ma nel momento in cui dico che non c’è verità, pretendo di dire comunque una verità e dunque così dicendo Socrate contraddice il relativismo tipico dei sofisti. 

 Socrate parte da premesse diverse: so di non sapere, che sembra banale ma è un grande sapere, perché è certo rispetto ai sofisti. L’essere umano non è né una bestia, né Dio, ma occupa una posizione intermedia tra assoluta ignoranza e assoluta sapienza. L’uomo è in cammino verso la Verità che è una dimensione filosofica, da cui la filosofia come amore per la sapienza. L’uomo è visto come tensione verso la verità che è la vita del filosofo, in constate cammino verso la verità e per questo Socrate non scrive nulla [1]perché se avesse scritto, la  tensione nell’oggetto che si desidera sarebbe venuta meno e dunque anche la ricerca non avrebbe avuto senso.

 Kirkegaard paragona Socrate ad un barcaiolo. Socrate è un traghettatore di anime dall’ignoranza alla verità. Li aiuta a compiere questo passaggio e poi li lascia proseguire da soli perché è lecito che i suoi discepoli prendano strade diverse, interpretino il messaggio del maestro a modo loro, ognuno in coerenza con se stesso. Socrate non dà la verità ma un modo per arrivare alla verità e dunque si apre il discorso sul metodo che ha sempre due parti:

1) pars destruens: parte distruttiva in cui Socrate deve sgomberare la mente dell’interlocutore attraverso l’ironia e il dubbio 

2) pars construens: in cui Socratre aiuta l’interlocutore a partorire la verità che è in sé attraverso la maieutica.

 L’ironia[2]è uno strumento molto potente di cui si serve Socrate per sgombrare il campo, ma anche un’arma a doppio taglio, perché quando nel Lachète di Platone, Socrate prova a far emergere da Lachete il concetto di coraggio, i tradizionalisti danno per scontato che un grande generale lo sappia e dunque il fatto che Socrate contesti un grande generale, di certo non lo mette in buona luce. L’ironia ha un grande effetto perché sgretola le credenze preconcette dell’interlocutore come di tutti. Quello che la Pizia dice nel delirio non basta per definirsi verità, perché l’uomo con la sua ragione deve capire. Non si può accettare tutto alla lettera, ma interpretare alla luce della ragione. Socrate di certo non vuole offendere la religione tradizionale, ma il suo anticonformismo, e dunque la novità socratica non poteva essere ben accolta ai tempi[3].

Altro momento cuore della pars destruens è l’insinuare il dubbio nell’interlocutore e a tal proposito l’Eutidemo platonico è perfetto per dare l’idea. Socrate chiede ad Eutidemo che cosa sia la giustizia e lui come altri interlocutori, risponde con un elenco delle azioni giuste e Socrate (prendendosene gioco gli dice “bravo, che sapienza, però non era questa la domanda che ti avevo fatto”).

 Eutidemo aveva risposto che giustizia è

1) non dire bugie

2) non rubare

3) non ingannare

 Alla prima Socrate si finge condottiero e ipotizza un campo di battaglia in cui gli uomini sono demotivati. Lui li inganna e dice che stanno arrivando i rinforzi. Gli uomini si rincuorano e vincono. Ha dunque usato una bugia a fini costruttivi. Alla seconda Socrate pone l’esempio di un bambino malato a cui la mamma mischia insieme alla medicina cattiva il miele per poter far sì che il bambino assuma la medicina e guarisca, e alla terza Socrate propone l’esempio dell’amico depresso a cui si ruba una spada. Non è forse un furto a fin di bene? Se è depresso può uccidersi con quella spada, magari poi, una volta rincuorato la spada verrà restituita.

 La pars construens è invece la maieutica in cui le anime con la verità dentro, vengono fatte partorire da Socrate, da cui il discorso della coscienza o daimon socratico che pur essendo soggettivo, ci mette in contatto con qualcosa di oggettivo. La verità è oggettiva, lo sforzo, la tensione personale verso la verità è soggettiva e questa è la grande differenza dai Sofisti. Hegel dirà che l’uomo deve pervenire alla verità con uno sforzo proprio, ma se usa la ragione, giungerà al risultato sperato, cioè l’intellettualismo etico socratico.

Voglio sapere cosa è giustizia? Devo personalmente compiere una ricerca particolare su tutto quello in cui compare la giustizia, dunque la virtù coincide con la conoscenza. Se non so cosa è il bene, allora non posso neppure farlo. La ragione porta a contenuti oggettivi, da cui la coerenza nell’accettare la sua condanna che porta Socrate a negare l’aiuto di Critone, il suo discepolo anziano che vorrebbe salvarlo. Bellissimo il discorso razionale di Socrate sulla morte.

“Se nella morte io finisco allora sarà come uno di quelle nottate in cui non si fanno né sogni, né incubi e la mattina ti svegli completamente ristorato, dunque oblio totale; se c’è una prosecuzione, non ci sarà piacere più grande di andare a parlare con Omero, Achille e gli eroi del passato” [Apologia di Socrate – Platone]. Dunque non so se la morte è cattiva o buona e non posso temerla. Socrate è filosofo fine alla morte. Sono le leggi che regolano la vita collettiva e di conseguenza Socrate come cittadino ateniese ha sperimentato le leggi ordinate della città.

Se Socrate considerava le leggi ingiuste, se ne sarebbe andato via o le avrebbe contestate, ma fino a 70 anni tali leggi sono andate a Socrate più che bene e nel giorno della sentenza di quello che è passato alla storia come “processo alla filosofia” non può scappare o sarebbe incoerente. Cosa cambia ora? Le leggi non gli vanno più bene per il proprio utile personale? L’universale concreto è lo Stato e al di sopra non ci sta nulla. Per uno stato migliore puoi persuadere le leggi e rivederle in termini di qualcosa che sia ancora più universale. Per arrivare a forme più eque di giustizia, per Socrate, non si può semplicemente non rispettare quelle già esistenti.


[1]Sarebbe come dire: ho raggiunto la verità, venite a leggere il mio libro

[2]Che è anche auto-ironia perché Socrate anche fa finta di non sapere cosa siano le domande che rivolge agli interlocutori

[3]La sconfitta durante la guerra del Peloponneso e la difficile situazione politica aveva fatto considerare del metodo socratico sola la pars destruens. Dunque Socrate imbarbarisce i giovani, li devia e noi perdiamo la guerra. Ma dal momento che poi il responso della Pizia delfica diceva che Socrate era il più saggio perché diceva di non sapere, Socrate lo riconosce come vero, ponendo gli interlocutori di fronte alla loro ignoranza.

Fonte: F. Albèrgamo, A. Gargano; Il pensiero filosofico e scientifico nell’antichità e nel medioevo, La Città del Sole, Napoli, 2005, pp. 83-91

Chiara Bellucci

Chiara Bellucci

Dottoranda in Scienze Umanistiche, Filosofia Teoretica, presso l'Università Guglielmo Marconi, Roma, Italia. Titolo del progetto: Cinema e Filosofia, analisi di un rapporto a partire da Gilles Deleuze

2 risposte

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