Perché l’Italia amò Mussolini, di Bruno Vespa

Innegabili verità. Diverse inesattezze. Paragoni tra due dittature: il fascismo e il Covid. Questi i temi trattati da Vespa. La nostra recensione.

Bruno Vespa nel suo ultimo libro “Perché l’Italia amò Mussolini” parte da una verità scomoda ma tuttavia innegabile: il Duce era amato, molto amato. Ecco perché ogni volta che sentite qualcuno vantarsi di un bisnonno o di un prozio eroico partigiano dovete tenete a mente la famosa frase di Winston Churchill “Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti…“. Proprio così: moltissimi divennero partigiani e antifascisti dopo il 25 aprile, quando Mussolini era ormai morto e sconfitto, a conferma che se il saltare dal carro dei perdenti a quello dei vincitori fosse disciplina olimpica, avremmo vinto più medaglie lì che nella scherma. Mussolini aveva un consenso enorme nel Paese, la narrazione postuma ci ha presentato il fascismo come una maledizione improvvisa che colpì l’Italia. Non è così, questa è la narrazione che abbiamo accettato, come Nazione, per non sentirci in colpa, per perdonarci, per lavarci la coscienza. Vespa nel suo libro racconta di come una volta superato il trauma per l’omicidio di Matteotti, Mussolini conquistò consenso non solo in Italia, ma anche all’estero, per aver annientato quel socialismo filosovietico che stava avanzando in Occidente. Il saggio di Vespa ci ripropone, poi, la favoletta sempre valida dei  treni che arrivavano in orario e della bonifica pontina. È vero che dopo di lui i treni hanno fatto ritardo sempre, è vero pure che le bonifiche ci sono state, ma non bastano certo a cancellare vent’anni di Fascismo. Ci furono grandi opere, altra verità innegabile, ma non bastano per dare legittimità  a quella frase orrenda che sentiamo ancora oggi “Mussolini ha fatto anche cose buone”. Non è vero. Non ha fatto niente di buono. È stato un criminale e i moltissimi italiani che l’hanno sostenuto sono stati suoi complici, diretti e indiretti, solo che lui e la sua cerchia più stretta alla fine pagarono per i crimini commessi, i moltissimi italiani complici no, buttarono via la camicia nera e si misero un fazzoletto rosso al collo, sostituirono Faccetta Nera con Bella Ciao e chi si è visto si è visto. Altra verità ricordata da Vespa è la creazione di alcuni istituti e l’attuazione di diverse riforme: la messa in sicurezza dell’economia dopo la crisi del 1929, la settimana lavorativa di 40 ore, dopolavoro, il sostegno alla maternità, le colonie marine etc etc. Vespa sa benissimo però che a Mussolini spesso sono stati attribuiti i meriti di cose che non ha mai fatto, come la  creazione dell’INPS per esempio, eppure sceglie di lisciare il pelo ai revisionisti nostalgici che, spesso peccando d’ ignoranza, sono davvero conviti di essere nel giusto quando elencano tutte le grandi conquiste del fascismo. Una scelta, quella di Vespa, che non comprendiamo affatto. Il racconto poi prosegue, dilungandosi fino a diventare un po’ noioso, sul Mussolini privato, sull’uomo tormentato e solo che si circondava di amanti. Per essere brutali: nulla che non sapevamo già.

Mantenendo sempre uno spirito critico severo anche il paragone tra le due dittature: il fascismo e il Covid, ci sembra troppo forzato, un incastro narrativo troppo sgangherato che rischia di mandare all’aria tutto. Libertà individuali violate in entrambi i casi ma le situazioni non sono paragonabili. E sia ben chiaro che con questo non vogliamo assolvere un governo di incapaci che a parte togliere la libertà ai cittadini con il lockdown non ha fatto altro per risolvere la crisi. Per sconfiggere la dittatura del Covid basterà un vaccino, per sconfiggere il fascismo ci sono voluti due decenni, una guerra mondiale, settantacinque anni di democrazia e ancora alcune cellule sopravvivono nel DNA dell’Italia.

Tuttavia, per onestà, dobbiamo sottolineare come nella parte sul Covid, Vespa si dimostri lucido, critico, molto attento  nel raccontare Codogno e il cimitero di Bergamo, nell’intervistare i sindaci dei paesi martoriati, nel descrivere le terapie intensive. In questa parte del libro Vespa torna cronista e spiega, entra in quei dettagli che danno la dimensione dei fatti, e lo fa con attenzione usando uno stile asciutto, diretto e comprensibile. Ironizza, e qui siamo con lui, sui virologi da talk show, prova a spiegare che si può essere allarmati senza essere allarmisti. Richiama a quel buon senso che dovrebbe guidarci, quello che dovrebbe farci restare lucidi senza diventare Scemi di Covid, ma purtroppo, e questo lo aggiungiamo noi, il buon senso è stato il prima a morire di Coronavirus.

Il libro prosegue  con un’intervista a Conte di cui proprio non avvertivamo la necessità e che ci presenta un ometto confuso, preoccupato, che straparla, vaneggia, tira a campare e che non ha idea su come utilizzare i soldi messi a disposizione dall’Europa.

Nella parte finale Vespa, saltando un po’ di palo in frasca, dedica uno sguardo ai partiti. Un PD leggermente rinvigorito, un M5S impegnato a ridarsi un’identità, una forma, e che rischia persino la scissione per mano di Casaleggio e Di Battista. Di un Renzi in movimento, di un Calenda lanciato a sindaco di Roma…insomma parla di attualità. Sinceramente quest’ ultima parte del libro sembra un’aggiunta di pagine inutili con il solo scopo di fare “volume” così da poter giustificare il prezzo leggermente altino (11 euro per la versione e-book è decisamente troppo)

Per concludere: il libro di Vespa contiene qualche inesattezza nella parte sul fascismo ma non mente, forse a volte esagera. Qualcuno leggendolo potrebbe pensare che Mussolini non è stato poi così male ma nel complesso l’opera non vuole essere una riabilitazione e di certo però non è nemmeno una condanna. In alcune parti è scorrevole, leggero, in altre si appesantisce e diventa complicato da seguire. I salti temporali appaiono immotivati e di difficile comprensione al punto che alla fine si ha come l’impressione di aver letto due libri, totalmente scollegati tra loro, rilegati in un unico volume.  Senza infamia e senza lode.  

Redazione

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