Reddito di cittadinanza e mafia

Lo percepiscono boss della ‘Ndrangheta e uomini della Camorra. I soldi delle nostre tasse usati in modo osceno

Prima di affrontare l’argomento bisogna necessariamente chiarire una cosa: non abbiamo niente contro il reddito di cittadinanza così come non avevamo niente contro il ben più strutturato REI (il vecchio reddito d’inclusione). Chi si trova in difficoltà va aiutato in tutti i modi possibili, che poi sono sostanzialmente due: dare un sussidio in grado di assicurare dignità e favorire l’ingresso nel mondo del lavoro. Riteniamo inoltre inconcepibili le lungaggini burocratiche e tutte le difficili peripezie che bisogna affrontare prima di accedere al sostegno. Lunghe file ai CAF, ore davanti al sito malfunzionante e di difficile comprensione dell’I.N.P.S, su e giù dagli uffici comunali e così via. Insomma, altro che giornate perse a far niente sul divano.

Un reddito minimo va garantito a tutti perché la povertà va davvero sconfitta, ma nei fatti e non affacciandosi dai balconi con la faccia invasata. Il problema è che l’obbrobrio deforme concepito dalle menti insane dei grillini semplicemente non funziona ed è dannoso.

Che la mancetta, pagata con i nostri soldi, grazie alla quale il M5S è salito al potere finisca nelle tasche dei criminali è inaccettabile. Non possiamo tollerarlo, specialmente adesso, dopo aver visto quanto è carente la nostra sanità pubblica e considerati gli aiuti reali di cui avranno bisogno le persone veramente in difficoltà. C’è gente in fila alla Caritas e le persone vanno a fare la spesa con i buoni del comune, e noi dovremmo far finta di niente quando leggiamo di criminali percettori del reddito di cittadinanza? No! Non lo possiamo fare. Leggiamo di tamponi a pagamento e di attività che resteranno chiuse, i cartelli affittasi o vendesi hanno sostituito quell’insopportabile scritta “andrà tutto bene”, in questo clima sapere che fondi utilizzabili per ben altri scopi sono buttati per pagare lo stipendio a dei delinquenti incalliti ci fa andare su tutte le furie ma soprattutto ci riempie di rabbia verso chi ha permesso questo schifo.

E inconcepibile che personaggi ritenuti dai tribunali boss o affiliati di potenti clan della ‘ndrangheta siano, per un’altra parte dello Stato, dei disoccupati o persone con disagio economico che vanno sostenuti con i sussidi statali.

Di “scoperte” simili ne sono piene le cronache nazionali. Ad esempio solo qualche giorno fa la Guardia di Finanza di Reggio Calabria ha scoperto che ben centouno ‘ndranghetisti  hanno usufruito per mesi del reddito di cittadinanza e che altri 15 avevano già presentato domanda e stavano in attesa di conoscere l’esito della pratica.

In teoria nessuno di loro aveva diritto al sussidio perché la legge esclude dai beneficiari chiunque abbia subito una condanna definitiva negli ultimi dieci anni (e noi riteniamo sbagliata anche questa norma, ci sono reati e reati, questo per dire quanto siamo a favore degli aiuti, anche a chi ha sbagliato in passato e commesso un reato, ma ai mafiosi no) per aggirare questo ostacolo però basta presentare un’autocertificazione fasulla. Le indagini chiariranno quanto e fino a che punto sono coinvolti i responsabili dei CAF o dei centri per l’impiego che hanno aiutato queste persone con le loro pratiche.

Fra coloro che stavano percependo il reddito di cittadinanza non ci sono affatto solo piccoli manovali del crimine, assolutamente no, ci sono esponenti di rilievo dei clan storici: i Tegano e i Serraino, molto influenti nella Locride e addirittura i figli di Roberto Pannunzi detto “Bebè”, definito in modo esagerato da alcuni giornalisti come “il Pablo Escobar italiano”, ma per carità, questa è una fandonia per fare un titolo sensazionalistico ma stiamo comunque parlando di uno che si vantava di pesare i soldi anziché contarli. Uno dei broker di cocaina più attivi nel mondo capace di far arrivare in Italia anche duemila chilogrammi di cocaina purissima al mese. Arrestato e condannato diverse volte riuscii a evadere dal carcere prima di rifugiarsi in latitanza per diversi anni.

Suo figlio, Alessandro,  ha proseguito l’attività paterna ed è entrato nel giro dei grandi traffici internazionali di droga (ha persino sposato la figlia di un grande produttore di Medellin)

Arrestato nel 2018 esce dal carcere solo  un anno dopo e subito subito presenta domanda per avere il reddito di cittadinanza, sussidio che ottiene anche se nella richiesta non aveva nemmeno indicato la propria residenza, rendetevi conto.

Naturalmente non è lui l’unico “pezzo grosso” dei clan ad aver ricevuto sussidi dallo Stato. Mesi fa i finanzieri, con un’operazione chiamata “Salasso” hanno scoperto tra i beneficiari non solo proprietari di auto e ville di lusso, ma persino dei condannati per mafia già detenuti.

Quanto succede in Calabria è solo una porzione del problema: sussidi statali, pagati da noi, vengono elargiti a criminali in tutta Italia, specialmente al sud ma questo solo perché in quelle terre la criminalità agisce ancora in clandestinità, mentre nelle altre regioni investe soldi in attività all’apparenza pulite.

Parole pesanti sono arrivate, in un recente passato, anche dal governatore della Campania Vincenzo De Luca, “È servito per pagare la manovalanza della Camorra”, una dichiarazione dura ma che non si discosta purtroppo dalla realtà e ne abbiamo conferma ogni giorno. Sempre più spesso infatti leggiamo di camorristi che una volta arrestati si scopre essere beneficiari del sussidio. Lo stesso sussidio che uscendo per un attimo dalla criminalità organizzata viene percepito anche da evasori e lavoratori in nero.

Per molti la soluzione sarebbe l’abolizione del Reddito di Cittadinanza, un taglio netto e via. Non siamo d’accordo, ma fino a un certo punto. Come detto sopra siamo assolutamente favorevoli agli aiuti, ma il RDC così com’è concepito va abolito per far posto a soluzioni più strutturate e integrate veramente con il mondo del lavoro (a proposito, che fine hanno fatto i navigator?)

Non si può lasciare chi ha davvero bisogno senza un aiuto, ma continuando così, con il passare del tempo e delle scoperte agghiaccianti, lo Stato sarà costretto a toglierlo, e a rimetterci saranno gli unici a cui il reddito di cittadinanza serve davvero: i disoccupati e le persone oneste. È per loro che bisogna costantemente tenere i fari puntati sull’argomento. Non si può pensare, specialmente in Italia, di distribuire sussidi senza investire pesantemente non solo nello sviluppo che crea occupazione, ma anche sul controllo. Bisogna controllare dove va a finire il reddito di cittadinanza, e se la Finanza da sola non ce la fa allora va dato più potere di controllo ai comuni. Investire una parte dei fondi per controllare meglio aiuterà a risparmiare e quindi a destinare meglio i sussidi. È preferibile dare 850 euro a chi ne ha bisogno veramente piuttosto che darne 780 anche ai mafiosi. Ma per farlo bisogna controllare, controllare e controllare.

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Redazione

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