Ritratto di Gilles Deleuze, filosofo dell’immanenza

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E’ ormai un anno che mi occupo del filosofo dell’immanenza per antonomasia senza riuscire a delineare un ritratto di Gilles Deleuze che mi soddisfi. Michel Foucault aveva affermato, riferendosi al Novecento, “questo secolo sarà deleuziano”, rendendo omaggio in tal modo al suo connazionale francese. In effetti, aveva ragione e continua ad averla. Spesso, però, non ci si rende conto di aver vissuto e di vivere ancora in un secolo deleuziano perché Gilles Deleuze non è un assolutamente un pensatore di facile comprensione. In realtà nessun filosofo è “facile” da capire, quindi sarebbe più opportuno riformulare la questione e dire che Deleuze è più complesso rispetto ad altri filosofi, ma non il più difficile in senso assoluto. Il pensiero di Deleuze è innanzitutto poco praticato dato che la sua filosofia è fondamentalmente asistematica. Il dittico sul cinema, pubblicato negli anni ’80 dello scorso secolo e costituito dai volumi Cinéma 1Cinéma 2,rispettivamente dedicati ai concetti di immagine-movimentoimmagine-tempo,ricalca la complessità di cui sopra accennato, richiedendo, al fine di una maggiore comprensione, una lettura inclusiva dell’opera cinematografica all’interno della produzione deleuziana precedente e seguente il dittico. 

Se per Hegel il concetto è chiuso in se stesso, per Deleuze il concetto è aperto. La struttura concettuale hegeliana, quasi simile a una complessa alberatura di concetti ben delimitati, cede il posto a un nuovo apparato, dove le radici dell’albero che Hegel aveva piantato, ben salde nel terreno, vengono ora sostituite dalle terminazioni disordinate e intricate di un rizoma, che una volta in terra, si disperde in tutte le direzioni, ramificandosi, cambiando come “diviene” il mondo.  

E’ ovvio che la filosofia per Deleuze non ha mai smesso di produrre concetti in epoca contemporanea, ma non è più possibile produrli alla maniera hegeliana. Il filosofo, sullo stile del genealogista nietzschiano, non può certo permettersi il lusso di innamorarsi del proprio sistema concettuale. I concetti devono insomma rimanere aperti e pronti per essere modificati se necessario, caratteristica quest’ultima, che ricorda parecchio la definizione stessa di ipertesto, cioè un testo che si modifica incessantemente, di cui l’esempio più attuale è la classica pagina internet.

Non a caso si è cercato spesso di accostare la filosofia o popfilosofia deleuziana al mondo della rete. L’intuizione c’è assolutamente, come del resto c’era in un altro eminente rappresentate della massmediologia e della cultura audiovisiva moderna come Marshall McLuhan in area nordamericana.

Ci sono, però, delle differenze. McLuhan è morto molto prima della creazione del world wide web e Deleuze nel 1995, esattamente un anno dopo la nascita del noto protocollo http che ci ha permesso di navigare in rete senza la minima conoscenza di codice informatico ed è bene considerare, tra l’altro, che nel 1995 Internet non era certo il cyberspazio di oggi. Inoltre, pur avendoci Deleuze lasciato una lunghissima e dettagliata intervista in formato DVD, conosciuta come “Abecedario di Gilles Deleuze”, non credo sia possibile stabilire con assoluta certezza e per di più a posteriorise una personalità complessa come quella di Deleuze avrebbe potuto o voluto trovare una giusta collocazione, in termini di pensiero e apparato concettuale, alla rete dal momento che l’intervista stessa esula dalla questione Internet.

Chiara Bellucci

Chiara Bellucci

Dottoranda in Scienze Umanistiche, Filosofia Teoretica, presso l'Università Guglielmo Marconi, Roma, Italia. Titolo del progetto: Cinema e Filosofia, analisi di un rapporto a partire da Gilles Deleuze

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