Sciopero a scuola, diritti dei lavoratori scolastici e diritti dei lavoratori-genitori che protestano

Oggi 11 Dicembre 2019 mio nipote viene regolarmente accompagnato a scuola dalla madre e la risposta che mia sorella si sente spiattellare in faccia è la seguente: “i bambini non entrano”.

Direi che forse è arrivato il caso di fare qualche nome, mi querelino pure. Ho spalle grosse, carattere e personalità nella vita reale e virtuale. Ci troviamo a Roma, Eur Fonte Meravigliosa, scuola elementare Domenico Purificato. Dramma tra i genitori. 

  • Come gestire i figli perché c’è sciopero;
  • Padri e madri esasperati dagli scioperi perché ciò significa portare i bimbi al lavoro con i genitori e nel privato non si è disposti a chiudere un occhio su queste faccende, specie se si ripetono, figuriamoci chiudere entrambi gli occhi;
  • Nonni che come sempre, quasi avessero firmato un contratto con i loro figli-genitori, devono all’ultimo momento cambiare tutti i programmi già presi per dare una mano.

Cerchiamo di entrare un po’ nei dettagli di tale anomalia per capire insieme se, ponendo su una ipotetica bilancia i diritti dei lavoratori scolastici con quelli dei genitori che lavorano, l’ago della bilancia necessariamente debba pendere sempre verso i lavoratori scolastici.

Premetto che da contatti fidati so che lo sciopero, almeno a Roma, ha funzionato a macchia di leopardo. Alcune scuole hanno aderito, altre no. Preciso meglio. In alcune scuole, dunque elementari, medie e superiori, il personale ATA ha scioperato e gli insegnanti non hanno potuto assicurare il corso regolare delle lezioni.

Cito il mio caso a titolo di esempio ma i nostri lettori sono più che benvenuti a inondarci di commenti perché forse è il caso che nonni, mamme, papà, zii e zie scendano in piazza una volta per tutte non per contestare qualcuno al governo o all’opposizione ma per farci ascoltare da chi governa. Se non erro, la nostra richiesta sarebbe coerente e conforme ad un ordinamento di tipo democratico.

Sono tre giorni, dunque da lunedì, che a mia sorella e agli altri genitori viene democraticamente cantato questo ritornello “forse mercoledì c’è sciopero. Voi i bambini li portate comunque, se non c’è sciopero entrano, se c’è, ve li riportate a casa”

Si è verificato il secondo caso. Panico. Non eravamo organizzati perché alla fine pensavamo che magari qualche ATA in rappresentanza della categoria andasse a manifestare il motivo dello sciopero e altri rimanessero a scuola per consentire agli inseganti di erogare la didattica. 

Invece hanno scioperato tutti. Mia sorella doveva lavorare perché se non lavora non guadagna. Non ha il posto fisso, né dispone delle giuste “conoscenze” per farsi dare il tanto amato e ormai parte dei nostri usi e costumi “calcio in culo”. 

Io faccio ricerca e dovrei lavorare, da casa, ma dovrei lavorare. Ora è evidente che gestire un bambino vivace, come tutti gli altri bambini del resto, non è l’ideale per chi svolge lavori di ricerca che richiedono un ambiente tranquillo e silenzioso. 

Rimangono i miei. Mamma è recentemente caduta in un cratere lunare nella bellissima Roma dei 5 stelle ed è ancora convalescente, dunque non può ancora fare tutto ciò che faceva prima. Papà aveva i suoi impegni – cosa sacrosanta, dal momento che una persona che ha lavorato per tutta la vita, in pensione sarà anche libero di farsi gli affari suoi – ma ha disdetto ogni impegno.

Bilanci –  il disagio è stato creato per non parlare della didattica non erogata oggi e vorrei ricordare che siamo un paese con elevato tasso di analfabetismo funzionale, quindi cosa si fa? Non si assicurano le lezioni. 

Mi chiedo se il disagio, oltre che farci saltare i nervi, non si traduca anche nel mancato rispetto dei diritti dei genitori che lavorano, dei nonni che sono in pensione, ironicamente aggiungerei delle zie che magari hanno scelto di fare le zie e non le mamme e in ultimo, ma non per ultimo, il diritto dei bambini e dei ragazzi all’istruzione pubblica.

L’ultima precisazione la faccio da insegnante e promotrice di un progetto didattico on-line sorto proprio dalla necessità di “tappare i buchi” di una didattica già fortemente carente di suo e impostata su criteri, approcci e metodi che dimostrano una sola cosa: chi si occupa di scuola dal ministero alla cattedra forse farebbe meglio a dedicarsi ad altro, magari sarebbe più utile al resto dei cittadini, perché se queste persone hanno una laurea vera e propria in scienza della formazione o simili, allora l’università italiana è davvero sul viale del declino.

Tra l’altro conosco molti colleghi di dottorato che ricercano in area scienze umanistiche e formazione, vogliamo almeno ascoltarli una volta tanto dato che la formazione è il loro lavoro?

Quindi abbiamo, se non sbaglio, 4 categorie di persone alle quali sono stati violati i diritti per rispettare quelli di una sola categoria di individui.

La domanda che mi/vi pongo è la stessa dell’inizio. Forse è un mio limite e non mi è servita a nulla una formazione di tipo filosofico, ma mi chiedo –  “democrazia” è questo”? L’ago della bilancia pende nettamente a favore di una categoria e le altre 4 si attaccano al tram?

Fermo restando l’inviolabilità dei diritti di tutti, non sarebbe sempre meglio assicurare il regolare corso delle lezioni e mandare in rappresentanza della categoria solo determinate persone? Chiaramente poi sarebbe cosa doverosa e giusta che chi non ha scioperato, per solidarietà con i colleghi, rinunci ai soldi in busta paga. Del resto si sciopera e si protesta per una causa comune. Nessuno può sanzionarvi, ma a fine mese, la busta paga (già miserella di suo) piangerebbe un po’, certo, non un pianto a dirotto come quella di altri lavoratori meno fortunati, i quali, più che precari sono totalmente inesistenti in termini di diritti.

In questo modo si assicurano i diritti dei genitori che devono lavorare, dei nonni che devono riposare perché hanno lavorato una vita (beati loro di questi tempi) e dei ragazzi che devono formarsi. 

Io mi levo fuori dal momento che mi ritengo una privilegiata perché ai miei tempi  – che non sono poi quelli di Garibaldi, ma anni 80 (elementari) 90 (superiori) 2000 (università) –  la scuola funzionava molto meglio.  Più severa in tutto, ma i risultati poi si sono visti. Malgrado i problemi che certo non mancavano, la didattica era migliore senza ombra di dubbio. C’erano anche scuole che lasciavano a desiderare, normale che ce ne siano, ma la mia generazione è di fatto più preparata.     

Come si esce da questo pozzo senza fondo? I vostri figli sono entrati? Siamo ansiosi di sentire i vostri commenti relativi ai disagi odierni e non solo, perché effettivamente oggi è un’eccezione. Solitamente a Roma si sciopera sempre il venerdì.

Parliamone perché trovo vergognoso che il diritto allo sciopero, diritto serio tra l’altro, venga ridicolizzato in questo modo grottesco che butta sempre tutto in caciara per non ottenere un tubo all’atto pratico, se non contribuire a far accrescere in modo esponenziale gli stereotipi sul popolo italiano che spesso e volentieri portano poi a forme ingiuste ed esasperate di pregiudizio. 

Forse ce li meritiamo questi stereotipi, anzi sicuro, ma fortunatamente, in mezzo a chi fa come cavolo vuole da sempre perché il sistema glielo permette, facendogli credere tra l’altro che ciò è democrazia e coscienza civica, abbiamo anche in questo paese – viva Dio – tanti italiani per bene che mi piacerebbe non fuggissero all’estero.

Chiara Bellucci

Dottoranda in Scienze Umanistiche, Filosofia Teoretica, presso l'Università Guglielmo Marconi, Roma, Italia. Titolo del progetto: Cinema e Filosofia, analisi di un rapporto a partire da Gilles Deleuze

This website is using cookies to improve the user-friendliness. You agree by using the website further. Privacy policy