Intervista allo scrittore catanese Salvatore Giglio

Il cielo sopra Bellini,una raccolta di racconti su Catania e le sue contraddizioni. Presente nelle librerie e negli store digitali

Caro Salvatore, grazie per la disponibilità, siamo contenti di averti ospite su Cultura & Società per parlare del tuo ultimo libro. Ti andrebbe di presentarti con poche parole ai nostri lettori che ancora non ti conoscono?

Non amo molto parlare di me stesso, ma se mi chiedessi di usare poche parole forse potrei dirti: catanese, quarantaquattro anni, operaio della scrittura.

Quando hai capito di essere portato per la scrittura? Da piccolo soffrivo di una fastidiosa balbuzie, un fastidioso saltimbanco che appariva e scompariva limitando le mie volontà espressive. Così a scuola spesso ero costretto a sostenere interrogazioni scritte, per evitare lo strazio a me e ai miei insegnanti. È stato forse in quei frangenti, cercando di dare il meglio di me stesso per non essere penalizzato, che ho perfezionato e curato il mio modo di scrivere, trasmettendo le mie emozioni con le parole.

Hai un luogo, una stanza, un posto magico tutto tuo dove preferisci scrivere?

Scrivo nel mio studio, di mattina o nel primo pomeriggio, quando il sole entra prepotentemente dalle vetrate.
Ma in realtà i miei racconti nascono mentre cammino per strada, mentre vado al lavoro o nel dormiveglia, quando piccole immagini catturano la mia attenzione e la mia curiosità. Nell’immediato scrivo piccoli appunti sul mio telefonino o su un taccuino, in attesa di dargli corpo non appena i doveri quotidiani mi danno una tregua.

Appare evidente quanto Catania sia parte integrante della tua scrittura. Che rapporto hai con la tua città?

Potrebbe apparire scontato che adesso io ti risponda esaltando i pregi e le bellezze della mia città, avendo scritto un libro che la racconta. In realtà non è così, non vorrei cadere nella retorica di “noi abbiamo il sole e il mare, siamo meglio degli altri”. Forse potremmo essere migliori, ma aspettiamo sempre che qualcun altro faccia il primo passo; non è una questione di classe politica, parlo proprio della gente comune. Cosicché amo la mia città, una terra benedetta dagli Dei ma maltrattata da una parte dei suoi cittadini; per questo vivo perennemente un rapporto contraddittorio, tormentato, di chi vorrebbe tagliare i ponti ma finisce sempre per restare.

In tutte le ultime interviste abbiamo chiesto agli autori di raccontarci la loro “pandemia”. Come hai vissuto il lockdown, cosa ne pensi di quello che ci è successo e cosa ci aspetterà domani.

Dopo lo smarrimento iniziale, ho pensato che l’unico modo per andare avanti era occuparmi del domani, di quello che sarebbe successo quando avremmo avuto tutto questo inferno alle spalle.
Così ho accelerato le fasi finali de “Il Cielo sopra Bellini”, propiziandone l’uscita a Giugno scorso e mi sono buttato in altri lavori che spero un giorno vedranno la luce. Ancora non ci siamo messi questo dramma alle spalle, ma questa mia reazione è stata una maniera per esorcizzare la paura, pensare che un giorno tutto questo finirà e si potrà di nuovo tornare a vivere nella normalità che purtroppo spesso sottovalutiamo e non valorizziamo. Degli aspetti strettamente sanitari non saprei che dire, non ho le competenze per parlarne e lascio questi aspetti alle opinioni degli scienziati.

Cosa provi quando scrivi? Come nascono i tuoi racconti. Vogliamo provare a coinvolgere chi ci legge nei tuoi momenti creativi, scoprire le emozioni che vivi e le tue sensazioni in quegli attimi.

Non sempre riesco a scrivere, certe volte mi siedo con questa intenzione ma l’immaginazione è da qualche altra parte, a pascolare in un altro prato. Così esco, passeggio, osservo gli scorci della mia città, i ragazzini giocare a pallone al parco (Il Calcio, una mia grande passione), la gente che si affanna nel traffico, la teatralità della mia città. Così a volte si formano le immagini che appena ho la possibilità metto nero su bianco.
Scrivere è il mio momento catartico, è meglio di qualsiasi seduta di psicanalisi o lezione di Yoga. Scioglie le tensioni, allontana i pensieri negativi e crea un mondo in cui mi rifugio.

C’è un ricordo del tuo percorso che ti sta più a cuore degli altri, un aneddoto o una particolare sensazione provata che ti piacerebbe condividere con noi?

Una volta lessi un messaggio di un amico catanese che viveva all’estero; mi scrisse che leggere i miei racconti lo faceva sentire a casa. Da quel momento capii che valeva la pena continuare. Un altro episodio è stata una bellissima vacanza alle isole Eolie. Durante la visita a Salina, mi sono imbattuto con la “casa rossa” dove è stato girato “Il Postino”, un film che ha contribuito al mio percorso e che vedeva protagonista un attore straordinario, Massimo Troisi. Poche volte mi sono emozionato come quella volta.

Secondo te esiste un segreto per conquistare i lettori?

Il primo lettore che devo conquistare è me stesso, se non mi piace o non mi emoziona la sequenza di parole che ho scritto, non potrà mai conquistare gli altri. Col tempo ho capito che ciò che scrivo non rivela agli altri qualcosa di nuovo, semplicemente mostra sotto una luce diversa una situazione, un’immagine che avevano avuto sempre sotto gli occhi ma che avevano sottovalutato: il sibilo dell’ascensore che risale per il palazzo, i passi di un viandante solitario la domenica pomeriggio o l’ultimo raggio di sole all’imbrunire, che per non estinguersi tenta disperatamente di moltiplicarsi usando lo specchietto di un’auto posteggiata sotto casa.

Parliamo finalmente del tuo libro: Il cielo sopra Bellini”. Parlacene nel modo che preferisci, senza fretta.

“Il cielo sopra Bellini” è una raccolta di attimi e di immagini, piccoli racconti che immortalano momenti di vita della nostra città. Si può leggere tutto d’un fiato o assaporare a poco a poco, come il calice di buon vino.
Nel primo capitolo “Paesaggi metropolitani”, attraversa le quattro stagioni: esordisce raccontando le luci discrete d’autunno, si tuffa nell’inverno e, passando attraverso la tre giorni della festa di Sant’Agata, approda in primavera scorgendo un promettente alberello che odora di zagara, in una trafficata strada della città.
Infine, viene accecato dall’estate delle spiagge della Plaja.
L’ultimo capitolo racconta il Calcio di una volta, le suggestioni degli anni Ottanta. Vuole essere un umile omaggio ad Eduardo Galeano, Osvaldo Soriano, Nick Hornby e, consentitemi, alla maglia rossazzurra. Avventurandovi nella lettura potrete imbattervi in un anziano che si ferma in preghiera davanti una delle tante edicole votive in giro per il centro, conoscerete il posto dove molti bambini avevano l’ordine di recarsi in caso di smarrimento nella folla durante la festa di Sant’Agata e capirete cosa hanno in comune un gatto di porcellana e Aldo Cantarutti, il celebre attaccante del Catania negli anni Ottanta. E se pensate che la lettura sia interessante solo per i catanesi vi sbagliate. In un certo senso diventa anche una particolare “guida turistica” per chi vuole visitare Catania da ospite, entrando in contatto con la sua anima.

Qual è, secondo te, il genere di pubblico che potrebbe appassionarsi di più ai tuoi racconti? Non credo che i miei racconti possano appassionare di più una categoria di persone in particolare o siano ascrivibili ad un genere. Cerco di creare immagini con le parole sperando che chiunque le legga possa trovarci qualcosa di personale, di intimo.

Chi sono, tra i grandi della letteratura mondiale presente e passata, i tuoi maestri, quelli che con le loro opere più hanno contribuito alla tua formazione, o semplicemente quelli che ammiri di più per tecnica e creatività?

In più di quarant’anni ho avuto la fortuna di conoscere e apprezzare tanti maestri della letteratura e tutti hanno contribuito ad arricchirmi ed emozionarmi. Da ragazzino ho conosciuto la poesia di Buttitta e Micio Tempio, che forse per la profondità che suscita il dialetto colpì la mia immaginazione adolescenziale. Mi piaceva anche comporre piccole poesie in dialetto, curando e studiando anche tecnicamente la costruzione delle parole. Questo mi ha aiutato molto quando ho cominciato a scrivere in italiano e iniziato a leggere due grandi autori sudamericani: Gabriel Garcia Marquez e Pablo Neruda. Sono stati loro a far volare la mia immaginazione e arricchito, anche tecnicamente, gli strumenti a mia disposizione. Poi ho attraversato la fase dei poeti ermetici; da questa forma espressiva ho cercato di apprendere la “costruzione dell’attimo”, l’importanza di una singola parola, dell’essenziale. Proprio la ricerca dell’essenziale è stata un’esperienza che mi ha ricongiunto col mio essere operaio metalmeccanico. In seguito, sono ritornato alla mia Sicilia leggendo e rileggendo Verga, Brancati e soprattutto Pirandello: volevo capire meglio la terra in cui ho sempre vissuto.
Recentemente ho completato questo percorso con Sciascia e da qui ho approfondito un altro grande autore a lui contemporaneo che definisco come uno degli autori più importanti della nostra letteratura: Pier Paolo Pasolini.
Le sue debolezze, la sua capacità di raccontare i volti scavati e veri del sottoproletariato e le borgate in cui vivevano hanno cambiato irreversibilmente anche il mio modo di osservare la mia città, i suoi scorci degradati e la gente che ci vive. Sicuramente ho dimenticato di citare tanti libri e tanti gradi autori, ma a questi sarò sicuramente eternamente grato.

Ultima domanda prima di salutarti e ringraziarti. Ti chiediamo una cosa semplicissima, consiglia ai nostri lettori un libro che non sia il tuo, uno soltanto.

Una raccolta di versi che amo a volte rileggere e che mi capita di portare con me quando ho la possibilità di sedermi per mezz’ora al parco: Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini.

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