Social network e reputazione

Social network e reputazione rovinata da foto sexy su Facebook e Instagram è ormai un triste dato di fatto. Da donna e da persona che ragiona mi sono sempre chiesta perché pubblicare autoscatti sexy sui social network. Conviene in termini di ritorno di immagine nella vita vera magari?

Oggi vi racconto un fatto realmente successo per mettervi in guardia dai pericoli che questa sciocca pratica può innescare a livello lavorativo e non solo. Naturalmente non posso fare nomi né riportare la fonte.

Qualche mese fa, era ancora estate per la precisione, presso la reception di un’azienda romana viene assunta una giovane donna poco più che trentenne come receptionist. Il maiale del suo supervisore (perché di maiali parliamo e mi dispiace offendere l’animale che è più pulito) la molesta sessualmente proponendole richieste indecenti e non degne di essere riportate, la ragazza si rifiuta e perde il lavoro. Parliamo di un posto privato.

Social network e reputazione

La ragazza si rivolge ad un legale anche perché il motivo del licenziamento era immotivato. Cioè la tecnica è ormai un modus operandi: fare passare dall’oggi al domani una persona valida per una totale incompetente e inefficiente quando all’atto pratico la lavoratrice conosce il suo lavoro e dal punto di vista personale niente da eccepire. Inutile dire – e non mi stancherò mai di ripeterlo – che in queste situazioni spiacevoli, poi, i colleghi non ti danno una mano perché l’ultima cosa che un dipendente vuole (magari dipendente a contratto determinato), quando un collega viene preso sott’occhio è finirci (lui o lei) a sua volta.  Per farla breve, allo zero supporto da parte dei colleghi si è aggiunto anche il fatto che l’azienda in questione si è rivolta ad un legale per la tutela dei suoi interessi e dove lo scaltro legale aziendale è andato a parare?

Sul social network, Facebook e Instagram nello specifico. Perché? Perché sul profilo della persona in questione le gallerie fotografiche esibite pubblicamente con tanto di nome e cognome avrebbero davvero fatto concorrenza ad attrici che normalmente si propongono per ruoli di un certo tipo nel cinema hard.

Su Instagram c’erano solo le foto, ma su Facebook, questa ingenua ragazza aveva anche riportato nel profilo il nome dell’azienda dove lavorava e quindi il porco molestatore si è anche rigirato la frittata a suo favore, dicendo: “le volte che le abbiamo detto, tu qui rappresenti la nostra azienda, leva quelle foto, ecc..”. Morale della cosa. La ragazza ha perso il lavoro per essersi rifiutata di concedersi sessualmente al suo capo. I colleghi non la hanno aiutata. Non aveva uno straccio di prova contro il suo capo, né testimoni che in anni passati hanno subito lo stesso simpatico trattamento… avrete capito da soli, no?

Può una receptionist diffamare in un’aula di tribunale un dirigente senza uno straccio di prova e per di più con una presenza social che avrebbe attirato tutti i produttori di film porno del mondo? (dato che comunque la presenza fisica c’era).

Hanno patteggiato. La ragazza ha perso il lavoro. Accuse verso il capo ritirate. L’azienda le ha dato una buona uscita e anche discrete referenze basandosi sul fatto che la ragazza in questione avesse buone capacità nel ruolo che rivestiva ma non sufficienti per gestire ritmi di lavoro così fagocitanti. Magari in un’azienda più piccolina il suo rendimento sarebbe stato sicuramente migliore. Pari e patta dunque.

La ragazza, che naturalmente ha imparato la lezione ha rimosso tutte le foto dai social e ha fatto inoltre una cosa molto saggia: ha cancellato i suoi account almeno per ora.

Che cosa ci insegna questa ingiustizia? Che ancora una volta, l’uso sbagliato del social è deleterio e pericoloso per la vita reale, perché troppo spesso vita virtuale e reale si incontrano. Quando io suggerisco alle donne (da donna naturalmente) di fare molta attenzione alle foto che pubblicano al mondo intero in rete non lo faccio certo per bigottismo o critica ma per lucidità e perché conosco la massmediologia e come la rete funziona.

Ognuno è libero (sacrosanto diritto) di fare ciò che vuole ma questa libertà, se sconfinata, può essere un’arma a doppio taglio perché va a ledere le libertà degli altri. E’ chiaro che nel caso della ragazza della storia, a quel gran porco, del buon nome dell’azienda non interessava nulla, però la presenza pubblica sui social e il nome dell’ufficio presso cui lavorava lei, associato alle nudità, ha nociuto e non poco alla giovane donna in questione.

Se io mi apro un profilo Facebook e scrivo che faccio ricerca presso un’Università, magari se il mio capo al dipartimento mi trova (e guardate che molte aziende guardano la presenza social di chi assumono, quindi attenzione a restringere la visibilità del profilo), mi potrebbe dire, “Dottoressa, a noi fa estremo piacere che lei su Youtube o sul suo sito condivide i risultati delle sue ricerche e cita l’Università, un po’ meno vedere il nome dell’Ateneo associato al suo fondoschiena”.

Si può dargli torto? Francamente no. Idem per un maschio che pubblica foto di addominali e glutei sui social. Se io, fondatore di un progetto didattico, cerco un docente di matematica per gestire un corso e-learning e assumo una data persona, trovare il nome della mia azienda associato, parliamoci chiaro, alle chiappe e all’organo genitale in evidenza di un mio collaboratore non mi piace.

La mia faccia, il mio lavoro e l’impegno che da anni ci metto (perché ci credo anche se il ritorno economico non è il massimo) non può e non deve – mai – essere associato ad un culo o ad un pene. Quindi la tua libertà lede la mia. Naturalmente, anche io, che curo i miei interessi, compresa la mia reputazione sui social, strettamente collegata a quello che i clienti pensano dei servizi che offro, ad un certo punto, mi preoccuperei di sentire un avvocato prima di decidere se terminare qui la mia collaborazione professionale con tale docente.

Voglio dire, perché? Vi conviene? Mi piacerebbe che chi posta foto pubbliche, intendo autoscatti di nudo, sui social (e non cerca una carriera nello spettacolo) magari scrivesse due righe per farmi capire che cosa ne viene. So di gente che è pagata su Instagram per essere vista, ma quanto può durare negli anni? Fisicamente il corpo cambia, dunque o si fanno tanti soldi che ti sistemi per la vita, o ad un certo punto bisogna andarsi a cercare un lavoro vero.

Tutta questa richiesta di attenzioni e di mettersi in mostra per farsi dire “quanto sei figa” e soddisfare la propria personalità narcisista nonché l’ego grosso quanto l’Antartide sembra a me, in molti casi, nascondere, più che altro, un disperato bisogno di aiuto e qui mi fermo perché è campo dello psicologo.

Concludo solo dicendo che ancora peggio di questi scatti è chi commenta sotto. Del resto se posto certe foto di nudo “artistico” e nessuno mi si fila poi, smetto di postarle. Fate tanto gli amici sui social (poi nessuno si è visto mai di persona neanche una volta per prendere un caffè). Ecco, allora, se fate gli amici fatelo bene e fino in fondo.  Se considerate “amiche” persone che si espongono rischiando un danno, oltre che di immagine proprio a livello personale, mi chiedo, se non sarebbe meglio consigliare loro di usare la propria immagine in modo differente, proprio come consiglio spassionato e disinteressato.

Che ne pensano le lettrici femminili. Io mi astengo per non passare sempre per “la cattiva di turno”?

Chiara Bellucci

Dottoranda in Scienze Umanistiche, Filosofia Teoretica, presso l'Università Guglielmo Marconi, Roma, Italia. Titolo del progetto: Cinema e Filosofia, analisi di un rapporto a partire da Gilles Deleuze

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