La storia dell’amicizia tra Luz Long e Jesse Owens

I due atleti si conobbero durante le olimpiadi del 1936. Uno tedesco, ariano, l’altro americano e nero. La loro è una delle storie sportive più belle di sempre.

“Ti chiedo questo: dopo la guerra, va’ in Germania, ritrova mio figlio e parlagli di suo padre. Parlagli dell’epoca in cui la guerra non ci separava e digli che le cose possono essere diverse fra gli uomini su questa terra. Tuo fratello, Luz”.

Sono le ultime parole che Luz Long scrisse a Jesse Owens, mentre era in spedizione in Sicilia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Luz e Jesse non erano due amici qualsiasi: campioni di salto in lungo, si erano conosciuti ad una Olimpiade. A Berlino. Nel 1936.

Carl Ludwig Long, detto Luz, aveva 23 anni e studiava Legge a Lipsia. Nel 1934 si era classificato terzo ai Campionati Europei di atletica leggera, ed era diventato amatissimo in Germania. Per Hitler incarnava il perfetto atleta tedesco: alto, biondo, occhi azzurri, chiaro.

Per due volte consecutive aveva superato il record olimpico di salto in lungo, di 7,73 m che fino ad allora apparteneva allo statunitense Edward Hamm. La Germania e il Führer riponevano grandi speranze sulla sua vittoria, che avrebbe mostrato tutta la potenza tedesca.

James Cleveland Owens, divenne per tutti Jesse da quando un insegnante fraintese il suo nome, iniziando a chiamarlo così. Era nato in una famiglia povera. Il padre faceva l’agricoltore, in Alabama. Lui, a otto anni, iniziò a lavorare come inserviente, per aiutare la famiglia.

Frequentò le scuole tecniche e, nel 1933, ai Campionati Nazionali studenteschi, si distinse per le grandi prestazioni nella velocità e nel salto in lungo. Grazie a questo venne ammesso all’Università statale dell’Ohio, dedicandosi all’atletica.

Nel 1935, in Michigan, vinse quattro gare in un’ora e un quarto, stabilendo ed eguagliando sei record mondiali. Si presentava con questo bottino invidiabile alle Olimpiadi di Berlino, del 1936.

Gli atleti ebreo-tedeschi furono esclusi da tutte le discipline, mentre a quelli afroamericani fu concesso di partecipare, ma in numero minore.

Quando Owens, il 4 Agosto 1936, si presentò alla gara di salto in lungo, aveva al collo già l’oro nei 100m, ottenuto il giorno prima. Ma durante le qualificazioni qualcosa andò storto: due salti nulli. Un solo, ultimo, tentativo. Il rischio di eliminazione sempre più vicino.

Jesse peccava nello stile, sbagliando il punto di stacco per saltare. Era in difficoltà. Ma, prima dell’ultimo fatidico tentativo, gli si avvicinò l’idolo di casa, Luz Long, e, col suo inglese stentato, disse: “Uno come te dovrebbe essere in grado di qualificarsi ad occhi chiusi”

Luz consigliò a Jesse il punto di stacco ideale, segnandolo con un fazzoletto bianco accanto alla pedana. Gli fece un cenno d’intesa e si allontanò. Grazie a quel consiglio Owens riuscì a qualificarsi e, in finale, sconfisse proprio Long, saltando 8,60m contro i 7,87m di Luz.

Jesse vinse il suo secondo oro in quella Olimpiade. Long conquistò l’argento. Il bronzo andò al giapponese Naoto Tajima. Owens avrebbe vinto altri due ori, sempre a Berlino: nei 200m piani e nella staffetta 4x100m.

Il suo record di quattro ori in una stessa Olimpiade venne eguagliato solo nel 1984, a Los Angeles, dal suo connazionale, Carl Lewis, il figlio del vento, che li vinse nelle stesse gare in cui li aveva vinti Owens.

Dopo l’Olimpiade, restarono amici per sempre, intessendo uno scambio epistolare. Luz, contrario alla guerra, scrisse: “Tutte le nazioni del mondo hanno i propri eroi, i semiti così come gli ariani. E ognuna di loro dovrebbe abbandonare l’arroganza di sentirsi una razza superiore”

La guerra divenne sempre più dura, urgevano soldati e Luz, fino ad allora risparmiato dall’obbligo di leva, grazie al suo status di atleta internazionale, divenne ufficiale della Luftwaffe e fu spedito al fronte, in Sicilia, a combattere proprio contro gli americani.

Mentre era in Italia scrisse spesso a Owens, anche quando scoprì che suo figlio era nato, proprio mentre lui era al fronte. Era consapevole della precarietà della sua situazione, e, più che per se stesso, aveva paura per sua moglie e per quel figlio che non aveva ancora visto.

“Mio caro amico Jesse, dove mi trovo sembra che non vi sia null’altro se non sabbia e sangue. Io non ho paura per me, ma per mia moglie e il mio bambino, che non ha mai realmente conosciuto suo padre. Il mio cuore mi dice che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo”

“Se così dovesse essere, ti chiedo questo: dopo la guerra, va’ in Germania, ritrova mio figlio e parlagli di suo padre. Parlagli dell’epoca in cui la guerra non ci separava e digli che le cose possono essere diverse fra gli uomini su questa terra. Tuo fratello, Luz.”

I presentimenti di Luz, purtroppo, furono giusti: il 10 Luglio 1943 venne ferito gravemente, a Gela. Dopo quattro giorni di agonia, morì, in ospedale. Gettato in una fossa comune, nel 1961 la salma venne seppellita in un cimitero militare, a Motta Sant’Anastasia. Aveva 30 anni.

Jesse mantenne la promessa: si recò da Kai, il figlio che Luz non aveva mai conosciuto, gli parlò di suo padre, nel 1964 partecipò anche alle sue nozze. Ancora oggi, Julia e Marlene, le nipoti di Jesse e Luz, sono amiche. Si scrivono spesso, si mandano foto, si vogliono bene.

Jesse attese anni prima che gli USA gli tributassero i giusti onori. Tornato in patria, nonostante il record di 4 ori, non venne accolto da Roosevelt, che, in piena campagna elettorale, temeva di perdere consensi mostrandosi con un afroamericano. Fece i lavori più disparati, tra cui l’inserviente in una pompa di benzina. Gareggiava anche contro cavalli, cani e motociclette, durante eventi a pagamento, per guadagnarsi da vivere.

Anni dopo gli furono finalmente attribuiti i giusti meriti, acquisì prestigio, venne acclamato in patria. E reagì dicendo “Si potrebbero fondere tutte le medaglie che ho vinto, ma non si potrebbe mai riprodurre l’ amicizia a 24 carati che nacque sulla pedana di Berlino”.

Come dimagrire con la danza classica

SEGUICI SU TWITTER

Redazione

La nostra redazione comprende vari articolisti che imparerete a conoscere di volta in volta leggendo post specifici. Il lavoro di "squadra" rimane identificato come redazione

Potrebbero interessarti anche...

This website is using cookies to improve the user-friendliness. You agree by using the website further. Privacy policy