Intervista allo scrittore Davide Di Lodovico

Intervista alla scrittore Davide Di Lodovico, in libreria con il suo ultimo romanzo ” La fuga” edito da Lisciani libri.

Copertina

Caro Davide, sappiamo che hai sviluppato la passione per la scrittura in età giovanissima, sin dai tempi del liceo. Come ti sei accorto di questa tua, chiamiamola, vocazione?

Ho perso mio padre molto presto, non avevo ancora 7 anni. Dopo questo tragico evento ho trascorso un lunghissimo periodo senza parlare. La scrittura e la musica sono stati i due media con cui ho ripreso contatto col mondo e attraverso i quali ho ripreso ad interagire con le persone. A 9 anni vinsi un concorso nazionale per bambini di scuola elementare e poi altri via via che crescevo. Infine la mia insegnante di italiano al Liceo, quando arrivai ad essere finalista del premio Abruzzo Loppiano di Poesia, si attivò per segnalarmi ad alcuni Editori. È iniziato tutto da lì.

Parliamo della tua seconda grande passione: la musica. Ti andrebbe di raccontarci cosa ti ha lasciato dentro quel periodo trascorso con la tua band, i NOHP 581

Sono stati anni indimenticabili. Non ero consapevole allora di cosa io e la band stavamo costruendo e di quanto unico fosse il progetto musicale che stavamo sviluppando.Per noi era quasi normale, scontato. Eravamo talmente pieni di energia e di passione che non contemplavamo neanche la possibilità di non essere presi in considerazione. Due componenti della band erano all’Università a Bologna, io a Pisa. DI nascosto dai nostri genitori noi rientravamo tutti i venerdì pomeriggio (io impiegavo 7/8 ore con la mia citroen 2 cv 475 di cilindrata) e ripartivamo la domenica per fare le prove. Per evitare che qualche conoscente ci vedesse e potesse riferire ai genitori, non uscivamo neanche, dormivamo in sala prove!Ci sono tantissimi ricordi e anche la malinconia di aver interrotto tutto sul più bello. Proprio a causa della nostra inconsapevolezza.Ho una foto, scattata sui gradini dietro il palco dopo quella che poi fu l’ultima esibizione Live, e ricordo esattamente quel momento. Ero con mia moglie e Le dissi: “i Nohp 581 finiscono oggi. Questa è l’ultima sera”.Lei non ci credeva, ma andò proprio così. LA tensione tra alcuni membri della band era così alta che la cantante e flautista non si presentò al concerto. Eravamo ospiti fuori concorso di un festival che andava in diretta sull’allora Rai Stereo Notte. Suonammo strumentale improvvisando! Andò benissimo… ma fu la fine.

Pescara, che rapporto hai con la tua città natale?

Non ho un rapporto particolare con Pescara. L’ho sempre frequentata pochissimo e la conosco molto poco. Dopo la nascita l’ho lasciata a 18 mesi quando i miei si sono trasferiti in provincia di Teramo.In generale mi sono sempre sentito uno senza patria, negli anni di formazione e fino anche all’età adulta ho sempre creduto di non avere “radici”.Ad un certo punto, poi, dopo tanti anni vissuti in giro in molti posti, è come scattato qualcosa dentro di me che ha portato alla luce un legame profondo con il paese dove sono cresciuto fino a 17 anni: Giulianova, in provincia di Teramo appunto. Dal 2009 è lì che ho spostato la mia residenza abituale.Pescara invece ho iniziato a frequentarla di più nell’ultimo anno, grazie soprattutto al mio amico scrittore Alessio Romano, che spesso organizza eventi, letture e presentazioni.

Prima di parlare con il Davide scrittore vorremmo chiederti della tua esperienza lavorativa con una importantissima società che produce giocattoli educativi, la Clementoni. Come sei arrivato a lavorare per loro, di quali progetti ti sei occupato e cosa ha significato per te stare così a stretto contatto con il mondo dei bambini.

Devo dire che il mio rapporto con i bambini è sempre stato straordinario. Persino a mia insaputa. Non essendo un carattere troppo espansivo, anzi a volte anche un po’ “scuro” ho sempre avuto l’idea che i bambini fossero spaventati dalla mia presenza. È una percezione che vivo tutt’ora. Poi, appena mi rendo conto che è esattamente il contrario, cioè che i bambini sono molto disponibili a “entrare in contatto con me” (molto più di quanto lo sia io), si apre un mondo meraviglioso. Senza ombra di dubbio posso dire che i bambini sono la sola cosa per cui vale la pena fare tutto ciò che facciamo… almeno fin quando sono bambini!Sono arrivato alla Clementoni per sviluppare un progetto editoriale che poi, in realtà, non è mai pienamente partito. È un’azienda fortemente connotata dal Suo brand e dal suo prodotto che è molto specifico. Parallelamente però un imprinting editoriale sono riuscito a trasportarlo nelle linee di prodotto educative più conosciute portandole a risultati molto importanti che hanno poi consentito all’azienda di affermarsi anche a livello internazionale.A pensarci ora devo dire che il gruppo che avevo messo su ha veramente prodotto tanta innovazione. La cosa che comunque ritengo più bella e che un po’ accomuna il lavoro di ideazione e progettazione di giochi al lavoro editoriale è il pensiero che il risultato del tuo sforzo serve a far sorridere un bambino, a far sentire felici i suoi genitori, insomma a produrre momenti positivi.

Arriveremo anche a parlare delle tue opere ma sono molte le cose che ci inscuriscono di te. I tuoi cani, i Dogue de Bordeaux. Non aggiungiamo altro, raccontaci tutto.

Un incontro folgorante. Amore a prima vista. Difficile spiegarlo a parole.Iniziamo col dire che sono sempre stato un grande amante dei cani, specie di grossa taglia.Fin da bambino ho sempre amato molto essere a contatto con i “grandi cani”. Il problema era che mia madre non ne voleva sapere e quindi “il mio cane” era sempre in campagna a casa di mio nonno paterno. Ho avuto Pastori maremmani (2), un San Bernardo, e vari altri bastardini. Appena ho avuto una casa mia, sebbene piccola, ho preso un boxer. La mia prima figlia è praticamente cresciuta con lei (era una femmina di nome Greta) credendo che fosse Sua sorella. Non potevo neanche sgridarla che Greta interveniva a difenderla!Poi un giorno di una decina di anni fa, ho visto la foto di un Dogue de Bordeaux e sono rimasto colpito dalla dolcezza dello sguardo dentro un muso così arcigno. Ho preso delle informazioni e sono andato a vistare uno dei più antichi allevamenti in Italia. Dopo 5 minuti ero innamorato. Hanno un controllo incredibile e poi sono di un affettuosità indicibile. Danno molto e pretendono molto dal loro padrone. È un rapporto bellissimo. AL momento ne ho 4, 3 femmine e un maschio, ma proprio ieri ho visto un cucciolo da un mio amico allevatore che credo verrà a far parte della nostra famiglia.

Prima di parlare del tuo ultimo lavoro “la fuga” ci piacerebbe sapere qualcosa anche di altre tue opere, in particolare “Pinocchio Jaamal” e il “Cavallo di Troia”, che ha pubblicato con lo stesso editore, la Lisciani Libri.

Pinocchio Jamaal è un libro molto particolare. O meglio è stato molto particolare scriverlo:un importante pittore italiano, Pino Procopio, aveva nel Suo studio una serie di tele su Pinocchio. L’Editore, il prof. Lisciani, è un grande appassionato di arte e conosceva il pittore. Era andato da Lui per comprare un quadro e, appena notò queste tele chiese di cosa si trattasse.Pino Procopio aveva dipinto un Pinocchio “ a suo modo” e anche 30 favole di Esopo.Di lì il passo è stato breve e l’accordo tra Editore e pittore per l’utilizzo delle tele presto fatto. L’Editore ha poi chiesto a me di cimentarmi in questa scrittura che è totalmente visionaria, così come le tele. È ambientata in Marocco (Jamaal significa bello in marocchino) e così come le immagini si sviluppa in modo visionario. Dentro ci sono anche temi attuali legati all’immigrazione e alle diversità. Insomma un lavoro molto impegnativo ma che mi ha divertito moltissimo.Al Cavallo di Troia sono particolarmente affezionato perché ho ideato io la collana ed è stato il primo titolo, proprio per dare l’esempio agli altri autori di come volevo che fosse impostata.La particolarità è che il racconto del mito avviene all’interno di una cornice narrativa che parte dalla realtà. Un accadimento particolare rende poi necessario il racconto del Mito.La cornice narrativa in cui è ambientato il mio racconto mio ha consentito di recuperare un ricordo d’infanzia a cui tenevo molto e farne poi l’espediente narrativo che fa scattare il racconto.

Finalmente siamo arrivati a parlare del nuovo romanzo. Presentacelo nel modo che ritieni più opportuno.

La musica è, così come l’amore, una delle forze totalizzanti dell’adolescenza e della giovinezza. Un filo che unisce, che porta lontano, che fa ammirare gli artisti, soffrire, amare, sperare e che rimane la parte più pura di tutti noi, anche quando l’età avanza. Amore, musica, fuga, mistero e suspance sono gli elementi del romanzo che ha la pretesa di parlare al ragazzo che è dentro ognuno di noi e che, più o meno “celato” dal ruolo sociale che via via ci travolge, ci accompagnerà sempre.

Rispetto ad un thriller tradizionale l’azione si alterna all’osservazione “da spia” che svolgo sui pensieri più profondi dei personaggi, rasentando quasi il thriller psicologico.Avevo scritto questo romanzo circa 25/26 anni fa.Nel 1994 ci fu un evento che mi colpì molto: la morte di Kurt Cobain, leader della storica band di Seattle, i Nirvana. Fu quell’evento che mi spinse a iniziare questo romanzo. La stessa immagine di copertina, senza che ne parlassi con l’illustratore, richiama il personaggio.Il romanzo è rimasto a lungo nel cassetto, fin quando l’Editore, che lo aveva già letto a suo tempo e lo conservava, mi ha chiesto di pubblicarlo e anche di dirigere questa collana e le altre di narrati- va.Un altro aspetto che mi piace evidenziare è che, quando era stato scritto, non esistevano né i computer né i cellulari. Eppure anche i ragazzi più giovani che lo hanno letto e che di quell’epoca non hanno memoria, mi dicono che non si avverte per nulla l’assenza della tecnologia.

Che tipi sono i personaggi dei tuoi romanzi? Li dipingi attingendo al bagaglio di persone che hai conosciuto nella vita reale, che potremmo incontrare ogni giorno, oppure sono autenticamente frutto della tua fantasia?

In tutti i personaggi che creo tendo a mettere qualcosa di me o di persone che conosco o che ho incontrato e che mi hanno colpito particolarmente. Non sono mai totalmente inventati. Ogni volta che ho provato a inventarli le vicende che scrivevo erano poco credibili.Gli elementi di realtà che li costituiscono, inoltre, mi costringono a rispettarli profondamente, più che se fossero inventati. Questo rispetto fa sì che spesso sfuggano al mio controllo e capita anche che sia costretto a cambiare qualche sotto-trama per rispettare la loro evoluzione. È strano perché durante la stesura non sempre sono in buoni rapporti con i personaggi!

Chi sono, tra i grandi della letteratura mondiale presente e passata, i tuoi maestri, quelli che con le loro opere più hanno contribuito alla tua formazione, o semplicemente quelli che ammiri di più per tecnica e creatività?

Quelli che ho più amato da giovane, tra i classici moderni: Pavese, Pessoa, Poe, Joyce, Camus, Kafka, Pirandello, Pasolini … ma contemporaneamente leggevo Stephen King che adoravo e adoro tutt’ora, assieme a Jeffrey Deaver, James Ellroy e Simenon.

Ultima domanda, consiglia un grande classico della letteratura a chi non l’ha letto. So che è difficile scegliere un solo titolo, ma la sfida è proprio questa: quale libro secondo te bisognerebbe leggere assolutamente?

L’isola del Tesoro di Stevenson.

Redazione

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