La disputa sugli universali e le premesse per la scienza moderna

La filosofia scolastica, già dal IX secolo e maggiormente dal XII secolo in poi venne caratterizzata da un vivace scambio di opinioni noto come problema o disputa sugli universali. Cosa sono gli universali? Bisogna per forza di cose fare un passo indietro e tornare ad Aristotele che aveva introdotto termini come genere e specie, fondamentali per definire le cose. Gli universali nel medioevo sono i concetti generali che possono essere attribuiti a più cose o più persone come appunto “genere” in cui rientra animale e “specie” in cui rientra uomo. Dunque da un lato ho i concetti universali e dall’altro ho gli enti che sono individuali.

Come devo intendere gli universali? E’ legittimo parlare di un ipotetico statuto ontologico degli universali, ovvero questi concetti generali hanno una realtà sostanziale autonoma, oppure vanno intesi da un punto di vista meramente concettuale? E se gli universali sono essenze, in che rapporto stanno con gli enti? Trascendono gli enti e dunque sono simili alle idee platoniche oppure vanno considerati immanenti agli enti come la forma aristotelica?  E’ insomma una sfida che contrappone il piano della realtà e il piano logico, sfida che ha il suo perché dal momento che la domanda è: l’apparato logico concettuale umano che si esplicita attraverso il linguaggio rispecchia la realtà?

Le parole rispecchiano le cose in sé oppure sono indipendenti? La questione scoppia con Porfirio e il suo commento o Isagoghe alle Categorie aristoteliche, discorso poi ripreso anche da Boezio che aggiunto il suo contributo. Universali come essenza o come concetto? Per chi non nutre particolare simpatia per il medioevo, la disputa sugli universali è uno dei tanti frutti della mentalità medievale, pervasa di superstizione e religiosità, ma preconcetti a parte, la disputa sugli universali è l’antefatto della storia del pensiero moderno, perché discutere sugli universali, che sono poi alla fine le categorie generali attraverso le quali l’uomo decodifica la realtà, è da parte dell’uomo, un profondo atto di maturazione intellettuale e intellettiva che nasce da una consapevolezza di essere stato posto di fronte ad un problema costitutivo della mente umana: le strutture conoscitive. Cosa e come posso conoscere?

Parlare di universali significa parlare di strutture conoscitive del soggetto, focalizzarsi sul ragionamento e sulle funzione del linguaggio. Non è una questione di poco conto e non è una pura coincidenza che esploda tutta insieme nel secolo XII secolo, quando si assiste, dopo l’anno mille, ad una totale rinascita in campo economico, politico e sociale. Rinasce il commercio, sorgono i comuni, le università ed è dunque chiaro che in tutto questo processo di rinascita, l’uomo che lo vive in prima persona, comincia a farsi delle domande che vanno oltre l’accettazione passiva del fatto che la mente divina contenga le idee con cui Dio ha creato il mondo.  Non è un caso che prima del IX secolo l’atteggiamento dell’uomo nei confronti del problema degli universali non venisse considerato.

Vediamo come è evoluta la disputa. Di fatto si sono costituiti due diversi orientamenti di pensiero opposti, al cui interno si è comunque sviluppata una frangia moderata.

Da un lato troviamo i realisti che considerano gli universali come essenze e dunque gli universali hanno realtà sostanziale. Dall’altro, abbiamo i nominalisti che intendono gli universali dal punto di vista logico-concettuale.  Uno dei più accaniti realisti fu Guglielmo di Champeaux che fu tra l’altro maestro di Abelardo, il quale da questo punto di vista, la pensava in maniera completamente opposta, al punto tale che riuscì a demolire così bene le teorie di Guglielmo che alle fine Guglielmo fu costretto a deviare verso posizioni più moderate. Per Guglielmo gli universali sono essenze reali e vanno intese platonicamente come modelli archetipi perfetti delle cose sensibili. Una posizione di questo genere, che fa degli universali le idee platoniche, non naturalmente situate nell’iperuranio, ma nella mente di Dio, svaluta ontologicamente gli enti, perché la realtà è l’universale e l’ente solo la copia imperfetta. 

Reale è solo l’universale che è ante-rem. Fu Tommaso d’Aquino ad uscire fuori dall’aporia propendendo per un realismo moderato e non a caso la risposta provenne da Aristotele. Tommaso era un aristotelico e la conoscenza di Aristotele gli aveva consentito di mediare certe posizioni così estreme. Sulla base del concetto di immanenza dell’idea o forma alla cosa, Tommaso sosteneva che l’universale non è ante-rem, oppure non è solo ante-rem.

L’universale è in-re ed è un tutt’uno con l’ente, alla maniera del sinolo aristotelico, ma ciò non esclude che l’universale sia anche post-rem, perché la definizione di una cosa nasce dall’esperienza della cosa e ovviamente ante-rem, ossia l’universale nella mente di Dio. Più estremi furono i nominalisti che negavano ogni realtà sostanziale agli universali. Roscellino fu il fautore di questa corrente di pensiero ma, non avendo a disposizione l’opera completa di Roscellino non si può essere sicuri al cento per cento di come effettivamente Roscellino vedesse la questione degli universali. Da ciò che è in nostro possesso per Roscellino gli universali non sarebbero che nomi, pure emissioni di voce, cosa che comportò la reazione di Abelardo che è un nominalista, ma moderato e che non a torto è stato l’iniziatore del concettualismo verso il quale anche Ockham ha simpatizzato. Per

Abelardo non si può sostenere che gli universali siano flautus vocis perché innanzitutto, quando un essere umano emette parola, oltre ad emettere linguaggio articolato, emette un suono, che non è mero suono, ma risponde a proprietà fonetiche che in se sono sostanziali. Inoltre il suono è appunto articolato a differenza del verso di un animale. L’uomo infatti esercita la sua capacità deliberativa nel linguaggio. La parola avrà una veste fonetica che la rende suono, ma tale suono prima di essere emesso è filtrato dal cervello, ovvero il suono prima che dalla bocca passa nell’intelletto che è la sede del ragionamento. Quindi i concetti universali sono nomi.

Il concetto presuppone un significante, un segno mentale che può essere interpretato come un contenitore di attributi che applicati ad una cosa significata dal concetto, fanno pensare ad una relazione significante/significato/cosa, rapporto che Abelardo definisce di intenzionalità. Se parlo di “uomo”, secondo Abelardo, faccio riferimento ad una classe mentale di proprietà che definiscono lo status di uomo come “essere uomo” ben distinto dallo status di asino ad esempio.  La soluzione di Abelardo poi abbracciata da Ockham ripropone temi della logica cinico stoica a suo tempo riproposta da Cicerone e Boezio, per cui l’universale non ha validità ontologica, ma ha solo validità logico-gnoseologica. Ancora peggio chi considera gli universali come essenze, perché si generano paradossi infiniti come la sostanza che predica un’altra sostanza oppure il problema dei contrari.

Gugliemo di Champeaux aveva addirittura postulato l’esistenza di una sostanza unica comune a tutto, formativa degli enti che si distinguerebbero gli uni dagli altri per i soli accidenti. Abelardo contesta tale posizione affermando che se la sostanza è unica, razionale che è l’animale che ha assunto la forma della razionalità è lo stesso che assunto la forma dell’irrazionalità e dunque uomo è se stesso e anche asino ad esempio, e il principio di non contraddizione viene negato. Un compromesso tra le due posizioni venne tentato da Duns Scoto che tuttavia non convinse più di tanto. Scoto sosteneva che gli universali non sono né essenze, né nomi, ma esisterebbe una sostanza peculiare che contemporaneamente si individualizza negli enti e si universalizza nei concetti. La posizione più di tanto non convinse perché alla fine dei conti tra nominalismo e realismo c’è un abisso inconciliabile.

La questione degli universali se ci pensiamo bene non fa che riproporre qualcosa che era stato a suo tempo già intuito dai sofisti. Il linguaggio umano e l’apparato concettuale dell’intelletto umano è in qualche rapporto con gli oggetti significati, ovvero con le cose? In altri termini, il linguaggio e i concetti della mente sono il corrispettivo logico-gnoseologico dell’essenza metafisica delle cose? In un periodo cristiano. il problema non è da sottovalutarsi perché è ovvio che una posizione realista. che considera gli universali essenze, crea un relazione strettissima tra linguaggio/pensiero/realtà e dunque il linguaggio è facoltà appropriata e conveniente all’esplicazione dei dogmi trinitari. Se invece il piano ontologico e il piano logico sono diversi e tra le cose e il linguaggio non c’è corrispondenza, come faccio a parlare dei dogmi? E’ un bel problema e la storia del pensiero ci ha insegnato che alla fine ha prevalso la componente concettualistica che ha infatti poi portato alla dissoluzione della scolastica con Ockham e alla sempre più sostanziale indipendenza della scienza dalle verità di fede.

Chiara Bellucci

Dottoranda in Scienze Umanistiche, Filosofia Teoretica, presso l'Università Guglielmo Marconi, Roma, Italia. Titolo del progetto: Cinema e Filosofia, analisi di un rapporto a partire da Gilles Deleuze

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

This website is using cookies to improve the user-friendliness. You agree by using the website further. Privacy policy