Lo spazio secondo McLuhan

Come Deleuze anche McLuhan troppo spesso viene additato come pensatore complesso e poco poco praticato. In effetti è difficile iscrivere questo pensatore dentro discipline consolidate, essendo ben nota la sua ironia nel provocare, il suo parlare oscuro, a volte frammentario, tuttavia, oltre quanto detto, diciamo che la conoscenza di McLuhan si è rivelata spesso pura e semplice incomprensione, anche voluta.

In Italia, soprattutto e aggiungerei purtroppo dove, ad esempio, già la traduzione del titolo di una delle sue opere più importanti rivela la difficoltà culturale italiana a confrontarsi con l’eredità del profondo pensatore. Gli strumenti del comunicare, titolo con cui è stato tradotto il suo Understanding Media è prova inconfutabile che McLuhan non è stato pienamente compreso. Infatti, McLuhan non vede nei media dei semplici strumenti di comunicazione, bensì dei complessi e articolati ambienti di servizi ma anche disservizi, ambienti di vita in cui noi siamo immersi su base quotidiana.

Già questa visione dei media come ambienti è una diretta provocazione all’ architettura e all’urbanistica, suggerendo loro di farsi carico della responsabilità che gli architetti hanno nei confronti della nostra vita quotidiana tramite i media. Al giorno d’oggi, dove almeno il 30% del budget di ogni edificio deve essere indirizzato alle sue reti energetiche e telematiche, questa responsabilità è ormai sotto gli occhi di tutti. È perciò diventato impossibile progettare e costruire senza l’utilizzo dei media e senza tener conto del ruolo che i media hanno come ambienti in cui gli esseri umani abitano. McLuhan, dunque, dovrebbe essere un riferimento costante per chi pratica l’architettura. Vediamo qualche indicazione specifica che permette di confrontarsi con i problemi contemporanei del progetto.

In primo luogo, l’analisi di McLuhan circa il concetto di spazio. Nel descrivere lo sviluppo delle civiltà, analizzando il fattore, spesso inosservato inosservato dei media, McLuhan si sofferma a lungo sui diversi modi di concepire e percepire lo spazio che emergono all’interno di una storia che fa capo a due grandi fratture e costituita da tre vaste epoche.

La prima frattura è rappresentata dall’invenzione della scrittura alfabetica che ha separato la dimensione dell’oralità, dall’epoca della scrittura, che iniziata con l’alfabeto greco fino a conformare in età moderna ciò che McLuhan ha chiamato “galassia Gutenberg”. La seconda frattura è quella dovuta all’elettricità che ha permesso il configurarsi di una nuova era. Le due fratture mediali si legano per McLuhan a peculiari modalità percettive dello spazio, vale a dire affermare che la scrittura alfabetica e la stampa hanno condizionato una modalità di percezione dello spazio diversa da quella condizionata dall’elettricità.

Per essere più precisi i diversi media condizionano equilibri sensoriali differenti che conducono a diverse considerazioni dello spazio. Su questo punto McLuhan è chiaro: da un lato, individua lo squilibrio-equilibrio sul senso predominante della vista da cui lo spazio come visivo e il tempo come lineare; dall’altro lato, individua un equilibrio tra i sensi (a suo dire naturale, a nostro avviso squilibrato sul binomio tatto-udito) e caratterizza su questa base lo spazio come acustico e il tempo come simultaneo. “Lo spazio visivo, creato tramite l’intensificazione e la separazione del senso della vista dall’interazione con gli altri, è un contenitore infinito, lineare, continuo, omogeneo e uniforme.

Lo spazio acustico, penetrato costantemente dal tatto e dagli altri sensi, è sferico, discontinuo, disomogeneo, risonante, e dinamico” (M. McLuhan, E. McLuhan, Laws of Media, Toronto UP, Toronto 1988, p. 63). Il primo spazio è quello di Euclide e della prospettiva su cui si è basata, soprattutto dopo il Rinascimento, tutta la pratica del progetto moderno. Lo spazio acustico invece è fatto dalle interazioni tra i suoi elementi ; perciò è tensivo e in continua metamorfosi. Richiede un progetto liquido, adattabile e appropriabile.

In secondo luogo, il concetto ridotto poi a slogan di villaggio globale. Per comprendere cosa McLuhan intenda con questa espressione, bisogna considerare l’ottica ecologica con la quale egli considera il mondo nell’era dei media elettrici. Con i satelliti riconosciamo il pianeta Terra come un tutto, come una nave che solca le onde nell’immensità dell’universo, una nave della quale ormai non possiamo considerarci più dei semplici passeggeri ma è un veicolo di locomozione privilegiato, verso la quale dobbiamo assumerci tutte le responsabilità proprie di un equipaggio degno del suo nome.

Quest’ottica ecologica è alla base della definizione di villaggio globale. L’espansione di un forma tribale dell’abitare alla dimensione del globo avviene tramite l’elettricità, tramite lo spazio tattile e acustico che l’elettricità ha generato. Tale spazio è fatto di interazioni e contatti che avvengono lungo intervalli e confini.

“Noi tutti sappiamo che una frontiera, o confine, corrisponde a uno spazio fra due mondi, creando una specie di intreccio duplice o parallelismo che evoca un senso di moltitudine o universalità. Quando due culture, due eventi, due idee, vengono collocati uno accanto all’altro, avviene un’interazione, un mutamento magico. Più le interfacce differiscono, maggiore sarà la tensione dell’interscambio” (M. McLuhan, B.R. Powers,The Global Village, Oxford UP, New York 1989, p. 22).

Il concetto di confine è l’elemento che dà struttura perché divide e ricucendo il villaggio globale, il villaggio e il globo.

“Il confine è un’area di ripetizione a spirale e di riproposizione, sia di input che di feedback, sia di interfaccia che di intreccio, un’area dove si congiungono gli estremi, di rinascita e di metamorfosi” (ivi, p. 209).

E’come se su tale area abrasiva avvenisse l’azione, che il confine sia dotato di un potere “aggiornante” delle strutture sociali esistenti. Ogni giorno che passa siamo testimoni della sostituzione delle metropoli del moderno da parte del villaggio globale. Nel loro interno si attuano dinamiche tribali, si delinearsi di nuovi confini. Accanto ad una tendenza di apertura dello spazio, di aggregazione tra spazi globali, si evince una tendenza degli stessi alla loro chiusura, quasi fossero segmenti o recinti. Come McLuhan aveva avvertito e si era preoccupato a tal proposito, il villaggio globale rischia di presentarsi come un campo di battaglia permanente, un campo di scontri più che di incontri. Su questo l’architetto e, ancor di più, l’urbanista sono chiamati ad offrire dei significativi contributi affinché i nuovi spazi che emergono davanti ai nostri occhi abbiano confini aperti alla “differenza” e non chiusi e tali da rendere estraneo ogni possibile elemento eterogeneo.

Redazione

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